K metro 0 – Berlino – Per anni si sono chiamati tra loro ” la scuola guida tedesca per esperti”. Un nome in codice innocuo, quasi goliardico, dietro il quale si nascondeva una delle reti di violenza sessuale organizzata più estese mai scoperte in Europa. Un’inchiesta dell’Associated Press ha ricostruito come decine di uomini, per lo
K metro 0 – Berlino – Per anni si sono chiamati tra loro ” la scuola guida tedesca per esperti”. Un nome in codice innocuo, quasi goliardico, dietro il quale si nascondeva una delle reti di violenza sessuale organizzata più estese mai scoperte in Europa. Un’inchiesta dell’Associated Press ha ricostruito come decine di uomini, per lo più cinesi, residenti in Germania, abbiano usato Telegram per anni per scambiarsi consigli su come drogare e violentare donne – quasi sempre cinesi – documentando gli abusi con foto e video delle vittime incoscienti.
Il vocabolario utilizzato era un gergo criptato mutuato dalle autoscuole: le donne erano “auto”, i sedativi “carburante”, lo stupro “guida”. Le vittime venivano chiamate” maiali morti”. Non un’iperbole giornalistica: la definizione compare nelle carte dei processi tedeschi. La Germania non si è accorta di nulla per anni. Le indagini sono partite solo nel 2024, dopo che un uomo di Francoforte, indicato come Dapeng Z, ha smesso di drogare conoscenti per rivolgersi a sconosciute contattate on line. Arrestato nel 2024, é stato condannato a febbraio a 14 anni per stupro aggravato, tentato omicidio ed altri reati. Sentenza che ha appellato.
Le indagini hanno consentito di risalire a due dozzine di chat, alcune attive dal 2020. Il nucleo centrale della rete contava otto persone, ma alcuni gruppi arrivavano a 50mila iscritti.
Il numero reale delle vittime resta sconosciuto. Le autorità non lo hanno reso pubblico, e soprattutto molte donne non sanno di essere state aggredite, non hanno consapevolezza di ciò che hanno subito.
Che le vittime designate fossero quasi sempre donne cinesi, e che il caso in Cina abbia ricevuto una copertura molto tiepida, non è un dettaglio marginale. E’ la conferma di un pattern che il movimento #Me Too cinese conosce da anni. Dal 2018 in poi ogni tentativo di dar voce collettiva alla violenza sessuale in Cina- dall’hashtag #WoYeShi, presto oscurato su Weibo e sostituito dal codice ” coniglio di riso” per aggirare la censura. fino al caso della tennista Peng Shuai, scomparsa dai radar pubblici dopo aver accusato un ex vicepremier- si è scontrato con un doppio muro: quello dello Stato che tratta l’attivismo femminista come sovversione (la giornalista Huang Xueqin è stata condannata a cinque anni di carcere per “sovversione del potete statale” dopo aver contribuito a diffondere denunce di abusi), e quello di una società ancora fortemente patriarcale, dove i tribunali respingono nella maggioranza dei casi le rare denunce che arrivano a processo. In questo contesto una rete di uomini che per anni ha trasformato lo stupro di massa in un gioco di gruppo con tanto di gergo interno, non genera un dibattito pubblico paragonabile a quello suscitato in Francia dal caso Pelicot. Semmai produce l’ennesimo caso di silenzio amministrato. Non è una specificità ” esotica” da guardare con distacco orientalista- è misoginia strutturale, sostenuta da un apparato statale che ha trasformato l’attivismo per i diritti delle donne, in un rischio penale.
Sul fronte opposto, quello della piattaforma che ha ospitato per anni queste chat, qui ci troviamo di fronte ad una questione normativa. Telegram continua a sostenere di restare sotto la soglia dei 45 milioni di utenti mensili nell’Unione che farebbe scattare la supervisione diretta della Commissione come “very large on line platform” ai sensi del Digital Services Act- una soglia che secondo un’inchiesta della piattaforma investigativa Follow the MOney, l’azienda avrebbe artificialmente tenuto bassa nei conteggi comunicati all’autorità di Bruxelles. Il risultato è che Telegram resta oggi sotto la vigilanza leggera del regolatore belga BIPT anzichè sotto quella assai più stringente dell’Unione. E’ in questa zona grigia tra chat tecnicamente private ma di fatto di massa che la rete tedesca ha potuto agire indisturbata per almeno sei anni.
Il paragone con il caso Pelicot è automatico e difatti i media così lo hanno tracciato. Gisele, drogata e violentata ripetutamente dal marito e da estranei da lui invitati, è diventata il simbolo delle violenze sulle donne; la premeditazione collettiva e la banalità del male in chat di gruppo l’elemento più inquietante. Ma le analogie finiscono qui. Perché mentre il caso francese ha generato una mobilitazione pubblica, quello tedesco è rimasto ai margini della conversazione europea.
La rete non è isolata. A los Angeles un dottorando cinese è stato accusato di aver drogato e violentato tre donne, dopo essersi procurato le sostanze da un connazionale in Germania. Nei Paesi Bassi quattro uomini sono stati arrestati per fatti analoghi . Ed è proprio su questa dimensione transnazionale che punta Europol che la settimana scorsa ha lanciato il “Progetto Medusa”: un’operazione internazionale guidata da Germania e Regno Unito per smantellare le reti on line che promuovono aggressioni sessuali facilitate da droghe ed ha già portato a 57 arresti.
Restano un paio di domande aperte e forse le più scomode: quanto a lungo un vuoto normativo possa continuare a proteggere una piattaforma che sa e non dice; e quanto a lungo uno Stato possa continuare a trattare la violenza sistemica contro le donne come un problema di ordine pubblico interno, anziché per quello che è.













