Nato: il vertice di Ankara misurerà punti di contatto e divergenze nel rapporto fra Europa e Usa

Nato: il vertice di Ankara misurerà punti di contatto e divergenze nel rapporto fra Europa e Usa

K metro 0 – Ankara – La Nato arriva al vertice di Ankara con un’agenda fitta e un equilibrio politico sempre più complesso nel rapporto fra alleati europei e Stati Uniti. Il 7 e 8 luglio i leader dei 32 Paesi membri si ritroveranno nella capitale turca per discutere di spesa militare, industria della difesa,

K metro 0 – Ankara – La Nato arriva al vertice di Ankara con un’agenda fitta e un equilibrio politico sempre più complesso nel rapporto fra alleati europei e Stati Uniti. Il 7 e 8 luglio i leader dei 32 Paesi membri si ritroveranno nella capitale turca per discutere di spesa militare, industria della difesa, sostegno all’Ucraina, sicurezza del fianco Sud e rapporti con gli Stati Uniti. Sullo sfondo resta la questione che riguarda, di fatto, tutti i dossier: come rafforzare la deterrenza dell’Alleanza mentre Washington chiede agli europei di assumersi una quota maggiore dei costi e delle responsabilità della sicurezza comune. Il vertice sarà ospitato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan presso il complesso presidenziale di Bestepe.

Secondo il programma ufficiale della Nato, i lavori si apriranno il 7 luglio con il Defence Industry Forum, dedicato alla cooperazione industriale e alla produzione di capacità militari. Nella stessa giornata sono previsti gli interventi del segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, e del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, oltre alle riunioni dei ministri degli Esteri e della Difesa e alla cena dei capi di Stato e di governo. L’8 luglio si terrà la sessione principale del Consiglio Nord Atlantico a livello di leader, seguita dalla conferenza stampa conclusiva di Rutte. Il primo tema sul tavolo sarà la spesa per la difesa. Al vertice dell’Aia del 2025 gli alleati hanno assunto l’impegno di portare entro il 2035 gli investimenti complessivi per difesa e sicurezza al 5 per cento del Pil. La soglia comprende un 3,5 per cento destinato alle esigenze militari fondamentali e un ulteriore 1,5 per cento legato a voci più ampie, come infrastrutture critiche, resilienza civile, cybersicurezza, innovazione e rafforzamento della base industriale. La formula consente ai governi europei di includere nel calcolo anche spese non strettamente militari, ma resta politicamente delicata: molti Paesi devono fare i conti con vincoli di bilancio, opinioni pubbliche poco favorevoli a nuovi aumenti della spesa militare e apparati industriali ancora incapaci di produrre ai ritmi richiesti dal nuovo contesto strategico.

Rutte ha già indicato la linea che porterà ad Ankara: più investimenti, più produzione, più capacità operative. Il segretario generale ha chiesto agli alleati piani “chiari, concreti e credibili” per raggiungere il nuovo obiettivo del 5 per cento e ha presentato il maggiore contributo europeo come una condizione necessaria per mantenere forte il legame transatlantico. La questione, però, non è solo finanziaria. La Nato dovrà dimostrare di saper tradurre rapidamente l’aumento della spesa in munizioni, capacità missilistiche e di difesa aerea, sistemi di sorveglianza, logistica, comando e controllo, scorte e tecnologie autonome. Per questo il Defence Industry Forum avrà un peso politico superiore rispetto ai precedenti appuntamenti industriali dell’Alleanza. La Nato vuole spingere gli alleati verso appalti congiunti, accordi di co-produzione, investimenti più stabili e una maggiore integrazione tra governi, industrie e innovatori. Le priorità indicate riguardano in particolare Spazio, sorveglianza, difesa aerea e missilistica integrata, capacità di strike e produzione continuativa di munizioni. Il punto è ormai evidente: la deterrenza non dipende soltanto dagli stanziamenti annunciati, ma dalla capacità di trasformare quei fondi in mezzi disponibili, interoperabili e rapidamente impiegabili.

L’Ucraina sarà l’altro grande capitolo del vertice. Zelensky arriverà ad Ankara con una richiesta chiara: continuità nel sostegno militare, nuove forniture di difesa aerea e maggiori garanzie sulla prevedibilità degli aiuti. A quanto si apprende, la dichiarazione finale già concordata a livello di sherpa dovrebbe impegnare gli alleati a fornire a Kiev 70 miliardi di euro in assistenza militare, equipaggiamenti e addestramento nel 2026, con livelli almeno equivalenti nel 2027. Una parte del sostegno dovrebbe essere coperta dagli europei e dal Canada, mentre gli Stati Uniti manterrebbero un ruolo essenziale soprattutto per sistemi e componenti che restano difficilmente sostituibili, a partire dagli intercettori e dalle capacità legate alle batterie Patriot. Questa impostazione fotografa il nuovo equilibrio interno all’Alleanza. Gli europei sono chiamati a pagare di più e a sostenere in modo più stabile lo sforzo ucraino, ma Kiev continua ad avere bisogno di tecnologie, intelligence, logistica e sistemi statunitensi. La Nato cercherà di presentare questa divisione del lavoro come un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Restano però alcuni elementi di criticità: se l’aumento del contributo europeo non sarà accompagnato dalla continuità delle forniture statunitensi sulle capacità strategiche, il sostegno all’Ucraina rischierà di restare esposto alle oscillazioni politiche di Washington.

Proprio i rapporti fra Stati Uniti ed Europa rappresentano il dossier più sensibile del vertice. Il presidente Donald Trump arriverà ad Ankara dopo settimane di nuove tensioni con gli alleati, comprese quelle con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alimentate dalla guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran, dalle richieste americane di un maggiore contributo europeo e dal riesame della postura militare statunitense nel continente. Washington spinge per un trasferimento più consistente di responsabilità operative e finanziarie agli europei. Diversi governi dell’Alleanza condividono la necessità di rafforzare il pilastro europeo, ma temono che una riduzione troppo rapida dell’impegno statunitense possa creare vuoti difficili da colmare nel breve periodo. La dichiarazione finale dovrebbe riaffermare l’impegno “ferreo” alla difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington. Sarà un passaggio politicamente necessario, soprattutto alla luce dei dubbi ricorrenti sulla prevedibilità della linea Usa. L’articolo 5, peraltro, si basa anche su capacità concrete: forze di rapido intervento, comandi efficienti, scorte di munizioni e armamenti sufficienti, difesa aerea integrata, intelligence, mobilità militare e logistica. È su questo terreno che il vertice di Ankara dovrà misurare la distanza tra le promesse e la realtà operativa dell’Alleanza.

Anche il dossier Iran entrerà nella discussione. Dopo la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Trump ha accusato gli alleati europei di non aver sostenuto abbastanza Washington. Secondo quanto si apprende, la bozza della dichiarazione finale dovrebbe affermare che Teheran non deve mai dotarsi di un’arma nucleare e chiedere il pieno rispetto della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Rutte ha già indicato la sicurezza di Hormuz come un elemento centrale per la stabilità energetica e marittima, richiamando anche le iniziative coordinate da Francia e Regno Unito. Per la Nato, il tema va oltre la crisi mediorientale: il controllo delle rotte marittime, la sicurezza energetica e la protezione delle infrastrutture critiche sono sempre più parte della deterrenza complessiva dell’Alleanza. Il vertice avrà inoltre una forte dimensione turca. Erdogan punta a valorizzare il ruolo della Turchia come secondo esercito della Nato, potenza del Mar Nero, attore mediterraneo e Paese con un’industria della difesa in crescita. Ankara cercherà di sfruttare il summit per chiedere la rimozione delle restrizioni al commercio della difesa tra alleati, rilanciare il dossier sugli F-35 con Washington e rafforzare la cooperazione industriale con i partner europei. Nei giorni precedenti il vertice, Erdogan ha avuto anche un colloquio telefonico con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante il quale ha sottolineato l’interesse turco a sviluppare i rapporti con l’Italia, in particolare nel settore della difesa.

L’Italia arriverà ad Ankara con una linea costruita su tre elementi: aumento graduale della spesa, interpretazione ampia del concetto di sicurezza e attenzione al fianco Sud. Meloni ha annunciato che Roma si presenterà al vertice con un livello di spesa pari al 2,8 per cento del Pil per difesa e sicurezza nel 2026, con un incremento di circa 0,71 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Una parte rilevante di quest’aumento deriva dall’inclusione di spese legate alla sicurezza interna, comprese alcune funzioni di polizia, sulla base delle nuove regole Nato che permettono di contabilizzare voci prima escluse. La premier ha cercato di spostare il dibattito dal solo dato percentuale alla qualità della spesa. Il ragionamento italiano è che la guerra contemporanea non si può misurare soltanto attraverso carri armati, aerei e navi, ma deve includere droni, satelliti, dati, cybersicurezza, infrastrutture critiche, protezione energetica e resilienza civile. È una linea coerente con l’interesse nazionale italiano, ma non priva di rischi politici. Gli alleati più esposti alla minaccia russa potrebbero considerare insufficiente una crescita della spesa che non produca rapidamente nuove capacità militari convenzionali. Il secondo punto della posizione italiana riguarda il concetto allargato di sicurezza. Roma vuole valorizzare nel quadro Nato la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, la cybersicurezza, il controllo dei confini, la resilienza delle catene di approvvigionamento e la capacità di risposta alle emergenze. È su questa impostazione che il governo costruisce il percorso verso l’obiettivo del 5 per cento del Pil entro il 2035: una parte di spesa militare tradizionale e una quota di spesa per sicurezza più ampia. La sfida sarà convincere gli alleati che questa flessibilità non rappresenta un espediente contabile, ma un contributo effettivo alla sicurezza collettiva.

Il terzo elemento della posizione italiana è il fianco Sud. L’Italia punta a evitare che il vertice sia assorbito interamente dal fronte orientale e dall’Ucraina. Mediterraneo, Nord Africa, Medio Oriente, energia, migrazioni, terrorismo, instabilità regionale e sicurezza marittima restano per Roma dossier essenziali per la Nato. Secondo fonti diplomatiche italiane, nella dichiarazione finale dovrebbe essere richiamata l’attenzione al fianco Sud anche grazie alle pressioni esercitate dal nostro Paese. Sul piano diplomatico, l’Italia cercherà di mantenere un equilibrio fra fedeltà atlantica e richiesta di maggiore responsabilità europea. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito l’importanza strategica dei rapporti con Washington, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha cercato di ridimensionare il rischio di tensioni al vertice, sostenendo che l’appuntamento di Ankara è stato preparato per produrre un risultato positivo e che ogni Paese arriverà avendo compiuto una parte del percorso promesso. La linea italiana sarà quindi quella di un alleato affidabile, favorevole al rafforzamento europeo dentro la Nato ma contrario a rotture o accelerazioni traumatiche nel rapporto con gli Stati Uniti. Il vertice di Ankara servirà quindi a misurare quanto l’Alleanza sia pronta a passare dalla fase degli impegni a quella dell’attuazione concreta. Sopra tutti i dossier aleggia il rapporto con Washington: pur restando per la maggioranza degli alleati un perno indispensabile della sicurezza euro-atlantica, gli Stati Uniti insistono su una Nato sempre meno dipendente dal loro contributo diretto.

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