Le elezioni americane e israeliane potrebbero modificare i tempi dell’escalation, non le ragioni del conflitto. Il colloquio tra Hegseth e Netanyahu, la pressione iraniana su Hormuz e una diplomazia paralizzata delineano il rischio di una guerra senza soluzione politica. K metro 0 – Washington – Le elezioni possono cambiare i governi, spostare gli equilibri parlamentari
Le elezioni americane e israeliane potrebbero modificare i tempi dell’escalation, non le ragioni del conflitto. Il colloquio tra Hegseth e Netanyahu, la pressione iraniana su Hormuz e una diplomazia paralizzata delineano il rischio di una guerra senza soluzione politica.
K metro 0 – Washington – Le elezioni possono cambiare i governi, spostare gli equilibri parlamentari e condizionare le decisioni dei leader. Più difficilmente possono modificare una strategia di sicurezza ormai radicata negli apparati militari e nelle classi dirigenti. È questa la contraddizione che attraversa la crisi tra Stati Uniti, Israele e Iran: mentre Washington e Gerusalemme si avvicinano a due appuntamenti elettorali decisivi, la prospettiva di una nuova offensiva contro Teheran rimane sul tavolo. E il Medio Oriente rischia di entrare in una fase nella quale le guerre non si concludono, ma si interrompono e riprendono.
Donald Trump starebbe valutando nuove operazioni militari contro l’Iran dopo le elezioni americane del 3 novembre. Non esiste una decisione operativa pubblicamente confermata, ma la possibilità di intensificare i bombardamenti resta una delle opzioni considerate a Washington. Il calendario politico potrebbe dunque influire sui tempi dell’intervento, senza risolvere la questione centrale: quale risultato strategico gli Stati Uniti intendano ottenere attraverso un’ulteriore campagna militare.
In questo quadro assume rilievo l’incontro riservato tra il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Benjamin Netanyahu, avvenuto lunedì nella base aerea israeliana di Uvda, nel deserto del Negev. Il colloquio, inizialmente non annunciato e successivamente confermato, ha riguardato le minacce regionali e la cooperazione militare tra i due Paesi, anche sul piano offensivo. Non dimostra che sia stato deciso un nuovo attacco, ma conferma la centralità del coordinamento tra Washington e Gerusalemme in una fase di crescente tensione.
Il punto più significativo riguarda tuttavia Israele. Un’analisi di Reuters evidenzia come le elezioni del 27 ottobre possano cambiare il primo ministro senza produrre una revisione sostanziale della politica verso l’Iran. La convinzione che Teheran rappresenti la principale minaccia strategica è condivisa da larga parte dell’establishment politico e militare israeliano. Anche un governo alternativo a Netanyahu difficilmente rinuncerebbe alla deterrenza preventiva e alla disponibilità a ricorrere alla forza.
Le differenze riguarderebbero soprattutto il grado di aggressività, il rapporto con gli alleati e lo spazio da concedere alla diplomazia. Netanyahu ha indicato nel rovesciamento del regime iraniano un obiettivo politico, ma proprio questa ambizione solleva il problema più difficile: fino a che punto la superiorità militare può produrre un cambiamento politico duraturo? Colpire infrastrutture e capacità offensive non significa necessariamente costringere un avversario alla resa.
Teheran sembra puntare su questa contraddizione. Secondo Reuters, funzionari iraniani ritengono che prolungare il confronto possa accrescere il costo politico della guerra per Trump, soprattutto in prossimità del voto americano. È una valutazione attribuita a fonti iraniane, non una certezza sugli effetti elettorali del conflitto.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta lo strumento più evidente di questa strategia. I Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato nuovi incidenti che avrebbero coinvolto sette imbarcazioni nel Golfo, minacciando ulteriori ritorsioni contro le basi statunitensi. La dinamica degli episodi non è stata interamente verificata in modo indipendente, ma la pressione sul traffico marittimo costituisce ormai una dimensione strutturale della crisi.
Per l’Iran, rendere insicura una delle principali arterie energetiche mondiali significa compensare almeno in parte la superiorità militare americana e israeliana. Non occorre chiudere completamente Hormuz per produrre conseguenze economiche: l’aumento dei premi assicurativi, dei costi di trasporto e dell’incertezza sulle forniture può trasformare un conflitto regionale in un problema globale.
È anche il limite della strategia di pressione occidentale. Washington può colpire obiettivi iraniani e proteggere parte del traffico commerciale, ma garantire stabilmente la sicurezza della navigazione richiede risorse considerevoli. Teheran, pur indebolita militarmente, conserva la capacità di imporre costi ai propri avversari.
La diplomazia resta bloccata da una profonda sfiducia reciproca. Gli Stati Uniti cercano garanzie sulla sicurezza regionale e sul programma nucleare iraniano; Teheran pretende la fine delle restrizioni economiche e del blocco navale. Nessuna delle due parti sembra disposta a concedere all’altra una vittoria politica.
La questione decisiva, dunque, non è soltanto se Trump ordinerà nuovi bombardamenti dopo il voto o se Netanyahu conserverà il potere. È se Stati Uniti, Israele e Iran possiedano una strategia capace di trasformare la pressione militare in un equilibrio politico sostenibile.
Senza una risposta, il rischio è che le elezioni scandiscano semplicemente le pause di un conflitto destinato a riaccendersi. La guerra potrebbe sopravvivere ai suoi protagonisti politici perché nessuno ha ancora definito le condizioni necessarie per concluderla.













