K metro 0 – New York – A New York, quasi tutto il mondo continua a sedersi nella stessa sala. Ma non è detto che appartenga ancora allo stesso ordine. È questa, forse, l’immagine più eloquente delle prime giornate dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite: gli Stati continuano a incontrarsi sotto lo stesso tetto, mentre
K metro 0 – New York – A New York, quasi tutto il mondo continua a sedersi nella stessa sala. Ma non è detto che appartenga ancora allo stesso ordine. È questa, forse, l’immagine più eloquente delle prime giornate dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite: gli Stati continuano a incontrarsi sotto lo stesso tetto, mentre gli equilibri che per decenni hanno dato forma alla politica internazionale si stanno progressivamente dissolvendo.
Guerre in Europa e in Medio Oriente, competizione tra grandi potenze, crisi climatica e rivoluzione tecnologica convergono al Palazzo di Vetro, sottoponendo a una prova senza precedenti un sistema internazionale concepito ottant’anni fa, quando il mondo era appena uscito dalla Seconda guerra mondiale e la gerarchia delle potenze appariva molto diversa da quella di oggi.
Il presidente dell’Assemblea generale, Khalilur Rahman, ha posto la questione nei termini più essenziali: il problema non è soltanto se le Nazioni Unite esistano ancora, ma se siano ancora in grado di funzionare. È questa la domanda che attraversa, sotto la superficie della diplomazia ufficiale, le giornate newyorkesi.
Ucraina e Medio Oriente ne rappresentano la contraddizione più evidente. L’ONU resta il luogo nel quale gli Stati espongono le proprie posizioni, costruiscono coalizioni, cercano legittimità e misurano i rapporti di forza. Ma proprio quando la diplomazia dovrebbe tradursi in capacità d’azione, il sistema mostra le sue fragilità: l’organizzazione può dare voce al conflitto, assai più difficilmente riesce a interromperlo.
Volodymyr Zelensky è arrivato a New York alla ricerca di un ulteriore sostegno internazionale per l’Ucraina, confrontandosi anche con Donald Trump sulla possibilità di limitare gli attacchi alle infrastrutture energetiche. Sul Medio Oriente, António Guterres ha richiamato la necessità della de-escalation, dell’accesso umanitario e del rispetto del diritto internazionale.
Nell’Assemblea generale, ciascuno dei 193 Stati membri dispone di un voto. Quando, però, sono in gioco la pace e la sicurezza internazionale, il baricentro decisionale resta il Consiglio di Sicurezza, dove Stati Uniti, Cina, Russia, Francia e Regno Unito dispongono del diritto di veto. È qui che si manifesta il paradosso originario delle Nazioni Unite: un’organizzazione quasi universale nella rappresentanza, ma non altrettanto universale nella capacità di decidere.
E dietro le guerre, le crisi e le dichiarazioni che si susseguono al Palazzo di Vetro emerge così una contesa ancora più profonda: non soltanto come fermare i conflitti del presente, ma chi avrà il potere di stabilire le regole del mondo che verrà.
Trump ha portato a New York una visione fortemente ancorata alla sovranità e alla libertà d’azione degli Stati Uniti, chiedendo al tempo stesso una riforma delle Nazioni Unite. Guterres ha indicato una direzione differente: più cooperazione, una riforma delle istituzioni multilaterali, nuove regole per l’intelligenza artificiale e una rappresentanza più aderente agli equilibri del mondo contemporaneo.
La questione, dunque, non si esaurisce nella vecchia contrapposizione tra multilateralismo e unilateralismo. La domanda decisiva è un’altra: quale multilateralismo può sopravvivere in un mondo nel quale il potere non è più concentrato nello stesso luogo?
Le istituzioni nate nel 1945 continuano infatti a riflettere, almeno in parte, la distribuzione del potere uscita dalla Seconda guerra mondiale. Ottant’anni dopo, la geografia internazionale è cambiata. La Cina è diventata una superpotenza. L’India rivendica un ruolo crescente. L’Africa chiede una rappresentanza proporzionata al proprio peso demografico e politico. E numerosi Paesi del cosiddetto Sud globale non accettano più di essere ricondotti stabilmente dentro una scelta obbligata tra blocchi contrapposti.

Anche le assenze, allora, diventano politicamente significative. Xi Jinping non partecipa personalmente alla settimana di alto livello. E la diplomazia tra le grandi potenze procede sempre più spesso lungo un binario parallelo rispetto a quello della diplomazia universale dell’ONU.
Sarebbe tuttavia troppo semplice leggere tutto questo come la cronaca di un declino annunciato.
Perché l’ONU appare più debole proprio là dove domina la politica di potenza, ma continua a essere necessaria nei problemi che nessuno Stato, per quanto grande, può governare da solo.
Accanto alle guerre, a New York si discute di clima, sviluppo, innalzamento del livello dei mari, pandemie, disarmo e nuove tecnologie. Questioni diverse, ma accomunate dalla stessa evidenza: nessuna frontiera nazionale è abbastanza grande da contenerle.
Intervenendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto: «Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: troppo spesso questa organizzazione appare impotente. Per troppo tempo, la sua riforma è stata frenata da interessi contrapposti. L’Italia vuole un Consiglio di sicurezza più legittimo, più rappresentativo e maggiormente responsabile nei confronti di tutti gli Stati membri. Non un club ancora più esclusivo, bensì uno dei pilastri di un profondo rinnovamento delle Nazioni Unite, che auspichiamo il nuovo segretario generale voglia portare avanti, rendendole capaci di decidere e agire quando c’è ancora tempo per cambiare il corso degli eventi». E ha aggiunto: «L’Italia ha sempre fatto la propria parte e continuerà a farla».
È qui che si trova il grande paradosso dell’Assemblea del 2026.
Quanto più il mondo diventa multipolare, tanto più diventa difficile governarlo attraverso un’unica architettura multilaterale. Ma proprio perché nessuna potenza sembra in grado di governare da sola quel mondo, la necessità di uno spazio universale di confronto cresce invece di diminuire.
L’81ª Assemblea generale è ancora in corso e il dibattito si concluderà il 28 settembre. È dunque presto per tracciare un bilancio definitivo. Ma una prima conclusione comincia già a delinearsi tra le pareti del Palazzo di Vetro.
Il mondo non ha smesso di avere bisogno dell’ONU o ha iniziato, piuttosto, a dubitarne, così come è stata concepita nel 1945, sia ancora in grado di rispondere al mondo del 2026.
L’Assemblea non ci sta ancora dicendo chi governerà il prossimo mondo. La vera partita di New York, allora, non riguarda soltanto il futuro delle Nazioni Unite. Riguarda il futuro dell’ordine internazionale.













