Dal 1° gennaio le merci più inquinanti importate nell’Unione pagano un prezzo per le emissioni prodotte durante la loro fabbricazione. La Russia ha fatto ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio e la Cina promette contromisure, mentre da Londra ad Ankara fino a Brasilia molti governi si stanno attrezzando con sistemi simili. K metro 0 – Bruxelles
Dal 1° gennaio le merci più inquinanti importate nell’Unione pagano un prezzo per le emissioni prodotte durante la loro fabbricazione. La Russia ha fatto ricorso all’Organizzazione mondiale del commercio e la Cina promette contromisure, mentre da Londra ad Ankara fino a Brasilia molti governi si stanno attrezzando con sistemi simili.
K metro 0 – Bruxelles – Il 12 giugno i ministri delle finanze dell’Unione europea hanno concordato la posizione da portare al negoziato con il Parlamento per allargare il campo di applicazione del CBAM, il meccanismo che dal 1° gennaio di quest’anno fa pagare alle merci importate in Europa un prezzo per l’anidride carbonica emessa durante la loro produzione. Oggi il sistema riguarda sei famiglie di materiali e prodotti di base: cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. La proposta in discussione, che dovrebbe applicarsi dal 1° gennaio 2028, lo estenderà a circa 180 categorie di merci finite ad alto contenuto di acciaio e alluminio, come macchinari, automobili ed elettrodomestici, e la posizione del Consiglio aggiunge alla lista circa 200 ulteriori codici doganali.
Per capire perché questa sigla stia agitando i governi di mezzo mondo serve un passo indietro. Le industrie europee più inquinanti pagano da tempo le proprie emissioni di gas serra attraverso il sistema ETS, un mercato in cui ogni tonnellata di CO2 emessa ha un prezzo e chi inquina deve comprare un permesso corrispondente. Questo schema creava però uno squilibrio: un’acciaieria tedesca sostiene quel costo, una concorrente extraeuropea che produce con il carbone no, e il rischio era che le produzioni più inquinanti si spostassero semplicemente fuori dai confini dell’Unione, con le stesse emissioni globali e meno industria in Europa. Il fenomeno ha un nome tecnico, carbon leakage, e il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) è la risposta che l’Unione ha scelto: chi importa paga alla frontiera lo stesso prezzo del carbonio che avrebbe pagato producendo in Europa, dedotto quanto eventualmente già versato nel paese d’origine.
Nella pratica gli importatori acquistano certificati il cui valore segue quello del mercato ETS: nel primo trimestre del 2026 il prezzo era di 75,36 euro per tonnellata di CO2. Chi importa meno di 50 tonnellate di merce all’anno è esentato, la prima dichiarazione annuale andrà presentata entro maggio 2027 e in parallelo le industrie europee perderanno gradualmente, da qui al 2034, i permessi gratuiti di cui hanno goduto finora.
Fin dall’inizio, però, la portata del meccanismo è andata oltre la contabilità doganale. È la prima volta che un blocco economico applica il proprio prezzo del carbonio alle merci degli altri, e il regolamento contiene una leva che rende la scelta contagiosa: chi ha già pagato una tassa sul carbonio a casa propria la detrae dal conto europeo. Per i governi dei paesi esportatori il calcolo diventa quasi obbligato, perché tassare le emissioni internamente permette di trattenere un gettito che altrimenti finirebbe nel bilancio dell’Unione, dove i proventi del CBAM sono classificati tra le nuove risorse proprie. Secondo le stime del think tank Sandbag, i soli prodotti cinesi varrebbero circa un miliardo di euro all’anno, quelli sudcoreani mezzo miliardo, quelli giapponesi quasi trecento milioni.
Le proteste sono arrivate puntuali e da più direzioni. I paesi BRICS, nella dichiarazione finale del vertice di Kazan dell’ottobre 2024, hanno respinto le “misure protezionistiche unilaterali, punitive e discriminatorie” adottate a loro giudizio con il pretesto della tutela ambientale, citando espressamente i meccanismi di adeguamento del carbonio alle frontiere. La Russia ha portato la questione davanti all’Organizzazione mondiale del commercio nel maggio 2025, con il primo ricorso formale contro il CBAM (la controversia DS639), e Bruxelles ha risposto con una mossa procedurale rara, rifiutando le consultazioni perché ritenute inutili in partenza. Il 1° gennaio 2026, giorno dell’entrata a regime del meccanismo, il ministero del Commercio cinese lo ha definito “iniquo e discriminatorio”, contestando i valori standard di emissione attribuiti ai prodotti cinesi e annunciando tutte le contromisure necessarie a difendere i propri interessi, con un’opposizione esplicita all’estensione del 2028. La Commissione europea respinge le accuse e sostiene che il criterio, essendo ambientale e identico per produttori interni ed esterni, rispetta pienamente le regole del commercio multilaterale.
Guardando ai fatti, comunque, la protesta convive con l’imitazione. Il Regno Unito e la Norvegia introdurranno un proprio meccanismo alla frontiera dal 2027, la Turchia ha avviato un sistema pilota di scambio dei permessi di emissione costruito in dialogo con le regole europee, il Brasile ha approvato la legge che istituisce il suo mercato del carbonio, il Giappone ha reso obbligatorio il proprio sistema per oltre settecento grandi imprese e il Marocco lavora a uno strumento nazionale. L’ultimo rapporto della Banca mondiale sul tema conta 87 politiche di prezzo del carbonio attive nel mondo, per una copertura pari al 29 per cento delle emissioni globali, con la crescita più recente trainata da paesi come India, Giappone e Vietnam. Le distanze restano ampie: una tonnellata di CO2 costa in media 68 dollari tra Europa e Asia centrale, contro una media mondiale di 21 dollari, e su quel divario si giocheranno i prossimi negoziati.
Nei prossimi mesi ci sono almeno due passaggi da seguire. Il primo è il negoziato tra Parlamento e Consiglio sull’estensione del 2028, quella contro cui Pechino ha già annunciato la propria opposizione. Il secondo è l’atto con cui la Commissione stabilirà come riconoscere i prezzi del carbonio pagati nei paesi terzi, messo in consultazione pubblica a maggio: da quelle regole dipenderà quanto il meccanismo spingerà davvero gli altri paesi a tassare le proprie emissioni. Il CBAM riguarda direttamente solo le importazioni europee di sei famiglie di prodotti, eppure è bastato a spostare la discussione sul clima dai vertici delle Nazioni Unite ai tavoli doganali. Chi fissa per primo il prezzo del carbonio definisce lo standard con cui tutti gli altri dovranno fare i conti.
di Cristina Bordignon
Cristina Bordignon si occupa di strategie di sostenibilità e finanza sostenibile per Baldi Finance.
Fonti principali: posizione negoziale Consiglio Ecofin 12 giugno 2026; Regolamento (UE) 2023/956 e Regolamento (UE) 2025/2083; Dichiarazione di Kazan, XVI vertice BRICS, ottobre 2024, par. 83; controversia WTO DS639 (maggio 2025); dichiarazione del Ministero del Commercio della RPC, 1° gennaio 2026; stime Sandbag sul gettito; World Bank, State and Trends of Carbon Pricing (ultima edizione).













