K metro 0 – Washington – Un tempo, la riproduzione era una semplice storia: lo spermatozoo dell’uomo incontra l’ovulo della donna. Si fondono per creare un embrione e nove mesi dopo nasce un bambino. Ma ora gli scienziati stanno cambiando le regole. Per la prima volta, un’équipe di ricercatori dell’Oregon Health & Science University (OHSU), guidata
K metro 0 – Washington – Un tempo, la riproduzione era una semplice storia: lo spermatozoo dell’uomo incontra l’ovulo della donna. Si fondono per creare un embrione e nove mesi dopo nasce un bambino.
Ma ora gli scienziati stanno cambiando le regole. Per la prima volta, un’équipe di ricercatori dell’Oregon Health & Science University (OHSU), guidata da Shoukhrat Mitalipov, ha creato ovuli umani a partire, da cellule della pelle.
La notizia ha fatto il giro del mondo. E richiama, inevitabilmente, l’attenzione di chi vive situazioni di infertilità. Ma, come spesso accade nella ricerca, è fondamentale distinguere la suggestione dai dati concreti.
Il risultato della ricerca presentato sulla rivista scientifica Nature Communications non è una scorciatoia per avere figli “in provetta” partendo dalla pelle. È piuttosto un passo tecnico che dimostra la possibilità di ridurre il corredo cromosomico di una cellula somatica fino a renderla, in linea teorica, compatibile con la fecondazione.
In altre parole, c’è ancora molta strada da fare. Questa tecnica, che potrebbe aiutare gli uomini che non hanno spermatozoi o le donne che non hanno ovuli, non è pronta per l’uso clinico. Ma ha fatto progredire il campo della gametogenesi in vitro (il processo di sviluppo dalle cellule germinali primordiali ai gameti ovvero alle cellule sessuali mature, capaci quindi di fecondare o di essere fecondate).
La tecnica potrebbe superare l’infertilità dovuta all’età avanzata o a malattie, utilizzando quasi tutte le cellule del corpo come punto di partenza per la vita, spiega James Gallagher, corrispondente scientifico della BBC. Potrebbe persino consentire alle coppie dello stesso sesso di avere un figlio geneticamente imparentato.
Il metodo richiede un notevole perfezionamento. Prima che una clinica per la fertilità possa anche solo prenderlo in considerazione, ci vorrà almeno un decennio. Finora, la tecnica è simile a quella utilizzata per creare la pecora Dolly, il primo mammifero clonato al mondo, nato nel 1996. Con tutte le inquietanti implicazioni possibili per la sua applicazione in campo umano …
Questa non è la prima volta che si tenta di creare gameti a partire da cellule somatiche. In esperimenti coi topi sono stati ottenuti spermatozoi e ovuli funzionanti a partire da cellule riprogrammate in laboratorio, e da questi gameti sono nati topolini vitali e in salute.
Nell’uomo, però, la sfida è molto più complessa. Lo studio pubblicato su Nature Communications ha mostrato che sono stati prodotti 82 ovuli funzionali, fecondati poi con spermatozoi e alcuni hanno raggiunto le prime fasi dello sviluppo embrionale. Nessuno si è sviluppato oltre i sei giorni.
Il tasso di successo della nuova tecnica di riproduzione è dunque bassissimo (circa il 9%). Su 82 ovuli ricostituiti, solo una piccola frazione ha raggiunto lo stadio di blastocisti (lo stadio di sviluppo dell’embrione, che si verifica circa 5-6 giorni dopo la fecondazione e che precede l’attecchimento e l’impianto nell’utero).
Altri limiti scientifici emersi sono le anomalie cromosomiche diffuse o aneuploidie (anomalie caratterizzate da alterazioni del numero dei cromosomi, cioè da un numero maggiore o minore di cromosomi rispetto al numero standard), condizione che porta a fallimenti d’impianto o a gravi malattie.
A questi si aggiungono imprinting ed epigenetica incerti (durante la gametogenesi naturale i cromosomi vengono “marchiati” con segnali chimici che regolano l’espressione genica: icreare questo passaggio in laboratorio è ancora molto difficile) e dipendenza da ovociti donati: la tecnica richiede comunque l’utilizzo di un ovocita umano come “guscio”, quindi non elimina la necessità di donazioni. Sono problemi enormi, che spiegano perché nessun ente regolatorio autorizzerebbe, oggi, un impiego clinico.
Nella pratica clinica di oggi la fecondazione assistita si basa su ovociti e spermatozoi naturali, e non ci sono scorciatoie immediate. Non solo. Ma accanto alle difficoltà scientifiche, si prospettano enormi problemi morali e giuridici. In Italia, ad esempio, la Legge 40/2004 stabilisce regole molto rigide sull’uso degli embrioni e sulla procreazione medicalmente assistita. Anche a livello europeo e statunitense le norme vietano qualsiasi impianto di embrioni ottenuti da esperimenti simili. Inoltre, l’uso di cellule somatiche per generare gameti solleva interrogativi complessi: chi sarebbe il “genitore biologico”? Quali rischi genetici si trasmetterebbero?
Comitati come il Nuffield Council on Bioethics invitano a mantenere la ricerca entro limiti precisi e a coinvolgere la società in un dibattito pubblico, prima ancora di pensare ad applicazioni cliniche.
Queste nuove frontiere della biotecnologia inoltre riscrivono anche le regole della genitorialità. La tecnica descritta oggi non deve necessariamente utilizzare le cellule cutanee di una donna, ma potrebbe utilizzare anche quelle di un uomo. Questo apre le porte alle coppie dello stesso sesso che hanno figli che sono geneticamente correlati a entrambi i partner. Ad esempio, in una coppia omosessuale maschile, la pelle di un uomo potrebbe essere utilizzata per produrre l’ovulo e lo sperma del partner maschile per fecondarlo.













