K metro 0 – Caucaso – L’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha lanciato questa settimana un avvertimento che merita attenzione. Secondo Saakashvili, se il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan dovesse vincere le prossime elezioni parlamentari, il Cremlino potrebbe passare ad un “Piano B” per ristabilire la propria influenza sull’Armenia. Nel suo messaggio, Saakashvili ha anche
K metro 0 – Caucaso – L’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha lanciato questa settimana un avvertimento che merita attenzione. Secondo Saakashvili, se il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan dovesse vincere le prossime elezioni parlamentari, il Cremlino potrebbe passare ad un “Piano B” per ristabilire la propria influenza sull’Armenia.
Nel suo messaggio, Saakashvili ha anche criticato duramente il governo georgiano di Sogno Georgiano, sostenendo che Tbilisi potrebbe acconsentire ad eventuali richieste russe. Il riferimento non è casuale: l’Armenia non confina con la Federazione Russa e qualsiasi trasferimento terrestre di uomini e mezzi da nord dovrebbe necessariamente attraversare la Georgia. Ed è proprio qui che si inserisce il timore evocato da Saakashvili: quello di una nuova pressione russa sul Caucaso, capace di coinvolgere non solo Erevan ma anche Tbilisi.
Che lo scenario delineato dall’ex presidente georgiano sia realistico o meno, una questione appare evidente: le elezioni armene rappresentano molto più di una semplice consultazione nazionale. Riguardano il futuro equilibrio del Caucaso meridionale e, soprattutto, la capacità dell’Armenia di costruire un nuovo assetto strategico dopo anni di progressivo allontanamento da Mosca.
Negli ultimi anni Nikol Pashinyan ha infatti progressivamente allontanato Erevan dall’orbita politica russa. Un cambiamento che affonda le proprie radici nella guerra del Nagorno-Karabakh e soprattutto nella percezione, diffusa tra molti armeni, di essere stati abbandonati dalla Russia nel momento più delicato.
Per decenni l’Armenia è stata uno degli alleati più fedeli del Cremlino nello spazio post-sovietico. La presenza militare russa sul territorio, la partecipazione alle strutture di sicurezza guidate da Mosca e la storica dipendenza strategica da quest’ultima sembravano elementi destinati a durare nel tempo.
La sconfitta nel Karabakh ha però cambiato molte cose. Mentre l’Azerbaigian consolidava le proprie conquiste con il sostegno della Turchia, la Russia appariva sempre più concentrata sul fronte ucraino. A Erevan si è diffusa la convinzione che le garanzie di sicurezza offerte da Mosca fossero molto meno solide di quanto si fosse creduto per anni.
Da allora Pashinyan ha moltiplicato i segnali di apertura verso l’Occidente. I rapporti con il Cremlino si sono deteriorati progressivamente e non sono mancati momenti di forte tensione politica e diplomatica con Vladimir Putin. Parallelamente, diversi Paesi europei hanno intensificato la propria presenza nel Paese. Anche segnali apparentemente limitati, come il rafforzamento della cooperazione bilaterale nel settore della difesa da parte di alcuni Paesi europei, Italia inclusa, vanno letti nel quadro di una tendenza più ampia.
Tuttavia, immaginare un’Armenia ormai completamente sganciata da Mosca sarebbe un errore. Nonostante il deterioramento dei rapporti politici, le dipendenze economiche, energetiche e di sicurezza restano profonde. Gazprom continua a controllare la rete nazionale del gas attraverso la propria filiale locale. La centrale nucleare di Metsamor, costruita in epoca sovietica e situata in una zona ad elevato rischio sismico, produce ancora una quota significativa dell’elettricità del Paese e dipende largamente da combustibile, tecnologia e assistenza tecnica russi.
Anche sul piano della sicurezza il quadro è estremamente complesso. Nel Paese operano ancora militari russi, guardie di frontiera dell’FSB e strutture di cooperazione ereditate dall’era post-sovietica. Allo stesso tempo, sono aumentate le missioni europee, le collaborazioni con Paesi NATO e le iniziative di cooperazione occidentale. L’Armenia si trova oggi in una posizione quasi unica: un sistema di sicurezza nel quale componenti russe e occidentali convivono, talvolta in equilibrio, talvolta in aperta competizione.
A complicare ulteriormente il quadro vi è l’Iran. Mentre l’attenzione internazionale si concentra sul confronto tra Erevan e Mosca, Teheran continua ad essere un partner imprescindibile per l’Armenia. I soli 44 chilometri di confine tra i due Paesi rappresentano l’unico accesso diretto verso sud non controllato né dalla Turchia né dall’Azerbaigian. Da anni Armenia e Iran collaborano nel settore energetico attraverso accordi di scambio tra gas ed elettricità, mentre il territorio iraniano costituisce una delle principali vie di collegamento commerciale per un Paese geograficamente isolato.
Questo crea un paradosso geopolitico: L’Armenia cerca un progressivo avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non può permettersi di compromettere i rapporti con Teheran. Per l’Iran, inoltre, Erevan rappresenta un importante contrappeso all’asse Ankara-Baku e una finestra strategica sul Caucaso meridionale.
In qualsiasi valutazione degli equilibri caucasici, anche il ruolo della Turchia merita particolare attenzione. Negli ultimi anni Ankara ha consolidato la propria posizione attraverso la partnership strategica con l’Azerbaigian, il sostegno militare fornito durante le guerre del Karabakh e una crescente proiezione economica e politica nella regione. Per la Russia, una progressiva perdita di influenza sull’Armenia non significherebbe soltanto un avanzamento occidentale, ma anche un ulteriore rafforzamento della presenza turca nel Caucaso meridionale.
Dal punto di vista del Cremlino, la perdita dell’Armenia avrebbe quindi un valore che va ben oltre il singolo Paese. Dopo oltre quattro anni di guerra in Ucraina, Mosca non può permettersi di assistere passivamente ad un ulteriore arretramento della propria influenza nello spazio ex sovietico. Il Caucaso rappresenta uno snodo strategico tra Russia, Turchia, Iran, Europa e Asia Centrale.
Ma esiste anche una dimensione economica spesso sottovalutata. Dopo il 2022, l’Armenia è diventata uno dei principali punti di transito commerciale tra la Russia e i mercati internazionali. L’esplosione delle riesportazioni, dei flussi di beni ad alta tecnologia, del commercio di metalli preziosi e dei movimenti finanziari regionali ha attirato l’attenzione di governi occidentali e specialisti delle sanzioni.
La sua posizione geografica, stretta tra Russia e Iran – entrambi sottoposti a pesanti regimi sanzionatori occidentali – ha trasformato Erevan in un nodo logistico e commerciale di crescente importanza. Per Mosca rappresenta una delle porte ancora aperte verso l’economia globale; per Teheran costituisce un collegamento privilegiato verso il Caucaso e, indirettamente, verso i mercati europei.
Per il Cremlino, dunque, perdere influenza su Erevan non significherebbe soltanto vedere allontanarsi uno storico alleato post-sovietico. Significherebbe anche compromettere uno dei corridoi economici che negli ultimi anni hanno contribuito ad attenuare gli effetti dell’isolamento internazionale della Russia. L’Armenia non è soltanto una questione di prestigio geopolitico: è un tassello concreto delle reti commerciali, finanziarie ed energetiche che collegano ancora Mosca al mondo esterno.
È qui che l’avvertimento di Saakashvili assume rilevanza. Questo non significa che la Russia stia preparando un intervento militare o che le sue previsioni siano destinate ad avverarsi. Alla luce delle attuali condizioni regionali, appare anzi improbabile immaginare scenari militari convenzionali.
Più realisticamente, Mosca potrebbe fare leva sugli strumenti che ha storicamente utilizzato nello spazio post-sovietico: pressione economica, influenza mediatica, sostegno a forze politiche favorevoli al mantenimento dei legami con la Russia, utilizzo delle dipendenze energetiche o sfruttamento delle divisioni interne alla società armena. Non a caso, è proprio l’esperienza georgiana che sembra informare gran parte delle preoccupazioni espresse oggi da Saakashvili. Strumenti meno visibili dei carri armati, ma spesso molto più efficaci nel condizionare gli equilibri politici di un Paese.
Allo stesso tempo, occorre interrogarsi sulla reale capacità del Cremlino di invertire il corso degli eventi. La guerra in Ucraina ha assorbito enormi risorse militari, economiche e politiche. La Russia conserva certamente leve importanti in Armenia, ma dispone della stessa libertà d’azione che aveva dieci o quindici anni fa? La questione potrebbe quindi non essere tanto se Mosca voglia impedire l’allontanamento di Erevan, quanto se disponga ancora dei mezzi necessari per riuscirci.
Anche il concetto stesso di “Occidente” richiede alcune precisazioni. Stati Uniti, Unione Europea, Francia e altri attori europei condividono spesso obiettivi simili, ma dispongono di strumenti, priorità e livelli di coinvolgimento molto diversi. La Francia ha assunto una posizione particolarmente attiva nei confronti dell’Armenia, mentre altri Paesi europei mantengono un approccio più prudente. Gli Stati Uniti, dal canto loro, devono bilanciare il dossier caucasico con numerose altre priorità globali. Parlare di sostegno occidentale implica quindi una pluralità di attori le cui strategie non coincidono necessariamente.
Allo stesso tempo, sarebbe sbagliato trarre una conclusione opposta: la soluzione non può essere quella di auspicare la vittoria di candidati filorussi per evitare reazioni da parte di Mosca. Le elezioni armene appartengono agli armeni e nessuna potenza esterna dovrebbe determinarne il risultato.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo immaginare che l’Armenia possa essere lasciata sola. La geografia del Caucaso non è cambiata. L’Armenia continua a trovarsi tra Azerbaigian, Turchia, Iran e Russia, in una delle aree più instabili dell’Eurasia. Se l’Occidente intende sostenere il percorso intrapreso da Erevan, dovrà essere pronto ad assumersi anche parte delle responsabilità strategiche che ne derivano. Il precedente georgiano del 2008 resta, da questo punto di vista, un monito evidente.
Ed è proprio qui che la riflessione di Saakashvili va oltre le elezioni armene e oltre il possibile “Piano B” del Cremlino. La vera questione non è se l’Armenia stia cercando di allontanarsi dalla Russia. Questo processo è già in corso da anni ed è ormai evidente. La domanda centrale è un’altra: una volta prese le distanze da Mosca, quale equilibrio strategico intende costruire Erevan?
Nessun attore occidentale appare oggi disposto o in grado di sostituire integralmente il ruolo che la Russia ha svolto per decenni sul piano energetico, economico e militare. Allo stesso tempo, l’Armenia non può ignorare la propria dipendenza dall’Iran, né la crescente influenza della Turchia e dell’Azerbaigian nella regione.
Per Erevan, la sfida non consiste semplicemente nello scegliere tra Russia e Occidente. Consiste nel costruire un nuovo equilibrio in una delle regioni più complesse dell’Eurasia senza ritrovarsi isolata nel momento in cui le vecchie garanzie di sicurezza vengono meno.
Ed è forse proprio questo il punto più interessante sollevato, implicitamente, da Saakashvili. La questione non è soltanto come allontanarsi da Mosca, ma cosa accade dopo. Chi garantisce la sicurezza dell’Armenia se il rapporto con la Russia continua a deteriorarsi? Chi è disposto ad assumersi i costi politici, economici e militari di un sostegno duraturo a Erevan?
Negli ultimi vent’anni, diversi Paesi dello spazio post-sovietico hanno cercato di ridurre la propria dipendenza dal Cremlino. Tuttavia, il percorso verso l’Occidente non si è sempre tradotto in garanzie di sicurezza chiare e immediate. La Georgia nel 2008 e l’Ucraina negli anni successivi hanno mostrato quanto possa essere difficile trovarsi in una zona grigia, troppo distante da Mosca per restare sotto la sua protezione, ma non abbastanza integrati nelle strutture occidentali da beneficiare di una protezione equivalente.
L’Armenia rischia oggi di trovarsi davanti ad un dilemma simile. Per questo motivo la domanda posta da Saakashvili va oltre le prossime elezioni e oltre il destino politico di Pashinyan. Non riguarda soltanto la capacità della Russia di mantenere la propria influenza nel Caucaso. Riguarda soprattutto la capacità dell’Armenia di evitare di trasformarsi
nell’ennesimo Stato sospeso tra due sfere di influenza, senza appartenere pienamente a nessuna delle due. Perché allontanarsi dalla Russia è una scelta. Costruire un’alternativa credibile, sostenibile e sufficientemente forte da scoraggiare eventuali pressioni esterne è un’altra questione.
di Giordano Gomato – Analista politico













