K metro 0 – Berlino – La Germania ha un obbiettivo chiaro, diventare il primo esercito convenzionale del Vecchio continente. Con 323 Sì contro 272 No, e un’astensione, il Bundestag, la Camera Bassa tedesca, il 5 dicembre scorso, 80 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha approvato la legge federale che prepara il “nuovo
K metro 0 – Berlino – La Germania ha un obbiettivo chiaro, diventare il primo esercito convenzionale del Vecchio continente. Con 323 Sì contro 272 No, e un’astensione, il Bundestag, la Camera Bassa tedesca, il 5 dicembre scorso, 80 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ha approvato la legge federale che prepara il “nuovo servizio militare”. Di una nuova leva “attraente” per i giovani, basata sulla “partecipazione volontaria”, ha parlato il Cancelliere Friedrich Merz.
La nuova “naja” tedesca sarà formalmente volontaria, ma preceduta da periodici censimenti obbligatori della potenziale “platea”, mediante questionari e visite mediche per i diciottenni maschi: il tutto sull’esempio del sistema svedese. Una legge che non ripristina la coscrizione obbligatoria — sospesa nel 2011 — ma prepara la macchina che in futuro, se ritenuto necessario, con un nuovo voto parlamentare. potrebbe riattivarla.
Sette mesi dopo, la maggioranza, formata dagli storici due partiti CDU/CSU e SPD, e guidata dal cancelliere Merz, va avanti nel progetto, nonostante le proteste in molte città tedesche (dove pesano fortemente i ricordi del passato nazista) e le critiche incrociate. Contrari sono Grunen, AfD (Alternativa per la Germania, nonostante quel che si sarebbe portati a pensare) e Die Linke: un inedito fronte Verdi-Destra e Sinistra estreme, indicativo di quanto questa riforma tende a dividere il Paese oltre le storiche linee ideologiche. Accomuna queste diverse opposizioni, il fondato timore che la svolta finanziaria, oltre che politica, della Germania si traduca in forti tagli della spesa pubblica per sanità, ambiente, istruzione.
Ma cosa, esattamente, ha spinto la classe politica tedesca a questa svolta di politica militare così netta, e come giudica i politici l’opinione pubblica? Principale fattore di cambiamento è stato, chiaramente, l’allarme destato nel Paese dall’invasione russa in Ucraina. Che spinse Berlino ad annunciare già il 27 febbraio del’22, solo 3 giorni dopo l’attacco di Putin, un “cambiamento epocale” di pensiero, metodo e investimenti : puntando anzitutto sull’aumento della spesa militare (all’ultimo vertice NATO di Ankara, i Paesi membri, tranne la contraria Spagna, hanno accettato di destinare, entro il 2035, il 5% del Pil alla spese per la Difesa).Poi, sulla creazione di un esercito imponente, eventualmente anche con la leva obbligatoria.
Ad aprile scorso, il socialdemocratico Boris Pistorius, ministro della Difesa voluto, anni fa, dal Cancelliere Olaf Scholz, e poi confermato da Merz, forte dei 100 miliardi di euro in 10 anni messi a disposizione da un’economia che per decenni, sino alla crisi iniziata l’anno scorso, è rimasta la “locomotiva d’ Europa”, e da una riforma costituzionale che, in campo difesa, permette a Berlino una maggiore autonomia in alcune operazioni finanziarie, ha presentato quella che è la prima strategia militare tedesca dopo la Seconda guerra mondiale. Dopo anni di insistenza da parte di alcuni Paesi europei, Berlino ha messo fine al pacifismo integrale impostole (dopo il disastro nazista) dal 1945 dal resto d’Europa. E iniziando ad “europeizzare” quella che, per decenni, è stata la Nato “a trazione Washington-Londra”.
I soldati tedeschi dovranno quasi raddoppiare, giungendo a quota 260mila (più altri 200mila riservisti) in 10 anni; mentre Il budget annuale della Difesa, che era 50 miliardi nel 2022, dovrà più che triplicare fra soli tre anni. Contestualmente, sono già in costruzione varie infrastrutture, dalle rimesse ai ponti. E molte fabbriche automobilistiche (viste anche le nuove difficoltà del settore) sono già state riconvertite alla produzione di mezzi militari: in un processo esattamente opposto a quanto accaduto negli anni 50.
E i partner UE? La Francia, secondo esportatore mondiale di armi, ma oggi limitata negli investimenti dal deficit di bilancio, teme che la Germania possa sottrarle il posto di maggior potenza militare europea. Gli altri Paesi, intanto se da un lato sono felici del riarmo tedesco (di cui potrebbero beneficiare), dall’altra sono preoccupati che questo coincida con l’avanzata, nei sondaggi, del partito neonazista Afd. Per il momento, quest’ultimo vuole una ripresa delle relazioni con Mosca, ed è anzi contrario ai nuovi piani militari tedeschi: ma è impossibile prevedere la sua posizione tra qualche anno, quando la Germania avrà recuperato la sua antica potenza militare, e si sarà almeno parzialmente liberata dalla palla al piede degli acquisti made in Usa.
La soluzione che, secondo molti osservatori, calmerebbe un’opinione pubblica fortemente divisa e inquieta sarebbe quella di un’integrazione dell’esercito tedesco in un più ampio esercito europeo: che fu già il sogno dei padri dell’integrazione europea (da Altiero Spinelli a Robert Schuman e Jean Monnet) dopo la fine della Seconda guerra mondiale. O almeno una messa in comune dell’approvvigionamento degli strumenti di difesa (con un’unica agenzia per l’acquisto delle armi), coi Paesi più avanti nello sviluppo di un sistema militare sostenuti dagli altri e viceversa. Dal 2022 ad oggi sono nate 230 startup della difesa europee, e il settore è diventato un’attraente fonte di impiego. Ma la Ue è ben lontana dall’essere militarmente autosufficiente, e l’integrazione delle forze armate resta un miraggio.
Unica eccezione, fu la nascita, nel 1989. della Brigata franco‑tedesca, tuttora esistente: risultato di una volontà politica e strategica di unire le forze di Berlino e Parigi (dopo secoli di devastanti guerre tra i due Paesi) in un’unità multinazionale NATO, con sede in Germania. Formata da circa 6.000 uomini e dedita a compiti di difesa, pace e assistenza, nei nuovi scenari degli ultimi anni della Guerra Fredda e degli anni Duemila. Comunque, si potrebbe “pensare a un’unità militare europea con reclute da tutta Europa che affianchi gli eserciti nazionali», dice Jacob Kirkegaard, Senior Fellow esperto di politica industriale e della difesa dell’importante “think tank” Bruegel, «ma non che li sostituisca». Perché parlare di forze armate vuol dire parlare innanzitutto di identità nazionali: «In una democrazia occorre capire per chi si combatte. L’identità europea è ancora debole».
(Redazione/f.2026)













