Iran, la guerra di Trump non decolla, regnano incertezza e diffidenza

Iran, la guerra di Trump non decolla, regnano incertezza e diffidenza

K metro 0 – Washington – “L’Iran è una tigre di carta”, dice e ripete Donald Trump. Con gran parte della Marina iraniana distrutta, una parte significativa dell’arsenale missilistico eliminata e diversi leader di primo piano uccisi, il presidente americano si è avvicinato agli obiettivi militari fissati all’inizio delle ostilità. “Abbiamo colpito 7000 obiettivi. L’Iran

K metro 0 – Washington – “L’Iran è una tigre di carta”, dice e ripete Donald Trump. Con gran parte della Marina iraniana distrutta, una parte significativa dell’arsenale missilistico eliminata e diversi leader di primo piano uccisi, il presidente americano si è avvicinato agli obiettivi militari fissati all’inizio delle ostilità. “Abbiamo colpito 7000 obiettivi. L’Iran vuole trattare, ma secondo me non sono pronti. Non sappiamo nemmeno chi sia il loro leader, non sappiamo se Mojtaba Khamenei sia vivo o morto”, aggiunge descrivendo un quadro caotico che ostacola eventuali azioni diplomatiche.

Il conflitto, in sostanza, dopo 17 giorni di guerra contro l’Iran è ancora lontano dalla soluzione reale. La guerra lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran ha causato la morte di oltre 1.400 persone nel Paese, ha scatenato attacchi di rappresaglia da parte di Teheran contro le nazioni del Golfo e Israele, e ha spinto i prezzi globali del petrolio oltre i 100 dollari al barile. I risultati sul campo – sottolineano i media Usa- non hanno ancora prodotto gli effetti politici più ampi più volte evocati dalla Casa Bianca, che rischia di trovarsi impelagata in una maratona dopo aver programmato una gara sprint o comunque un’operazione di respiro medio.

La crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran rischia di aggravarsi. E’ questo, secondo quanto scrive il ‘Wall Street Journal’, l’avvertimento all’amministrazione Trump da parte dei dirigenti del settore petrolifero americano. Donald Trump aspetta risposte positive dagli alleati, riguardo lo stretto di Hormuz, ma il telefono squilla poco. Il presidente degli Stati Uniti continua a sollecitare la formazione di una coalizione internazionale, con il contributo primario della Nato, per liberare e aprire lo Stretto bloccato dall’Iran con la conseguente paralisi del commercio del petrolio nel Golfo Persico. L’aumento dei prezzi impone una soluzione al rebus, ma l’iniziativa di Trump fatica a decollare.

E’ in questo clima di incertezza che i Guardiani della Rivoluzione in Iran hanno intanto minacciato di colpire “presto” le compagnie Usa basate nella regione e sollecitato i loro dipendenti ad abbandonare “immediatamente” i siti, si legge sull’agenzia Sepah. Nei giorni scorsi l’agenzia Tasnim – riferisce l’Adnkronos – aveva pubblicato invece un elenco dei possibili bersagli di Teheran, fra cui gli uffici di Amazon, Google, Microsoft e Nvidia nei Paesi del Golfo.

Trump il 31 marzo dovrebbe essere in Cina per la visita fino al 2 aprile. Il viaggio, con annesso incontro con Xi Jinping, molto probabilmente slitterà. Il rinvio diventerebbe anche un segnale se la Cina – che secondo Washington dipende fortemente dal petrolio del Golfo – non aderisse all’appello. Pechino per ora si esprime con le parole del portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian. La Cina, dice, “una volta di più sollecita le parti a fermare immediatamente le operazioni militari, a evitare ulteriore escalation della situazione tesa e che il disordine regionale abbia un ulteriore impatto sull’economia globale”. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) nel frattempo, è pronta a rilasciare ulteriori riserve strategiche di petrolio “se necessario”, ha dichiarato il suo direttore esecutivo, Fatih Birol.

“Considerando le scorte governative e industriali, sommandole, rimarranno ancora più di 1,4 miliardi di barili, il che significa che potremo fare di più in seguito, se necessario”, ha affermato in una dichiarazione video.

Secondo Birol, la decisione dell’Iea di rilasciare questi 400 milioni di barili ha già avuto “un effetto calmante sui mercati”. “I prezzi del petrolio sono oggi significativamente più bassi rispetto a una settimana fa, ma sebbene il rilascio delle nostre scorte possa fornire un cuscinetto temporaneo, non è una soluzione sostenibile”, ha concluso.

“Il conflitto in Medio Oriente ha riacceso i timori di una recessione, di un ritorno dell’inflazione o di entrambi gli scenari, alimentati dalla possibilità di uno shock dei prezzi petroliferi. Tuttavia, riteniamo opportuno evitare valutazioni eccessivamente pessimistiche sulla crescita o sull’inflazione”, quanto sottolinea la Chart of the Week a cura dell’economic team di Payden & Rygel, che analizza l’andamento del consumo di petrolio negli Stati Uniti in relazione alla produzione economica reale. Ma mentre Washington può rivendicare il successo delle operazioni militari, resta aperta la vera incognita: come reagirà Teheran?

No va dimenticato che l’Iran confina con sette paesi: Afghanistan, Armenia, Azerbaigian, Iraq, Pakistan, Turchia e Turkmenistan. Quello con l’Iraq rappresenta il confine più lungo, che si estende per quasi 1.600 km. Ciascuno di questi Stati deve affrontare le proprie pressioni politiche, limitazioni economiche e problemi di sicurezza.

Joseph Villeroy
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