K metro 0 – Londra – I governi di Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno adottato nuove sanzioni nei confronti della rete di persone coinvolte nel finanziamento e nel sostegno agli attacchi contro i civili palestinesi da parte dei coloni nella Cisgiordania occupata. La decisione dei sei Paesi, segue l’escalation di
K metro 0 – Londra – I governi di Francia, Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia hanno adottato nuove sanzioni nei confronti della rete di persone coinvolte nel finanziamento e nel sostegno agli attacchi contro i civili palestinesi da parte dei coloni nella Cisgiordania occupata. La decisione dei sei Paesi, segue l’escalation di violenza da parte dei “settlers” israeliani, un fenomeno che secondo i diplomatici punta a minare le prospettive di nascita di uno Stato palestinese.
In una nota congiunta, i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Canada, Francia, Norvegia e Australia hanno affermato che le misure adottate mirano a “chiedere conto ai coloni estremisti delle terribili violenze perpetrate contro i civili palestinesi”. Nella dichiarazione si legge inoltre: “Continuiamo a sollecitare il governo israeliano ad agire per garantire che i responsabili delle violenze in Cisgiordania siano chiamati a risponderne concretamente”.
La posizione del Regno Unito è chiara, gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, minano gli sforzi internazionali per garantire una pace giusta e duratura in Medio Oriente e rischiano di compromettere in modo permanente le prospettive di uno Stato palestinese. Il governo britannico ha invitato specificamente le aziende del Paese a cessare ogni attività negli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata. L’annuncio è arrivato dal Segretario di Stato per gli affari esteri del Commonwealth e dello sviluppo, Yvette Cooper, durante un discorso al Parlamento di Londra: “Ho rafforzato le nostre linee guida sui rischi aziendali affinché siano chiare e inequivocabili: se siete cittadini britannici o aziende britanniche, non dovete svolgere alcuna attività economica o finanziaria negli insediamenti israeliani illegali”. La ministra ha poi aggiunto che le condanne di tali violenze da parte del governo israeliano “suonano vuote” in assenza di misure concrete per reprimerle e punirle.
La Cooper, si recherà a Parigi questa settimana in vista della Conferenza per la costruzione della pace, che riunisce la società civile israeliana e palestinese e i partner internazionali impegnati a promuovere la soluzione dei due Stati. Inoltre, il Ministro degli Esteri ha confermato uno stanziamento di almeno 10 milioni di sterline in assistenza finanziaria e tecnica all’Autorità Palestinese nel 2026, compreso il supporto per affrontare la crisi fiscale e sostenere i servizi essenziali come l’assistenza sanitaria.
La Francia, da parte sua, ha vietato l’ingresso nel proprio territorio al ministro israeliano Bezalel Smotrich, a quattro responsabili di organizzazioni di coloni e a 21 coloni violenti, come dichiarato dal ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot. “Smotrich promuove attivamente l’annessione della Cisgiordania, che rivendica apertamente, la creazione di nuove colonie, la ricolonizzazione di Gaza e il crollo economico dell’Autorità palestinese, con tutte le sue nefaste conseguenze sulla popolazione”, ha spiegato Barrot.
Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha respinto le sanzioni, accusando i governi che le hanno imposte di non riuscire a controllare l’antisemitismo e di alimentare l’odio anti-ebraico attraverso questi provvedimenti. “La vera essenza di queste misure è il tentativo di imporre una posizione politica riguardo al dritto degli ebrei di vivere nella Terra d’Israele e in merito al conflitto israelo-palestinese, mascherandolo da provvedimento contro la violenza”, ha affermato il ministero in un post pubblicato su X.
Data l’escalation di violenze in Cisgiordania e la grave situazione umanitaria a Gaza e il protrarsi delle attività militari e di occupazione nel Sud del Libano, l’Unione europea e è sempre più sotto pressione affinché utilizzi la propria influenza per spingere il governo israeliano a cambiare rotta.
La questione delle colonie israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme Est affonda le sue radici nell’occupazione dei territori palestinesi iniziata durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. In mezzo secolo, Israele ha costruito circa 160 insediamenti che oggi ospitano 700.000 coloni. Si stima che circa 3,3 milioni di palestinesi vivano accanto a loro, in quello che Amnesty International definisce come un sistema di apartheid e pulizia etnica.
A partire dall’attacco del 7 ottobre 2023, si è registrato un forte aumento delle aggressioni dei coloni contro i palestinesi e le loro proprietà in Cisgiordania. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel 2025 si è raggiunto il livello più alto dall’inizio del monitoraggio nel 2006, con oltre 1.800 attacchi contro palestinesi e proprietà palestinesi. Più di 830 palestinesi sono rimasti feriti e nove sono stati uccisi da coloni israeliani. Nello stesso periodo, altri 225 palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane, mentre sei morti sono state registrate in circostanze che non hanno consentito di attribuire con certezza la responsabilità ai coloni o all’esercito.
Con il governo Netanyahu in carica dal 2022, che vede nella propria maggioranza diversi rappresentanti dei coloni stessi, l’espansione degli insediamenti ha subito una notevole accelerazione. L’organizzazione israeliana Peace Now ha dichiarato che sono stati approvati oltre cento nuovi insediamenti in tutta la Cisgiordania. Alcune di queste colonie preesistevano come avamposti abusivi costruiti senza l’autorizzazione del governo e sono stati successivamente legalizzati secondo la legge israeliana.













