Ungheria, Orban apre all’Est europeo e Cina, possibili svolte dopo il voto

Ungheria, Orban apre all’Est europeo e Cina, possibili svolte dopo il voto

K metro 0 – Budapest – La cosiddetta “apertura verso Est” è una delle tante linee di frattura che si sono aperte – e allargate – tra l’Ungheria e l’Unione europea da quando Viktor Orban è primo ministro e che potrebbe vedere cambiamenti qualora le elezioni di domenica prossima dovessero portare al governo il leader dell’opposizione Peter Magyar.

K metro 0 – Budapest – La cosiddetta “apertura verso Est” è una delle tante linee di frattura che si sono aperte – e allargate – tra l’Ungheria e l’Unione europea da quando Viktor Orban è primo ministro e che potrebbe vedere cambiamenti qualora le elezioni di domenica prossima dovessero portare al governo il leader dell’opposizione Peter Magyar.

Annunciata per la prima volta nel 2012, l’apertura verso Est è una politica economico-commerciale che il governo di Budapest ha intrapreso con lo scopo dichiarato di diversificare il suo commercio estero promuovendo la crescita delle esportazioni verso i mercati asiatici, ma anche di potenziare gli investimenti asiatici in Ungheria. Oltre a rafforzare i partenariati economici con i Paesi extraeuropei, questa iniziativa si è prestata anche all’apertura di una nuova frontiera per gli obiettivi di politica estera ungheresi. Ciò è avvenuto in una stagione nella quale l’Ue ha cercato di rivedere i suoi rapporti con la Cina al fine di ridurre i rischi di fronte a quello che è diventato un “rivale sistemico” del blocco. Orban, invece, ha rivolto lo sguardo alle prospettive di crescita promesse dalle economie emergenti rispetto a un Occidente percepito come stagnante e impegnato a vincolare i suoi investimenti a condizioni politiche: dalla lotta alla corruzione al rispetto dello stato di diritto.

Questa apertura verso Est è culminata in decisioni quali l’adesione alla Nuova via della seta, l’iniziativa strategica cinese di sviluppo economico e infrastrutturale a cui l’Ungheria si è unita – prima in Europa – già a giugno 2015. Il presidente cinese Xi Jinping, inoltre, ha fatto visita in Ungheria a maggio 2024. Parte di un più ampio viaggio che ha avuto tappe anche in Francia e in Serbia, la visita di Xi a Budapest è servita alla firma di una serie di accordi ma anche, e soprattutto, a elevare le relazioni sino-ungheresi al livello di partenariato strategico globale, testimoniando l’apprezzamento di Pechino per gli sforzi di Budapest a mantenere viva una cooperazione tra Est e Ovest contro la prospettiva di una “guerra fredda economica”. Diverse società asiatiche ed europee hanno effettuato importanti investimenti in stabilimenti per la produzione di batterie in Ungheria. Nel quadro della politica di apertura verso l’Oriente, va inoltre letto anche l’intensificarsi della cooperazione tra l’Ungheria e gli Stati di lingua turcica dell’Asia centrale.

Se gli annunci degli investimenti alimentano la narrazione di un successo dell’apertura verso Est, le analisi quantitative sono più sobrie. I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) mostrano che, in termini di investimenti diretti esteri (Ide), il peso della Cina in Ungheria è sicuramente aumentato dal 2012 a oggi, ma resta lontano da quello, ad esempio, della Germania. I dati dell’Ocse indicano che lo stock degli Ide cinesi si aggira intorno al 3 per cento del totale in entrata in Ungheria, mentre gli investitori europei occidentali sono ancora responsabili di oltre il 60 per cento. Anche per quanto riguarda le esportazioni ungheresi verso i mercati asiatici, un’analisi del quotidiano economico online “Portfolio” mostra che parlare di una “offensiva” è quantomeno eccessivo. Nel 2008 il 9,4 per cento delle esportazioni ungheresi era indirizzato all’Asia, mentre nel 2025 la previsione è che il dato scenda al 7,3 per cento.

In questo quadro, un capitolo a parte meritano i rapporti – anche in questo caso politici oltre che economici – con la Russia. L’Ungheria ha mantenuto relazioni amichevoli con il Paese nonostante l’innalzarsi di una cortina sempre più alta tra Mosca e le altre capitali europee a causa dell’annessione della Crimea nel 2014 e, soprattutto, dell’invasione militare dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022 e tuttora in corso. I detrattori di Orban lo accusano di aver trasformato l’Ungheria in un “cavallo di Troia” russo che difende gli interessi di Mosca a Bruxelles. Non fanno che corroborare le critiche le recenti rivelazioni secondo cui il ministro degli Esteri Peter Szijjarto – che ha fatto visita nella capitale russa molte volte negli ultimi anni – avrebbe avuto frequenti conversazioni con l’omologo russo Sergej Lavrov a margine di riunioni europee riservate per tenerlo al corrente delle discussioni. Secondo quanto riportato dal portale “Politico”, inoltre, lo scorso dicembre Szijjarto e il ministro della Salute russo Mikhail Murashko hanno firmato un piano in dodici punti per espandere i legami economici, commerciali, energetici e culturali tra i due Paesi.

L’energia è un tema particolarmente rilevante nelle relazioni tra Mosca e Budapest. Orban ha costantemente ostacolato i tentativi dell’Ue di affrancare il continente dalla dipendenza dal petrolio e dal gas russi. Secondo un rapporto del Centro per lo studio della democrazia, le importazioni ungheresi di greggio russo sono persino aumentate: se nel 2021 rappresentavano il 61 per cento del totale, nel 2025 avrebbero raggiunto il 93 per cento. Non aiuta il fatto che gli Stati Uniti, lo scorso novembre, hanno concesso all’Ungheria esenzioni rispetto alle sanzioni sull’energia russa per un anno. Anche il leader dell’opposizione Magyar ha riconosciuto la delicatezza del tema, affermando durante la campagna elettorale che, in caso di vittoria, non interromperebbe immediatamente le importazioni energetiche dalla Russia, ma fisserebbe un orizzonte temporale per ridurle, indicato nel 2035. Il voto di domenica potrebbe quindi avere conseguenze significative non solo per la politica interna ungherese, ma anche per il posizionamento internazionale del Paese, le sue catene di approvvigionamento energetiche e i rapporti economici e commerciali dentro e fuori dall’Europa.

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