Iran, dimissioni Joe Kent forte polemiche negli Stati Uniti

Iran, dimissioni Joe Kent forte polemiche negli Stati Uniti

K metro 0 – Washington – Per una possibile diffusione di informazioni riservate l’Fbi ha avviato un’indagine su Joe Kent, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano che si è dimesso per protesta contro la guerra di Stati Uniti e Israele al’Iran. Lo conferma il New York Times, che cita due fonti informate dopo le notizie

K metro 0 – Washington – Per una possibile diffusione di informazioni riservate l’Fbi ha avviato un’indagine su Joe Kent, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano che si è dimesso per protesta contro la guerra di Stati Uniti e Israele al’Iran. Lo conferma il New York Times, che cita due fonti informate dopo le notizie di Semafor.

Secondo il Nyt, tutto è iniziato prima delle sue clamorose dimissioni, arrivate martedì Secondo il The Guardian, l’inchiesta era in corso prima. L’agenzia federale non ha commentato ufficialmente l’esistenza dell’indagine.

La lettera e la reazione di Trump

“Dopo molte riflessioni, ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dalla posizione di direttore del Centro nazionale antiterrorismo, con effetto immediato – si legge – Non posso in buona coscienza sostenere la guerra in corso in Iran. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

La sua decisione ha suscitato forti reazioni: il presidente Donald Trump ha pubblicamente minimizzato il gesto, dichiarando di essere “felice che Kent non faccia più parte dell’amministrazione”. “Non vogliamo questo tipo di persone, non sono sagge, intelligenti, l’Iran era una minaccia terribile, non conosco un Paese che non lo dica. Non lo conosco bene, ma è debole sulla sicurezza, ma penso che sia un bene che abbia lasciato”, ha detto Trump.

Anche funzionari della Casa Bianca hanno contestato alcune affermazioni contenute nella lettera di dimissioni.

Il percorso di Kent è segnato anche da una storia personale complessa: ex militare delle Forze Speciali e agente della CIA, ha perso la moglie in un attentato in Siria, un evento che ha influenzato la sua visione della politica estera. Dopo aver partecipato a diverse campagne elettorali e alle primarie repubblicane, si era avvicinato al movimento Maga prima di incrinare i rapporti con l’establishment del suo stesso partito.

Le dimissioni di Kent non solo riflettono le tensioni interne all’amministrazione, ma sollevano anche interrogativi più ampi sulla coesione della leadership Usa di fronte alla guerra in Medio Oriente e alle pressioni politiche interne ed esterne.

Nel frattempo, la direttrice della National Intelligence, Tulsi Gabbard, ha presentata una dichiarazione scritta al Senato, sostenendo che l‘Iran non ha tentato di ricostruire i programmi per l’arricchimento dell’uranio dopo che le sue capacità erano state distrutte nei bombardamenti di Israele e Usa nel giugno del 2025. La dichiarazione sembra essere in contrasto con le giustificazioni dell’attacco avanzate da Donald Trump. “Come risultato dell’Operation Midnight Hammer, il programma iraniano di arricchimento dell’uranio è stato obliterato – ha dichiarato Gabbard nel testo – non ci sono stati tentativi da allora di ricostruire la capacità di arricchimento dell’uranio”.

Gabbard però questo passaggio in aula non l’ha letto. E quando il senatore democratico, Mark Warner, a cui era stato consegnato il testo integrale, gliel’ha fatto notare, chiedendole se avesse “omesso il paragrafo perché il presidente due settimane fa ha detto che dall’Iran veniva una minaccia imminente”, la direttrice della National Intelligence ha risposto: “No, ho solo visto che mi ero dilungata e quindi ho saltato dei passaggi“. Lo riporta l’Adnkronos.

L’unica persona che può determinare quello che è e quello che non è una minaccia imminente è il presidente“, ha poi affermato quando oggi il senatore democratico Jon Ossof le ha ripetutamente chiesto se l’Iran costituisse o meno una minaccia imminente. “Non è responsabilità dell’intelligence community determinare quello che costituisce una minaccia per gli Stati Uniti”, ha detto ancora la direttrice della National Intelligence, provocando la reazione di Ossof. “E’ precisamente sua responsabilità stabilire che cosa rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti”, ha incalzato il democratico, sottolineando che in queste audizioni sulle minacce globali i vertici dell’intelligence sono tenuti a presentare al Congresso le informazioni in modo “oggettivo e indipendente da considerazioni politiche”. “Lei invece non risponde alla domanda, perché dare una risposta onesta alla commissione contraddirebbe quanto detto dalla Casa Bianca”, ha concluso il senatore.

Il regime iraniano ha subito pesanti colpi negli attacchi di Stati Uniti e Israele, ma resta “intatto” e potrà ricostruire il suo arsenale militare se sopravvive, è la valutazione fatta da Gabbard. La comunità dell’intelligence statunitense “ritiene che il regime in Iran sia intatto ma in gran parte degradato a causa degli attacchi alla sua leadership e alle sue capacità militari”.

“Le sue capacità di proiezione di potenza militare convenzionale sono state in gran parte distrutte, lasciando opzioni limitate. La posizione strategica dell’Iran è stata significativamente degradata”, è l’analisi, salvo poi avvertire: “Ciononostante, l’Iran e i suoi proxy continuano ad attaccare gli interessi statunitensi e alleati in Medio Oriente. La comunità dell’intelligence ritiene che se un regime ostile sopravvive, cercherà di avviare uno sforzo pluriennale per ricostruire le sue forze missilistiche e di droni”.

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