K metro 0 – Beirut – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu punta alla creazione di zone di sicurezza a Gaza, in Libano e in Siria, con l’obiettivo dichiarato di «cambiare il volto del Medio Oriente». Lo aveva affermato il 29 marzo, delineando una strategia che, secondo diversi esperti, segue una logica comune nei vari
K metro 0 – Beirut – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu punta alla creazione di zone di sicurezza a Gaza, in Libano e in Siria, con l’obiettivo dichiarato di «cambiare il volto del Medio Oriente». Lo aveva affermato il 29 marzo, delineando una strategia che, secondo diversi esperti, segue una logica comune nei vari fronti di guerra.
«Si tratta di un progetto che prevede la creazione di una sorta di “terra di nessuno” e che viene applicato in modo sistematico», spiega Daniel Meier, ricercatore di Sciences Po Grenoble a Franceinfo. Per Aurélie Daher, docente all’Università Paris-Dauphine ed esperta di Hezbollah, il filo conduttore è evidente: «Il metodo israeliano resta lo stesso: imporre la propria superiorità attraverso un uso massiccio della forza».
Nel Libano meridionale, intanto, i combattimenti e le distruzioni continuano. Il 25 maggio Netanyahu aveva annunciato l’intenzione di «intensificare» l’offensiva contro Hezbollah nel Paese dei Cedri.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato su X quella che ha definito «una feroce e condannabile aggressione israeliana», accusando Tel Aviv di aver ampliato le operazioni militari con la conquista della storica fortezza di Beaufort. In vista della riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convocata su richiesta della Francia, Aoun ha promesso di lavorare per «porre fine alle sofferenze del popolo libanese, in particolare della popolazione del Sud».
Secondo il Ministero della Salute libanese, dall’inizio dell’offensiva, il 2 marzo, gli attacchi israeliani hanno causato oltre 3.400 vittime nel Paese.
Le conseguenze di questa strategia sono profonde. «Non si può tornare a casa quando la casa non esiste più», osserva Meier. Le demolizioni hanno colpito non solo abitazioni, ma anche scuole, cimiteri e luoghi di culto, cancellando punti di riferimento essenziali per la vita delle comunità. La ricostruzione, avvertono gli esperti, richiederà anni.
«C’è la volontà di punire collettivamente gli abitanti del Libano meridionale e di provocare una catastrofe umanitaria, economica e politica», sostiene Ziad Majed, ricercatore franco-libanese e docente all’American University of Paris.
Per Majed, l’obiettivo non è soltanto militare: «Israele vuole lasciare un segno nella memoria di intere generazioni, dimostrare la propria forza e infliggere un trauma collettivo destinato a durare nel tempo».
A confermare questa lettura, secondo gli analisti, è anche la comunicazione dell’esercito israeliano, che pubblica regolarmente sui social video di villaggi distrutti durante le operazioni militari. «Il governo vuole trasmettere un’immagine di controllo e mostrare la propria capacità di colpire il nemico», spiega Daher.
Una strategia che ricorda da vicino quella già adottata durante il conflitto tra Israele e Hezbollah del 2024. In un rapporto pubblicato nel 2025, Amnesty International aveva denunciato l’uso di esplosivi e bulldozer per demolire infrastrutture civili, comprese abitazioni, moschee, cimiteri, strade, parchi e impianti sportivi.
Metodi simili sono stati impiegati anche nella Striscia di Gaza, devastata dalle operazioni militari israeliane. L’enclave palestinese, ridotta in gran parte a un cumulo di macerie, è stata indicata dal ministro della Difesa Israel Katz come un «esempio», secondo quanto riportato da Le Monde.
Tra le unità coinvolte figura la Brigata Givati, già impegnata nelle operazioni che hanno distrutto interi quartieri di Gaza. Dall’inizio di marzo la brigata è stata schierata anche nel Libano meridionale ed è stata tra le prime a diffondere immagini della città di Bint Jbeil devastata dai combattimenti.
Insomma la dottrina di Netanyahu nel Medio Oriente è creare “terre di nessuno” in nome della sicurezza. Dalla Striscia di Gaza al Libano: il filo rosso di una strategia che preoccupa l’Europa.













