Il gas russo non ci serve, l’Europa ha mostrato di poterne fare a meno

Il gas russo non ci serve, l’Europa ha mostrato di poterne fare a meno

K metro 0 – Roma – La notizia è arrivata in sordina, come spesso accade quando i fatti disturbano la narrazione dominante. Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI ha aperto pubblicamente all’ipotesi di congelare le sanzioni energetiche alla Russia, per poter riprendere gli acquisti di gas da Mosca. In pochi giorni, a ripetizione, la stessa

K metro 0 – Roma – La notizia è arrivata in sordina, come spesso accade quando i fatti disturbano la narrazione dominante. Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI ha aperto pubblicamente all’ipotesi di congelare le sanzioni energetiche alla Russia, per poter riprendere gli acquisti di gas da Mosca. In pochi giorni, a ripetizione, la stessa tesi è stata ripetuta da Salvini e da Conte, forze politiche che condividono l’amicizia con il Cremlino.

Prima di tutti a tracciare la rotta era stato Trump, che con la guerra all’Iran ha regalato ai Pasdaran la pistola carica con la quale ricattare e tenere in ostaggio il mondo e che comunque si era già esposto invitando i paesi europei a tornare a fare acquisti a Mosca. Il ragionamento è sempre lo stesso: siamo in emergenza, Hormuz è paralizzato, il Qatar non riesce ad esportare. Dunque – si conclude – si deve tornare da Putin. Un ragionamento che ha l’apparenza della necessità e della logica, ma la sostanza della resa politica. 

I numeri smentiscono la tesi. La quota russa nelle importazioni di gas dell’Unione è scesa dal 40% del 2021 a poco meno del 12% nel 2025, considerando pipeline e GNL insieme. Non è una cifra trascurabile – vale ancora miliardi di euro annui – ma è lontanissima dall’immagine di dipendenza strutturale che i fautori del ” torniamo a Mosca” vogliono accreditare. Il consiglio dell’UE ha adottato a gennaio 2026 un regolamento che vieta progressivamente tutte le importazioni di gas russo, con divieto pieno entro il 2027. Il percorso è tracciato. Tornare indietro non sarebbe una emergenza, sarebbe una scelta.

Le importazioni da altri fornitori hanno più che compensato il calo russo: quelle dalla Norvegia sono cresciute; quelle dagli Stati Uniti sono quadruplicate rispetto al 2021, passando da 18,9 a 75,6 miliardi di metri cubi. Dal primo semestre del 2025 gli Stati Uniti sono il principale fornitore di GNL all’Italia con il 45%, seguiti dal Qatar con il 24% e Algeria al 20%. Non siamo senza alternative. Le alternative esistono, funzionano e si stanno espandendo. Solo per citare alcuni dei possibili sostituiti nelle forniture: Nigeria, Angola, Mozambico e soprattutto Stati Uniti. I rigassificatori italiani sono totalmente attrezzati a lavorare il materiale. E in effetti contro i cantori del “buon economico gas russo” vale l’osservazione che in Italia c’è bisogno di GNL -manca quello qatarino- non di gas russo. Si tratta di fonti energetiche diverse ed usare la crisi dello stretto per rilanciare gli acquisti da Mosca è un trucco retorico.

Ancora oggi quel 12 per cento di forniture che provengono dalla Russia e che valgono oltre 15 miliardi di euro annui, si traducono in armi puntate contro l’Ucraina e contro l’Europa, anche attraverso l’arsenale della guerra ibrida, comprese le campagne di destabilizzazione informativa e politica condotte in diversi paesi dell’Unione. Le cause intentate da diverse aziende europee contro Gazprom hanno dimostrato  come il fornitore russo non sia mai stato affidabile e conveniente, come lo descrive la retorica nostalgica: era un’arma ad orologeria, consegnata a prezzi di favore se serviva a creare dipendenza, poi usata come leva di ricatto non appena la dipendenza diventava matura. 

Oltretutto in condizioni normali, circa l’84 per cento del greggio e l’83 per cento del GNL che transitano attraverso lo stretto di Hormuz sono diretti in Asia. La crisi perciò dovrebbe colpire Cina e paesi asiatici e non i paesi europei, che fronteggiano scarsità dei prodotti e prezzi alle stelle. La risposta a questa contraddizione è nella struttura del mercato globale che funziona con il sistema dei vasi comunicanti. Quando le raffinerie asiatiche perdono accesso alle forniture del Golfo, si muovono rapidamente e in modo massiccio- soprattutto la Cina- per accaparrarsi tutti i prodotti energetici in circolazione, anche quelli destinati ai mercati occidentali, facendo schizzare in alto i prezzi e creando rarefazione delle merci drenate in modo massiccio su tute le piazze. Peraltro l’Iran ha concesso- dietro pedaggio- alle petroliere dirette in Cina il passaggio dallo Stretto. La penuria che lamenta l’Europa è perciò parzialmente artificiale : è il risultato di un sistema in cui Cina e Russia traggono vantaggi reciproci dalla guerra innescata da Trump, senza calcolare le conseguenze. 

Se l’obiettivo è abbassare i prezzi e ridurre la dipendenza, la risposta non è tornare a comprare da Putin. Semmai cercare di fare in modo che sia la Cina a comprare il gas russo a prezzi scontati, e smettere di competere con l’Europa sui mercati del GNL globale, dove la concorrenza cinese fa salire i prezzi. Nel frattempo gli Usa sono diventati il primo esportatore mondiale di GNL e stanno aumentando la loro capacità produttiva. Lo stesso può dirsi del Canada. Entrambi peraltro a prezzi competitivi. L’Italia può diversificare. Lo ha già dimostrato. Non è costretta a comprare gas russo. Se scegliesse di farlo sarebbe per volontà politica e non per necessità energetica. Con tanti ringraziamenti da parte di Putin.

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Rossana Livolsi
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