K metro 0 – Varsavia – Come se già non bastasse un presente fatto di offensive e controffensive reciproche, quotidiani bilanci di morti, feriti e distruzioni urbane e ambientali, con una guerra ormai da anni in situazione di stallo, a complicare ulteriormente i rapporti Kiev-Mosca ci si mette anche il passato. Tirando in ballo un terzo
K metro 0 – Varsavia – Come se già non bastasse un presente fatto di offensive e controffensive reciproche, quotidiani bilanci di morti, feriti e distruzioni urbane e ambientali, con una guerra ormai da anni in situazione di stallo, a complicare ulteriormente i rapporti Kiev-Mosca ci si mette anche il passato. Tirando in ballo un terzo incomodo: quella Polonia che per l’Ucraina resta un Paese essenziale, in termini di logistica, attività di intelligence, rifugiati dalle zone di guerra, passaggio di armi e pressione europea sulla Russia.
In guerra sembra che sia permesso tutto. Il tutto è iniziato quando il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha deciso, recentemente, di intitolare un’unità delle attuali Forze per Operazioni Speciali all’UPA, l’Esercito insurrezionale ucraino. Organizzazione paramilitare nazionalista, attiva tra il 1942 e il 1956, che ebbe un ambiguo rapporto coi nazisti, anche combattendoli (ma solo sinché non accettavano le aspirazioni indipendentiste ucraine); poi, dopo la Seconda guerra mondiale, combatté a lungo, sempre per l’indipendenza, contro i sovietici (nella grave indifferenza dell’Occidente). Ma era stata anche responsabile, durante l’occupazione nazista, della vera e propria pulizia etnica dei polacchi presenti nelle regioni occidentali ucraine di Volinia e Galizia est (circa 100.000 morti, secondo gli storici).
La storia dell’Europa centrale e orientale, come sappiamo, dai Balcani al Baltico è un sanguinoso groviglio di etnie e storie, un insieme di ferite che periodicamente si riaprono, quando la politica fa passi falsi. Poco dopo l’annuncio di Zelensky, Radoslaw Sikorski ministro degli Esteri polacco, durante un incontro a Tarnogrod, nella regione di Lublino, ha ricordato proprio il massacro di decine di migliaia di civili polacchi, ad opera dell’UPA, giunto al culmine nell’estate del ’43. Sikorski ha aggiunto che sono in corso, su questo grave tema storico, colloqui a porte chiuse tra Varsavia e Kiev, esprimendo la speranza che da parte ucraina si trovi “un modo per correggere questo errore”.
L’UPA, braccio armato dell’ OUN, Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, guidata dal controverso Stepan Bandera, leader accesamente antirusso e antisemita, negli anni ’40 ambiguo collaboratore dei nazisti (e cui tuttora, in Ucraina, son dedicati vari monumenti, vie e piazze), facendo leva sulle secolari rivalità con polacchi e russi voleva creare uno Stato ucraino omogeneo, libero da minoranze considerate nemiche. Il culmine dei massacri di polacchi fu a luglio-agosto 1943: tragedia che il Parlamento di Varsavia ha ufficialmente riconosciuto come genocidio con una risoluzione del 2016, istituendo l’11 luglio come Giornata nazionale della memoria.
La reazione alle uscite di Zelensky del presidente polacco Karol Nawrocki, storico di formazione, eletto nel ’25 come indipendente nel partito populista Diritto e Giustizia (PiS), è stata immediata: con l’intenzione di revocare la concessione al suo omologo ucraino dell’Ordine dell’Aquila Bianca, più alta onorificenza della Repubblica Polacca. Subordinando, inoltre, il sì a un futuro ingresso di Kiev nella UE a una piena presa di coscienza del passato e alla ripresa senza ostacoli delle riesumazioni delle vittime polacche degli anni ‘40 in territorio ucraino. Più sfumata, la posizione del Premier di Varsavia, il liberale Donald Tusk, che pure si è detto contrario alla decisione di Kiev. Mentre, da parte ucraina, Andrij Sadowy, sindaco di Leopoli (capoluogo della Galizia orientale), ha espresso sorpresa: «Questa è la nostra storia e noi la sosteniamo. Ci sono stati tempi difficili tra polacchi e ucraini, ma ora siamo dalla stessa parte, combattiamo contro la Russia».
Ma quali sono, i possibili retroscena della controversia ucraino-polacca?
L’ipotesi più probabile – rileva l’autorevole IARI, Istituto Analisi Relazioni Internazionali – è che la mossa ucraina non sia stata concepita principalmente come messaggio alla Polonia, ma come operazione di legittimazione simbolica (da sempre, in tutte le guerre i governi cercano continuità storiche che permettano alle forze armate di percepirsi, e presentarsi, anche come comunità storica). Il problema è che la memoria storica di Kiev è anche altamente divisiva: molte figure e organizzazioni che in Ucraina hanno valore positivo in quanto antisovietiche, in chiave polacca, ebraica e, ovviamente, russa, hanno valenze opposte, e forse i vertici dello Stato ucraino – per quanto possa apparire incredibile – hanno sottovalutato il grave fatto.
Altra ipotesi – sempre secondo gli analisti dello IARI – riguarda la discussione sulla memoria nazionale anche strettamente interna all’Ucraina. Dal 2022, con lo scoppio della guerra, il processo di separazione simbolica di Kiev dallo spazio russo-sovietico è divenuto accelerato, radicale e identitario. Recuperare figure anti-sovietiche serve anche a consolidare la narrazione, oggi, dell’attuale guerra soprattutto come guerra di liberazione nazionale. Chiaramente, questa operazione incontra un limite europeo: non tutto ciò che è anti-sovietico è automaticamente compatibile con la memoria democratica europea. Qui nasce il problema: Kiev, insomma, combatte una guerra di sopravvivenza nazionale, ma chiede contemporaneamente integrazione in un ordine politico europeo in cui, pur guardando soprattutto al futuro, non si può cancellare la memoria del collaborazionismo nazista e delle violenze su base etnica.
Sia come sia, una prima conseguenza di tutti questo riguarda specificamente la Russia. Al Cremlino e al suo apparato comunicativo, ogni gesto ambiguo o storicamente discutibile degli altri consente di saldare insieme 3 concetti: Ucraina Stato nazionalista radicale e filofascista, Occidente come complice ipocrita (con Regno Unito e Stati Uniti in testa), e Polonia come alleato tradito da Kiev. Tutti ingredienti che possono influire decisivamente su parti di opinione pubblica – ucraina, e occidentale in genere – già stanche di una guerra che dura, ormai, da quasi 5 anni.
Dall’Europa dei diritti storicamente proclamati, vige il no comment. Il silenzio regna dando l’impressione che in guerra tutto sia permesso, soprattutto quando riguarda un passato fatto di tragedie e uomini indegni.
Red/F20226













