K metro 0 – Bruxelles – Bilancio, Russia e Cina: la prima giornata del Consiglio europeo di Bruxelles ha ruotato attorno ai tre dossier che più di altri misurano la capacità dell’Unione europea di agire come soggetto politico. Sul bilancio pluriennale, i Ventisette hanno iniziato a dividersi tra difesa delle politiche tradizionali e nuove priorità
K metro 0 – Bruxelles – Bilancio, Russia e Cina: la prima giornata del Consiglio europeo di Bruxelles ha ruotato attorno ai tre dossier che più di altri misurano la capacità dell’Unione europea di agire come soggetto politico. Sul bilancio pluriennale, i Ventisette hanno iniziato a dividersi tra difesa delle politiche tradizionali e nuove priorità strategiche. Sull’Ucraina, il confronto si è spostato anche sulla possibilità di un canale di dialogo europeo con Mosca e su chi debba eventualmente rappresentare l’Ue. Sulla Cina, mai citata apertamente nelle conclusioni sulla cena dedicata agli squilibri macroeconomici globali, il problema resta come difendere l’industria europea senza aprire uno scontro frontale con Pechino.
Il secondo grande tema della giornata è stato l’Ucraina, ma il confronto tra i leader è stato attraversato da una questione politica ulteriore: chi debba eventualmente parlare con Mosca a nome dell’Europa, e con quale mandato. Alla vigilia del vertice, le ricostruzioni dell’edizione europea del portale “Politico” avevano rivelato che Pedro Lourtie, capo di gabinetto del presidente del Consiglio europeo António Costa, avrebbe avuto telefonate con un alto funzionario vicino a Vladimir Putin per sondare la possibilità di aprire canali di comunicazione con il Cremlino. Non si sarebbe trattato di negoziati né di discussioni di merito, ma di contatti preliminari per verificare se esistesse uno spazio diplomatico in vista di eventuali colloqui futuri sulla guerra in Ucraina. La rivelazione ha però irritato alcune Stati membri, in particolare Francia e Germania, proprio mentre il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz stavano cercando di rilanciare un coordinamento più stretto tra i principali Paesi europei sulla partita ucraina. Il problema non è soltanto il merito dei contatti con Mosca, ma il metodo: se l’Unione europea deve avere un canale con il Cremlino, chi lo decide? Il presidente del Consiglio europeo può muoversi attraverso il proprio gabinetto sulla base del mandato generale di rappresentare l’Ue all’esterno, oppure serve un’investitura politica esplicita dei Ventisette? È su questa linea sottile che il caso Costa ha riaperto una frattura latente: tutti concordano sul fatto che l’Europa debba difendere i propri interessi in un eventuale negoziato, ma non tutti accettano che il canale venga attivato senza una regia condivisa. Lo riporta Nova.

La versione fornita da fonti europee al termine della discussione è stata prudente. I contatti con il Cremlino sarebbero stati “brevi” e “a livello diplomatico”, avviati solo per aprire canali di comunicazione. “Nulla è stato discusso nel merito”, ha spiegato una fonte dell’Ue, aggiungendo che “in ogni scenario futuro l’Ue ha interessi specifici che dovranno essere difesi” e che per questo è importante disporre di canali diplomatici con la Russia. La stessa fonte ha precisato che l’Unione “non è un mediatore”, ma sostiene l’Ucraina nel suo sforzo per una pace giusta e duratura. La distinzione è evidente: Bruxelles non vuole apparire come un attore equidistante tra Kiev e Mosca, ma neppure vuole restare fuori da un eventuale processo negoziale guidato da altri. Durante il vertice, Costa ha difeso la logica dell’iniziativa richiamando la necessità di preservare l’unità europea e di preparare l’Unione a un possibile passaggio diplomatico. Nelle conclusioni, il punto è stato assorbito in una formula più moderata: i leader sostengono gli sforzi diplomatici per una pace complessiva, giusta e duratura, ribadiscono che “il percorso verso la pace in Ucraina non può essere deciso senza l’Ucraina” e sottolineano che l’Europa deve essere in grado di difendere i propri interessi. È una formulazione che evita di legittimare apertamente un canale fra Costa e il Cremlino, ma riconosce implicitamente il problema politico: in un eventuale negoziato sulla guerra e sull’architettura di sicurezza europea, l’Ue non può limitarsi a guardare.
Le cautele restano forti, soprattutto tra i Paesi più esposti alla minaccia russa. Il premier lettone Andris Kulbergs ha avvertito che “prima di tutto deve esserci qualcuno dall’altra parte disposto alla pace”, aggiungendo che “non ha senso” aprire contatti se Mosca non vuole davvero negoziare. Il presidente lituano Gitanas Nauseda ha indicato una condizione analoga: “È molto meglio intervenire se vediamo segnali positivi dalla Russia”, ma “finora non vedo alcun segnale positivo”. Il premier olandese Rob Jetten ha espresso la stessa linea, sostenendo che i russi “non hanno mostrato alcun serio interesse” a negoziare. Anche il cancelliere austriaco Christian Stocker, pur favorevole a tenere aperti canali di comunicazione, ha riconosciuto di non avere l’impressione che Putin sia pronto a sedersi al tavolo per trattare una soluzione di pace. In questo quadro si inserisce la posizione italiana. Meloni la scorsa settimana ha rilanciato l’idea di un inviato unico dell’Unione europea per eventuali contatti con la Russia, sostenendo che la moltiplicazione di formati e gruppi diplomatici rischia di produrre confusione e di indebolire la voce europea. La premier ha anche suggerito che una figura proveniente da un Paese di medie dimensioni potrebbe essere più accettabile rispetto a un rappresentante delle grandi capitali, proprio per evitare rivalità interne. È una proposta che risponde allo stesso problema aperto dal “caso Lourtie”: l’Europa vuole contare in una futura trattativa, ma non ha ancora deciso chi debba parlare in suo nome.
Sul piano formale, le conclusioni sull’Ucraina hanno comunque permesso ai Ventisette di ricompattarsi. I leader hanno confermato il sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale di Kiev, hanno chiesto alla Russia un cessate il fuoco pieno, incondizionato e immediato, e hanno ribadito il principio secondo cui nessuna decisione può essere presa senza l’Ucraina. Hanno inoltre accolto con favore l’apertura del cluster fondamentale nei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue e indicato l’obiettivo di aprire gli altri cluster secondo un approccio basato sul merito. La formulazione non contiene scadenze vincolanti, anche per le resistenze di alcuni Stati membri, ma conferma la volontà politica di mantenere Kiev agganciata al percorso europeo. Il Consiglio europeo ha poi rafforzato la linea di pressione su Mosca. I Ventisette hanno concordato di prorogare per dodici mesi le sanzioni economiche contro la Russia, un’estensione più lunga rispetto al rinnovo semestrale adottato finora. La decisione dà maggiore prevedibilità al regime sanzionatorio e riduce la possibilità che singoli Stati membri usino ogni rinnovo come leva negoziale. Nelle conclusioni, i leader hanno inoltre condannato il sostegno militare e materiale fornito a Mosca da Iran, Bielorussia e Corea del Nord, chiesto di contrastare le minacce ibride russe e invitato la Russia a cessare gli attacchi contro infrastrutture civili e impianti nucleari in Ucraina.
La giornata si è conclusa con la cena sugli squilibri macroeconomici globali. Formalmente il tema non era la Cina; politicamente, però, il riferimento era evidente. L’Unione europea si confronta da mesi con l’impatto dell’eccesso di capacità produttiva cinese, dei sussidi industriali, delle esportazioni a basso costo e del crescente disavanzo commerciale con Pechino. La scelta di non citare direttamente la Cina nelle formulazioni ufficiali risponde alla volontà di evitare un’escalation retorica, ma non cancella il contenuto della discussione: come difendere l’industria europea senza aprire una guerra commerciale che alcuni Stati membri temono possa ritorcersi contro l’Ue. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ottenuto dai leader un mandato politico a lavorare su due direttrici. La prima è il dialogo con i principali partner economici, con l’obiettivo di difendere gli interessi economici e di sicurezza dell’Unione e ottenere risultati concreti. La seconda è lo sviluppo, e se necessario l’ampliamento, della cassetta degli strumenti europei in materia di difesa commerciale e politica industriale. In altre parole, Bruxelles dovrà continuare a parlare con Pechino, ma anche prepararsi a misure più incisive se il dialogo non produrrà riequilibri.
Anche su questo dossier le divisioni restano visibili. Francia, Italia, Germania, Polonia e Paesi Bassi guardano con crescente favore a strumenti più robusti contro pratiche considerate distorsive, mentre altri Stati membri temono rappresaglie commerciali e preferiscono un approccio più prudente. La Svezia, pur tradizionalmente favorevole al libero scambio, ha insistito sulla necessità di condizioni di concorrenza eque. L’Austria ha definito la Cina al tempo stesso partner di cooperazione e rivale sistemico, indicando la necessità di una strategia europea comune ma anche di canali di dialogo aperti.
Secondo un funzionario governativo citato dal quotidiano britannico “Financial Times”, la Spagna si opporrebbe a qualsiasi nuova misura contro Pechino, una conferma di quanto affermato da Sanchez al suo arrivo al vertice, quando ha dichiarato ai giornalisti che la Cina è un “potenziale alleato”. La formula degli “squilibri macroeconomici globali” consente all’Ue, per il momento, di tenere insieme queste sensibilità diverse. Evita di trasformare la posizione interna in uno scontro frontale con Pechino, ma permette alla Commissione di preparare strumenti più forti per contenere le pratiche commerciali cinesi. È un equilibrio fragile: l’Unione vuole ridurre le dipendenze, proteggere la propria base industriale e reagire alla concorrenza sleale, ma non dispone ancora di una posizione pienamente uniforme su quanto debba essere assertiva.













