Golfo, il Patto di Makkah: 1,4 milioni di militari e l’incognita nucleare

Golfo, il Patto di Makkah: 1,4 milioni di militari e l’incognita nucleare

K metro 0 – Makkah – Quasi 1,4 milioni di militari in servizio attivo, 3.415 velivoli, 6.046 carri armati e 344 unità navali. Sono le capacità che Arabia Saudita, Turchia e Pakistan riuniscono almeno sulla carta dopo la firma dell’Accordo della Mecca per la difesa congiunta. L’elemento politicamente più rilevante non è però soltanto la

K metro 0 – Makkah – Quasi 1,4 milioni di militari in servizio attivo, 3.415 velivoli, 6.046 carri armati e 344 unità navali. Sono le capacità che Arabia Saudita, Turchia e Pakistan riuniscono almeno sulla carta dopo la firma dell’Accordo della Mecca per la difesa congiunta. L’elemento politicamente più rilevante non è però soltanto la consistenza numerica delle tre forze armate, ma la presenza del Pakistan, unica potenza nucleare dichiarata del mondo musulmano, con un arsenale stimato in circa 170 testate.

Il patto potrebbe quindi alimentare l’ipotesi di un possibile ombrello nucleare su Riad e Ankara, sebbene il testo pubblico non contenga alcuna garanzia atomica esplicita. L’accordo, sottoscritto il 7 agosto dal principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan e dal primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un attacco contro tutti. Secondo un’elaborazione di “Al Jazeera” basata sull’indice Global Firepower 2026, i firmatari contano complessivamente circa 371 milioni di abitanti e 1.388.000 militari attivi, ai quali si aggiungono consistenti forze di riserva e unità paramilitari. Le spese per la difesa raggiungono circa 124,4 miliardi di dollari l’anno: 63,9 miliardi per l’Arabia Saudita, 51,4 miliardi per la Turchia e 9,1 miliardi per il Pakistan.

I dati descrivono tuttavia un potenziale aggregato, non una forza già integrata. Non misurano pienamente prontezza operativa, addestramento, logistica, disponibilità effettiva dei mezzi e interoperabilità. Le dotazioni provengono inoltre da filiere differenti: prevalentemente occidentali nel caso saudita, miste e sempre più nazionali per la Turchia, in larga parte cinesi e domestiche per il Pakistan. La loro somma non equivale quindi automaticamente a una capacità militare comune immediatamente impiegabile. Il contributo più consistente in termini di personale proviene dal Pakistan, che dispone di circa 660 mila militari attivi, 1.397 velivoli, 2.677 carri armati e 120 unità navali. Secondo il Sipri e la Federation of American Scientists, Islamabad potrebbe possedere circa 170 testate nucleari, ma il numero esatto è coperto dal segreto e presenta un ampio margine d’incertezza. Gli esperti ritengono che la maggior parte delle testate sia custodita separatamente dai vettori, mentre altro materiale fissile e nuovi ordigni sarebbero in produzione.

Il Pakistan è una potenza nucleare pubblicamente dichiarata: dimostrò apertamente la propria capacità atomica con i test effettuati nel maggio del 1998, in risposta alle esplosioni sperimentali condotte dall’India. Non è però una delle cinque potenze nucleari formalmente riconosciute dal Trattato di non proliferazione, status riservato a Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. Islamabad, come India e Israele, non ha mai aderito al trattato. La sua dottrina è costruita principalmente intorno alla deterrenza nei confronti dell’India e non esclude esplicitamente il primo impiego dell’arma atomica. Il possesso delle testate non significa automaticamente che Islamabad sia disposta a utilizzarle per difendere Riad o Ankara. L’Accordo della Mecca non menziona le armi nucleari, non definisce una dottrina comune e non stabilisce le circostanze nelle quali potrebbe essere presa in considerazione una risposta atomica. Un responsabile saudita ha inoltre escluso che il patto sia collegato ad ambizioni nucleari del regno. L’arsenale pachistano accresce comunque il peso politico e l’ambiguità deterrente dell’intesa, alimentando l’ipotesi di un possibile ombrello nucleare anche in assenza, per ora, di una garanzia pubblica.

La Turchia dispone invece di circa 481 mila militari attivi, 1.101 velivoli, 2.284 carri armati e 192 unità navali, il dato più elevato tra i tre firmatari in campo marittimo. Ankara porta nell’accordo uno dei maggiori apparati militari della Nato, l’esperienza maturata all’interno dell’Alleanza atlantica e un’industria della difesa specializzata in droni, missili, guerra elettronica, sensori, mezzi terrestri e piattaforme navali. La Turchia non possiede testate proprie, ma partecipa ai meccanismi di condivisione nucleare della Nato e, secondo stime indipendenti, ospita ordigni statunitensi nella base di Incirlik. Le garanzie dell’Alleanza atlantica non possono tuttavia essere trasferite automaticamente agli altri membri del patto della Mecca. L’Arabia Saudita schiera circa 247 mila militari, 917 velivoli, 1.085 carri armati e 32 unità navali. La sua forza risiede soprattutto nelle risorse finanziarie, in un’aeronautica dotata prevalentemente di sistemi occidentali, nelle infrastrutture e nella posizione geografica tra il Golfo e il Mar Rosso. Riad potrebbe rappresentare il principale finanziatore dei programmi industriali comuni, mettendo in relazione il capitale saudita con la capacità produttiva turca e pakistana.

I tre firmatari sono Paesi a maggioranza musulmana sunnita, ma l’accordo non cancella le profonde differenze politiche che li hanno divisi. La Turchia è una repubblica costituzionalmente laica e l’Akp di Erdogan non è formalmente un ramo della Fratellanza musulmana. Il partito proviene però dalla tradizione dell’islam politico turco e ha mantenuto una forte vicinanza ideologica e politica con movimenti riconducibili ai Fratelli musulmani, soprattutto dopo le rivolte arabe del 2011. L’Arabia Saudita considera invece la Fratellanza una minaccia all’ordine monarchico e dal 2014 la include tra le organizzazioni terroristiche. La competizione tra il fronte conservatore guidato da Riad e quello vicino all’islam politico, sostenuto soprattutto da Ankara e Doha, ha contribuito alle contrapposizioni sull’Egitto dopo la caduta di Mohammed Morsi, alla crisi diplomatica con il Qatar, alle divisioni sulla Libia e alle tensioni fra Turchia e monarchie del Golfo. La convergenza odierna dimostra quindi il pragmatismo imposto dalla fase attuale: la percezione di minacce comuni e l’incertezza sulle garanzie statunitensi hanno temporaneamente prevalso sulle divergenze ideologiche. La comune appartenenza sunnita offre una cornice simbolica, ma non basta a descrivere il patto, che i firmatari negano sia diretto contro l’Iran sciita o contro altri Paesi.

Nel complesso, le marine dei tre Stati dispongono di 33 fregate, 24 corvette e 22 sottomarini, mentre le forze terrestri possono contare su oltre 179 mila veicoli corazzati. Anche questi numeri richiedono cautela: i 3.415 velivoli comprendono caccia, elicotteri, aerei da trasporto e mezzi da addestramento, mentre il totale navale include pattugliatori e unità ausiliarie dalle capacità operative molto differenti. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha paragonato sul piano tecnico la clausola di assistenza reciproca all’articolo 5 della Nato. Ha però precisato che grado, forma e modalità del sostegno saranno definiti attraverso consultazioni. L’accordo prevede la creazione di un comitato ministeriale e di un segretariato generale con sede in Arabia Saudita, ma i meccanismi di comando, le regole d’ingaggio e gli impegni operativi saranno discussi soltanto durante la prima riunione del nuovo organismo.

Ankara ha già manifestato l’intenzione di ampliare l’intesa. Fidan ha definito l’Egitto un “partner naturale” e ha sostenuto che il Cairo potrebbe aderire in futuro. Al momento, tuttavia, secondo quanto appreso da “Agenzia Nova” da due fonti egiziane informate, l’Egitto ha scelto di restare fuori dall’accordo per preservare il proprio margine di manovra nei rapporti con potenze regionali e internazionali portatrici di interessi divergenti. Non risulta comunque che il governo egiziano abbia espresso un rifiuto definitivo. Anas al Qassas, esperto egiziano di affari internazionali e strategici e membro della Commissione di geopolitica dell’Associazione internazionale di scienze politiche, ha spiegato a “Nova” che la proposta avanzata il 21 giugno dal presidente Abdel Fattah al Sisi riguardava un quadro istituzionale di consultazione tra Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, non un’alleanza di difesa comune con obblighi militari. Un’adesione imporrebbe inoltre al Cairo di conciliare il patto con il partenariato strategico con l’India, rivale storica del Pakistan, e con la relazione consolidata con la Grecia, contrapposta alla Turchia su diversi dossier del Mediterraneo orientale.

Anche il Qatar ha accolto positivamente l’accordo senza manifestare, almeno per ora, l’intenzione di aderire. Il portavoce del ministero degli Esteri, Majed al Ansari, ha dichiarato ieri che Doha sostiene ogni forma di cooperazione regionale capace di rafforzare sicurezza e stabilità. Interpellato sull’eventuale ingresso dell’emirato, Al Ansari ha però precisato: “Credo sia troppo presto per parlare di questa o di altre iniziative, perché disponiamo di più di un quadro di cooperazione con questi Paesi”. La cautela di Doha, alleato storico della Turchia e a lungo contrapposto all’Arabia Saudita proprio per i rapporti con la Fratellanza musulmana, conferma che l’allargamento del patto non sarà automatico neppure tra governi sunniti legati ai tre firmatari. La conclusione dell’accordo nel pieno dell’escalation militare con Teheran, gli attacchi contro gli Stati del Golfo, la crisi delle rotte energetiche e la crescente proiezione militare israeliana ne condizionano inevitabilmente la lettura politica. Il primo banco di prova sarà la definizione dei meccanismi operativi: solo allora sarà possibile stabilire se il patto della Mecca resterà soprattutto un segnale di deterrenza oppure si trasformerà in un’alleanza capace di coordinare realmente forze convenzionali, industria militare e, sullo sfondo, la potenza nucleare pakistana.

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