Le elezioni del 27 ottobre aprono la possibilità di un’alternanza politica, ma sicurezza nazionale, questione palestinese e fragilità delle coalizioni restringono i margini di una svolta. K metro 0 – Tel Aviv – Israele potrebbe cambiare governo senza cambiare davvero direzione. È il paradosso delle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo l’attacco di Hamas
Le elezioni del 27 ottobre aprono la possibilità di un’alternanza politica, ma sicurezza nazionale, questione palestinese e fragilità delle coalizioni restringono i margini di una svolta.
K metro 0 – Tel Aviv – Israele potrebbe cambiare governo senza cambiare davvero direzione. È il paradosso delle elezioni del 27 ottobre, le prime dopo l’attacco di Hamas del 2023 e tre anni di guerre che hanno ridefinito la sicurezza nazionale, gli equilibri regionali e il rapporto con i palestinesi. La competizione elettorale riguarda la leadership di Benjamin Netanyahu, ma investe una questione più profonda: quanto può cambiare la politica israeliana dopo il trauma del 7 ottobre?
Netanyahu affronta il voto rivendicando i risultati delle operazioni militari contro Hamas, Hezbollah e Iran. I suoi avversari denunciano le responsabilità politiche per le falle della sicurezza, il deterioramento della fiducia nelle istituzioni e le tensioni provocate dalla riforma giudiziaria. Tuttavia, la contrapposizione sulla guida del Paese non corrisponde necessariamente a una diversa concezione delle minacce strategiche.
Il principale sfidante, Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar, propone una leadership fondata sulla responsabilità istituzionale e sul recupero della credibilità dello Stato. Anche l’ex premier Naftali Bennett rappresenta un riferimento dell’opposizione. Ma entrambi operano in un contesto nel quale la sicurezza resta il criterio dominante delle scelte politiche.
I sondaggi dell’11 ottobre confermano l’incertezza. Secondo le rilevazioni riportate dal Jerusalem Post, Yashar guida in tre indagini, mentre né il blocco di Netanyahu né quello dell’opposizione raggiungono autonomamente i 61 seggi necessari per governare. Il problema non è soltanto conquistare voti, ma costruire una maggioranza tra forze profondamente eterogenee.
Tre fratture interne complicano qualsiasi accordo. La prima riguarda le esenzioni dal servizio militare per gli ultraortodossi, sempre più contestate dopo anni di mobilitazione dei riservisti. La seconda investe l’indipendenza della magistratura e i rapporti tra potere esecutivo e istituzioni. La terza concerne il ruolo dei partiti arabi, potenzialmente decisivi nell’aritmetica parlamentare ma politicamente controversi per diverse componenti dell’opposizione.
Sul fronte palestinese, le differenze appaiono più limitate di quanto suggerisca la contrapposizione elettorale. Un’analisi del Financial Times dell’11 ottobre evidenzia che l’opposizione intende contrastare la violenza dei coloni, intervenire sugli avamposti illegali in Cisgiordania e ricostruire i rapporti con l’Autorità palestinese e i partner internazionali. Non emerge però, tra i principali leader dell’opposizione, un sostegno alla creazione di uno Stato palestinese.
Un’alternanza potrebbe quindi modificare profondamente il metodo di governo e il linguaggio diplomatico senza determinare una rottura nella dottrina di sicurezza. Il confronto con l’Iran, la minaccia dei gruppi armati e la necessità di ristabilire la deterrenza continuerebbero a condizionare qualunque esecutivo.
Gaza rappresenta il banco di prova più difficile. Il cessate il fuoco del 2025 non ha risolto le questioni del disarmo di Hamas, del ritiro israeliano, della ricostruzione e dell’amministrazione futura del territorio. Le violenze successive alla tregua dimostrano quanto resti distante una stabilizzazione politica duratura.
La posta in gioco supera dunque il destino personale di Netanyahu. Israele deve decidere come ricostruire la fiducia nelle istituzioni, conciliare sicurezza e tenuta democratica e ridefinire le proprie relazioni internazionali.
Il 27 ottobre potrebbe aprirsi una nuova stagione politica. Ma senza una strategia capace di affrontare anche il futuro dei palestinesi, il cambiamento della leadership rischia di lasciare irrisolti i nodi fondamentali del conflitto.













