K metro 0 – Tel Aviv – Benjamin Netanyahu punta a ridisegnare la mappa strategica del Medio Oriente attraverso l’indebolimento dell’Iran e l’ampliamento degli Accordi di Abramo. Il progetto, sostenuto apertamente da Donald Trump, incontra però un limite negli interessi delle monarchie del Golfo, che condividono la preoccupazione per Teheran ma non necessariamente la strategia
K metro 0 – Tel Aviv – Benjamin Netanyahu punta a ridisegnare la mappa strategica del Medio Oriente attraverso l’indebolimento dell’Iran e l’ampliamento degli Accordi di Abramo. Il progetto, sostenuto apertamente da Donald Trump, incontra però un limite negli interessi delle monarchie del Golfo, che condividono la preoccupazione per Teheran ma non necessariamente la strategia israeliana per affrontarla. La questione è fino a che punto una convergenza sulla sicurezza possa trasformarsi in un’alleanza politica.
A nove giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Trump ha espresso il proprio pieno sostegno a Netanyahu, presentandolo come un interlocutore indispensabile nel confronto con l’Iran. Ha anche prospettato nuove azioni contro la Repubblica islamica, legando di fatto la continuità della leadership israeliana alla propria politica regionale.
Netanyahu ha delineato le sue priorità in un’intervista a Fox News: eliminare la minaccia iraniana, estendere la normalizzazione con i Paesi arabi e rafforzare il ruolo di Israele nelle tecnologie avanzate, a cominciare dall’intelligenza artificiale. I primi due obiettivi sono strettamente collegati nella sua visione. Ma non è detto che il perseguimento dell’uno favorisca l’altro.
Gli Accordi di Abramo, avviati nel 2020, hanno aperto una fase nuova nei rapporti fra Israele e alcuni Stati arabi, a partire dagli Emirati e dal Bahrein. La cooperazione economica, tecnologica e di sicurezza ha dimostrato che la normalizzazione può procedere anche in assenza di una soluzione della questione palestinese. Non ha però cancellato le divergenze sulle priorità regionali.
Abu Dhabi mantiene rapporti strategici con Israele, ma non intende compromettere la propria sicurezza economica e territoriale in un conflitto con Teheran. La protezione delle infrastrutture, dei porti e dei collegamenti commerciali resta una priorità. Per questo gli Emirati hanno escluso l’utilizzo del proprio territorio e dello spazio aereo per operazioni offensive contro l’Iran, distinguendo la cooperazione difensiva dalla partecipazione a una guerra.
Ancora più delicata è la posizione saudita. Riyadh non ha normalizzato i rapporti con Israele e continua a collegare un eventuale accordo a una prospettiva politica per i palestinesi. Gli Stati Uniti restano il principale riferimento della sua sicurezza, ma Mohammed bin Salman deve anche proteggere la trasformazione economica del regno dai rischi di un’escalation regionale. Il dialogo riaperto con Teheran nel 2023 risponde a questa esigenza: gestire la rivalità senza trasformarla in uno scontro permanente.
La distanza fra le posizioni israeliane e quelle delle monarchie del Golfo non dipende quindi soltanto da differenti valutazioni della minaccia iraniana. Riguarda soprattutto gli strumenti per contenerla e i costi che ciascun Paese sarebbe disposto a sostenere.
Lo Yemen mostra quanto questa distinzione sia concreta. Gli Houthi, sostenuti dall’Iran, rappresentano una minaccia per la sicurezza saudita e per la navigazione nel Mar Rosso. Ma anche Arabia Saudita ed Emirati, pur avendo combattuto contro lo stesso avversario, hanno sviluppato progetti differenti per il futuro del Paese.
Riyadh privilegia la sicurezza dei confini e il sostegno alle istituzioni yemenite riconosciute internazionalmente. Abu Dhabi ha invece costruito rapporti con le forze meridionali e costiere, attribuendo un peso particolare ai porti e alle rotte marittime. Le loro divergenze mostrano come la collaborazione militare possa convivere con una competizione politica.
La centralità di Bab el-Mandeb rende lo Yemen decisivo per gli equilibri commerciali internazionali, ma non risolve il problema della sua frammentazione interna. Mettere in sicurezza lo stretto e costruire un assetto politico sostenibile per il Paese sono obiettivi distinti. Il primo può favorire il secondo, non sostituirlo.
È questa la difficoltà che Netanyahu incontra nel tentativo di allargare gli Accordi di Abramo. L’indebolimento dell’Iran potrebbe modificare i rapporti di forza regionali, ma non garantisce che Arabia Saudita ed Emirati siano disposti ad aderire a una strategia fondata su nuove operazioni militari. Per Israele, la pressione su Teheran può rappresentare una condizione della sicurezza. Per le monarchie del Golfo, la stabilità richiede anche di evitare che quella pressione produca un conflitto incontrollabile.
Il sostegno di Trump rafforza la posizione politica di Netanyahu, senza risolvere questa divergenza. Washington può favorire nuove intese regionali, ma non può cancellare gli interessi autonomi dei suoi partner arabi.
La mappa strategica del Medio Oriente può dunque cambiare senza che ne emerga un ordine politico condiviso. Le convergenze sulla sicurezza sono reali, ma restano selettive e condizionate dalle priorità nazionali. Netanyahu scommette sulla possibilità di trasformarle in nuove alleanze. Il rischio è che una maggiore pressione sull’Iran renda più difficile proprio quel passaggio.
Il sostegno di Trump rafforza la posizione di Netanyahu, ma non risolve le divergenze con le monarchie del Golfo. La mappa strategica del Medio Oriente può cambiare senza che emerga un nuovo equilibrio politico. È questa l’incognita del progetto israeliano: indebolire l’Iran può modificare i rapporti di forza, ma non basta a convincere i Paesi arabi a riconoscersi nella stessa strategia regionale.













