Medio Oriente, oltre il conflitto, la partita per il nuovo equilibrio regionale

Medio Oriente, oltre il conflitto, la partita per il nuovo equilibrio regionale

K metro 0 – Golfo – Mentre Donald Trump minaccia un nuovo attacco devastante contro l’Iran, a Teheran arrivano i rappresentanti delle potenze che temono le conseguenze di un’altra offensiva. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha incontrato i vertici iraniani il 19 ottobre. Una settimana dopo, il ministro della Difesa saudita Khalid bin

K metro 0 – Golfo – Mentre Donald Trump minaccia un nuovo attacco devastante contro l’Iran, a Teheran arrivano i rappresentanti delle potenze che temono le conseguenze di un’altra offensiva. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha incontrato i vertici iraniani il 19 ottobre. Una settimana dopo, il ministro della Difesa saudita Khalid bin Salman, il capo delle forze armate pakistane Asim Munir e il responsabile dell’intelligence turca Ibrahim Kalın hanno partecipato a colloqui con la leadership della Repubblica islamica. Due iniziative differenti, accomunate da una preoccupazione: impedire che la prossima decisione militare americana determini da sola il futuro equilibrio del Medio Oriente.

È questo il contesto in cui va letta la strategia israeliana. Benjamin Netanyahu non cerca soltanto di neutralizzare il programma nucleare iraniano. Vuole ridurre durevolmente la capacità di Teheran di esercitare influenza dal Mediterraneo al Golfo attraverso organizzazioni armate, missili e alleanze strategiche. Ha indicato nel rovesciamento del regime un possibile obiettivo. La questione, per Washington, è fino a che punto condividere questa trasformazione e quali costi accettare per realizzarla.

La rete regionale costruita dall’Iran è stata duramente colpita, ma non cancellata. Hezbollah in Libano, le milizie filo-iraniane in Iraq e gli Houthi nello Yemen hanno consentito a Teheran di esercitare pressione su Israele e sugli interessi americani senza concentrare il confronto sul proprio territorio. Ridimensionare questi attori significa privare la Repubblica islamica di una parte della sua profondità strategica.

Un Iran indebolito potrebbe modificare gli equilibri in Libano, Yemen, Siria e Iraq, ridurre la pressione militare su Israele e aprire nuovi spazi diplomatici con i Paesi arabi. Ma ciò non significa che le monarchie del Golfo condividano automaticamente l’obiettivo israeliano. Arabia Saudita ed Emirati vogliono contenere la minaccia iraniana senza provocare un collasso che potrebbe destabilizzare l’intera regione.

La visita del ministro della Difesa saudita a Teheran rende evidente questa differenza. Riyadh continua a subire le conseguenze degli attacchi degli Houthi, eppure cerca un confronto diretto con la leadership iraniana. Il vertice del 26 ottobre, al quale hanno partecipato anche Pakistan e Turchia, non ha prodotto un nuovo patto di sicurezza con Teheran. Ha però confermato la volontà di mantenere aperti i canali negoziali e di discutere possibili garanzie regionali per contenere l’escalation.

Il Pakistan svolge un ruolo particolare. Intrattiene rapporti con l’Iran, ha legami di difesa con l’Arabia Saudita e conserva canali di comunicazione con Washington. La Turchia, membro della NATO, deve invece conciliare i rapporti con Teheran con gli interessi in Siria, la cooperazione con il Golfo e la sicurezza dei propri confini. Nessuno dei due Paesi ha interesse a lasciare che il confronto fra Israele e Iran definisca da solo gli assetti regionali.

Anche la missione di Lavrov risponde a questa logica, ma da una posizione diversa. Prima di arrivare a Teheran, il ministro russo aveva partecipato in Bahrein al dialogo fra Mosca e le monarchie del Golfo. La Russia cerca di conservare il partenariato strategico con l’Iran senza rinunciare ai rapporti con gli Stati arabi. Propone un ruolo nella costruzione di un sistema regionale di sicurezza, ma non ha annunciato garanzie di intervento militare diretto a difesa di Teheran.

La posta in gioco si estende oltre il Medio Oriente. L’Iran ha fornito droni alla Russia per la guerra in Ucraina e cerca tecnologie e materiali per ricostituire le proprie capacità militari. La Cina conserva importanti legami economici ed energetici con Teheran. Un ulteriore indebolimento iraniano potrebbe incidere su questi rapporti, ma sarebbe improprio descrivere il confronto come una guerra israeliana contro Mosca o Pechino.

È in questo scenario che Trump valuta le opzioni militari. Secondo le ricostruzioni della stampa americana, Stati Uniti e Israele hanno esaminato piani per una campagna breve e intensa contro infrastrutture nucleari, arsenali missilistici e obiettivi economici iraniani. Non risulta una decisione definitiva di avviare l’offensiva.

Un attacco «devastante» potrebbe significare l’impiego concentrato di potenza convenzionale per danneggiare simultaneamente le capacità militari e le risorse economiche della Repubblica islamica. Sul piano operativo, gli obiettivi americani e israeliani possono convergere: ridurre missili e droni significa proteggere Israele, le basi statunitensi e gli alleati regionali.

La complementarità militare non garantisce però quella politica. Netanyahu può considerare necessario mantenere l’Iran sotto pressione finché non cambi radicalmente il suo peso regionale. Washington deve anche stabilire come concludere il conflitto, garantire la sicurezza delle proprie forze e contenere le conseguenze economiche della guerra.

Il punto di frizione più evidente è lo stretto di Hormuz. Teheran ha dimostrato di poter condizionare il traffico marittimo e trasferire parte del costo della guerra ai mercati internazionali. Un’offensiva contro le infrastrutture energetiche iraniane potrebbe provocare ritorsioni contro impianti, porti e rotte commerciali del Golfo. Per gli Stati Uniti, la sicurezza di questi collegamenti è un interesse strategico diretto.

Resta infine il problema che nessuna superiorità militare può risolvere da sola. I bombardamenti hanno danneggiato il sistema iraniano senza determinarne il collasso. Un’offensiva ancora più intensa potrebbe indebolirlo ulteriormente, ma non garantirebbe la sua capitolazione né la nascita di un’alternativa politica stabile.

Le missioni di Lavrov e della delegazione saudita-pakistana-turca mostrano che gli altri protagonisti regionali non intendono attendere passivamente l’esito dello scontro. Mosca vuole conservare influenza, Riyadh evitare una destabilizzazione del Golfo, Ankara e Islamabad costruire spazi di mediazione. Non costituiscono un fronte comune, ma hanno un interesse convergente a impedire che la guerra renda ingovernabile la regione.

L’Israele di Netanyahu vuole cambiare il rapporto di forza che ha permesso all’Iran di condizionare il Medio Oriente, autopromuovendosi sino ad acquisire il dominio in tutta la regione . Gli Stati Uniti possono contribuire in modo decisivo a questo risultato, ma non controllarne da soli le conseguenze. Trump può decidere di colpire ancora Teheran. Non può decidere da solo quale ordine regionale nascerà dalla guerra.

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Nizar Ramadan
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