K metro 0 – Zagabria – La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di
K metro 0 – Zagabria – La regione dei Balcani occidentali è tornata al centro dell’attenzione europea il mese scorso, con un riaccendersi delle tensioni tra Croazia e Serbia che riporta in primo piano il tema della sicurezza regionale e il rischio di una progressiva militarizzazione. Non si tratta di una crisi aperta, ma di una somma di segnali politici, militari e retorici che, nel loro insieme, delineano un contesto più instabile rispetto agli anni precedenti. Il culmine di questo nuovo confronto è stato raggiunto il 30 marzo, quando il presidente croato Zoran Milanovic ha deciso di annullare il vertice del Processo Brdo-Brioni previsto in maggio in Croazia. La motivazione ufficiale è stata molto dura: secondo la presidenza croata, “le dichiarazioni e le azioni politiche” del presidente serbo Aleksandar Vucic nelle ultime settimane sono “in completa contraddizione con gli obiettivi del Processo Brdo- Brioni”, perché “danneggiano le relazioni interstatali e mettono a rischio pace e stabilità nell’Europa sud-orientale”. Milanovic ha quindi concluso che “non esistono le condizioni” per una visita di Vucic in Croazia. L’episodio non è un dettaglio protocollare. Il Processo Brdo-Brijuni era nato proprio per favorire dialogo politico e cooperazione tra i Paesi dell’Europa sud-orientale, con il sostegno di Croazia e Slovenia. La sua sospensione, almeno di fatto, segnala che la tensione tra Zagabria e Belgrado ha superato la polemica bilaterale ed è arrivata a colpire anche uno dei pochi formati regionali pensati per mantenere aperto il confronto politico. In questo senso, il gesto croato è il sintomo più chiaro del deterioramento del clima regionale.
La risposta di Vucic non ha contribuito a raffreddare il quadro. Il presidente serbo ha detto di sostenere la cancellazione del summit e ha aggiunto che per lui è “molto più importante” andare a deporre fiori a Jasenovac. Ha anche ironizzato sul fatto che Milanovic avrebbe potuto svolgere il vertice “con i suoi amici di Pristina e Tirana”, collegando così apertamente l’annullamento del Brdo-Brioni al contenzioso sull’intesa di cooperazione militare tra Croazia, Albania e Kosovo. La replica serba, insomma, ha confermato che la crisi diplomatica attuale è inseparabile dal tema della sicurezza e delle percezioni di minaccia reciproca. Il punto di rottura politico delle ultime settimane è stato proprio il modo in cui Belgrado ha descritto il memorandum firmato nel marzo 2025 da Croazia, Albania e Kosovo. Per la Serbia, quel documento ha “aperto una corsa agli armamenti nella regione” e rappresenta una “minaccia” alla stabilità regionale. L’emittente “Radio Free Europe” ha ricostruito che le autorità serbe hanno definito la dichiarazione una “provocazione” e una minaccia alla stabilità regionale. Dal lato opposto, il governo croato ha respinto la lettura serba, sostenendo che il documento “non mira alla creazione di alcuna alleanza militare” e che, anzi, “una simile alleanza, oltre all’appartenenza alla Nato, non è affatto necessaria”.
Parlare di “nuova militarizzazione” dei Balcani è corretto solo in parte. Da un lato, è vero che il lessico politico è diventato più duro e che la cooperazione militare regionale è cresciuta. Dall’altro, non tutto ciò che viene presentato come “alleanza” lo è davvero. La dichiarazione fra Kosovo, Albania e Croazia, per come è stata resa pubblica, riguarda interoperabilità, addestramento, industrie della difesa, contrasto alle minacce ibride e sostegno alla prospettiva euro-atlantica del Kosovo. È un documento di cooperazione securitaria, non un trattato di mutua difesa. La narrazione serba, quindi, amplifica il significato politico del testo oltre la sua formulazione letterale. Questo non significa però che le paure di Belgrado siano irrilevanti. Vucic ha spinto il discorso molto oltre, affermando in un intervento pubblico che Serbia si starebbe “preparando per il loro attacco”, riferendosi a Croazia, Albania e Kosovo. Nella stessa sequenza politica e mediatica, però, ha anche rassicurato i cittadini sostenendo che questi Paesi non attaccheranno la Serbia, pur insistendo sul fatto che Belgrado deve restare pronta.
Questa oscillazione tra allarmismo e rassicurazione – riporta Nova – è stata notata anche dai media serbi critici, che hanno osservato come la presidenza abbia rilanciato il memorandum di Tirana come strumento di mobilitazione interna. Sul versante croato, Milanovic ha reagito con toni altrettanto netti. La sua posizione, ricostruita dai media regionali e internazionali, è che le affermazioni serbe su un possibile attacco concertato da parte di Croazia, Albania e Kosovo siano pericolose perché normalizzano un linguaggio da crisi militare. In pratica, Zagabria sostiene che sia proprio Belgrado, usando sistematicamente la categoria della minaccia, a contribuire alla destabilizzazione politica dell’area. È su questa base che il presidente croato ha poi giustificato l’annullamento del summit Brdo-Brioni.
La tensione attuale si inserisce inoltre in un contesto di riarmo reale, non solo verbale. La Croazia ha acquistato 12 caccia Rafale dalla Francia in un accordo annunciato nel 2021 per modernizzare la propria aeronautica. La Serbia, dal canto suo, ha firmato nel 2024 un accordo con Dassault Aviation per l’acquisto di Rafale, mentre Reuters ha sottolineato che entrambi i Paesi stanno acquistando anche altri sistemi moderni, in una dinamica che “alcuni esperti vedono come una corsa agli armamenti”. Lo stesso Reuters ha ricordato che la Serbia ha deciso di reintrodurre il servizio militare obbligatorio e che questa scelta è coincisa con una decisione analoga assunta in Croazia. È bene sottolineare, tuttavia, che l’acquisto di nuovi caccia o il ritorno alla coscrizione non equivalgono, da soli, a un’imminente deriva bellica. In gran parte dei Balcani, queste misure vengono giustificate con l’esigenza di modernizzare forze armate obsolete, adeguarsi agli standard Nato o rafforzare la deterrenza in una fase di instabilità internazionale più ampia, segnata dalla guerra in Ucraina e dalla crisi in Medio Oriente. Il problema è che, in una regione dove la memoria dei conflitti degli anni Novanta resta politicamente attiva, ogni misura di rafforzamento militare viene immediatamente letta anche attraverso la lente del passato.
Ed è proprio il passato a rendere il contenzioso croato-serbo più sensibile di altri. Le relazioni tra i due Paesi restano condizionate dalle guerre jugoslave, dalle questioni irrisolte sui dispersi, dalle memorie contrapposte sui crimini di guerra e da un clima di diffidenza che riemerge ciclicamente. Reuters già nel 2018 notava che Zagabria e Belgrado cercavano di migliorare i rapporti, ma che i nodi su minoranze, confini e persone scomparse continuavano a pesare. La vicenda di Jasenovac evocata da Vucic nella risposta a Milanovic mostra quanto velocemente il confronto attuale possa tornare a saldarsi con i simboli più traumatici della storia novecentesca della regione. Un altro elemento importante è la diversa collocazione geopolitica degli attori balcanici. Secondo il portale regionale “European Western Balkans”, amarzo 2026 Albania, Kosovo, Montenegro e Macedonia del Nord si sono collocati con chiarezza nel campo euro-atlantico e a sostegno delle posizioni di Stati Uniti e alleati, mentre la Serbia ha mantenuto una linea di neutralità, cercando di preservare margini con tutti i partner.
La Bosnia Erzegovina, invece, è apparsa divisa internamente. Questo conta perché la disputa tra Croazia e Serbia non si sviluppa nel vuoto: si innesta in una regione dove i governi stanno assumendo posture strategiche sempre più differenziate. Per quanto riguarda gli altri Paesi della regione, Albania e Kosovo hanno continuato a difendere la dichiarazione trilaterale con la Croazia come strumento di cooperazione e stabilizzazione. Il ministro della Difesa albanese Pirro Vengu ha sostenuto che Tirana non ha una tradizione di accordi segreti contro i vicini e ha accusato la Serbia di autoescludersi dalle iniziative regionali, rendendo poco credibile il suo racconto vittimistico. Il Kosovo, da parte sua, ha pubblicato il testo della dichiarazione insistendo su deterrenza, addestramento, industria della difesa e risposta alle minacce ibride. In sintesi, mentre Belgrado presenta il documento come un blocco ostile, Tirana, Pristina e Zagabria lo leggono come un tassello della loro integrazione euro-atlantica.
Sarebbe eccessivo affermare, quindi, che i Balcani siano entrati in una nuova corsa agli armamenti paragonabile a quella di altre epoche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato minimizzare. Nelle ultime settimane, infatti, si sono sommati diversi segnali: riarmo e modernizzazione militare in Croazia e Serbia, ritorno della coscrizione, polemiche feroci sull’intesa Croazia-Albania-Kosovo, accuse serbe di preparativi ostili e, infine, annullamento del vertice Brdo-Brijuni. Presi insieme, questi elementi non annunciano una guerra imminente, ma indicano chiaramente un deterioramento della fiducia politica regionale. Il punto più delicato è proprio questo: nei Balcani la destabilizzazione non comincia necessariamente con i carri armati, ma con la perdita di credibilità dei canali politici di gestione del conflitto. E quando la cooperazione regionale si inceppa proprio sul terreno della sicurezza, il rischio di militarizzazione smette di essere solo una formula giornalistica e diventa un problema politico concreto.













