K metro 0 – Londra – A dieci anni dall’uscita di Londra dall’Unione europea i sondaggi mostrano che circa il 60 per cento dei britannici ritiene che la gestione della Brexit sia stata un fallimento e che l’uscita dall’ Europa abbia reso il paese più povero e meno influente. Dieci anni fa il congedo dall’Unione era
K metro 0 – Londra – A dieci anni dall’uscita di Londra dall’Unione europea i sondaggi mostrano che circa il 60 per cento dei britannici ritiene che la gestione della Brexit sia stata un fallimento e che l’uscita dall’ Europa abbia reso il paese più povero e meno influente.
Dieci anni fa il congedo dall’Unione era stato caricato di promesse, in primo luogo quello della sovranità assoluta, un’età dell’oro fatta di ” integral freedom”, commerciale e legislativa, libera dai vincoli burocratici di Bruxelles. Oggi, quella promessa si è tradotta nel più spettacolare fallimento sistemico della storia politica recente d’Oltremanica. Il “Bregret” – il rimpianto per le conseguenze della Brexit che i sondaggi fissano ormai stabilmente sopra al 60% – non è più un astratta speculazione da accademici, ma la chiave di lettura di una crisi profonda. Una crisi che sta travolgendo il governo laburista di Keir Starmer, frantumando i partiti tradizionali e spalancando le porte alle ali più radicali e populiste del paese.
Per l’Europa continentale, la Gran Bretagna non è più un partner in fuga da punire o da rimpiangere, ma qualcosa di ben più inquietante: il laboratorio del giorno dopo, l’avamposto di una patologia democratica che rischia di contagiare l’intero Occidente.
L’illusione che l’arrivo dei laburisti a Downing Street potesse rappresentare il ritorno della stabilità e della fisiologia delle regole del sistema maggioritario, si è infranta contro la dura realtà dei numeri. Keir Starmer, che si è presentato in un ruolo da quasi tecnico, da competente, custode dell’efficienza procedimentale dopo gli anni incendiari dei Tory, è oggi un leader politicamente paralizzato. Con un tasso di gradimento che a stento sfiora il 30 per cento, il Premier sconta un peccato originale: l’aver rinunciato a governare la complessità in nome della pura prudenza elettorale. Nel tentativo di non alienarsi l’elettorato operaio del Red Wall che nel 2016 scelse la Brexit, Starmer ha imposto un silenzio tombale sui rapporti con Bruxelles ed ha applicato una ricetta di rigore fiscale che ha finito per strangolare i servizi pubblici, a partire dal collasso strutturale del National Health Service. Ma la democrazia, specie se sotto stress economico, non tollera vuoti di visione. Laddove i moderati scelgono la gestione notarile dell’esistente, si generano praterie per la polarizzazione.
La fragilità di Starmer e i suoi passi con la vicenda degli Epstein files, ha innescato una guerra di successione interna al Labour che si è consumata con strappi traumatici.
Non si tratta di semplici faide tra correnti, ma di scontri ideologici e geografici sul destino della sinistra e del Paese, rappresentato da due figure chiave. La clamorosa decisione d Wes Streeting di dimettersi da Ministro della Sanità ha rotto la finta pax interna. Streeting ha formalizzato l’accusa a Starmer di aver ridotto il partito a un “vuoto di visione” ed ha infranto il tabù europeo. Rivolgendosi a quell’ establishment e a quelle classi produttive urbane che guardano con terrore all’isolamento britannico, Streeting propone una linea di aperto “rest” nei rapporti con l’Unione, indicando nella Brexit la causa prima del declino britannico.
Sul fronte opposto si muove il popolarissimo sindaco di Greater Manchester, il King of the North. In rotta di collisione con i vertici londinesi del partito- che in passato hanno tentato di sbarrargli la strada- Andy Burnham ha compiuto una mossa spregiudicata: correre per la supplettiva di Makerfield per riprendersi un seggio a Westminster e lanciare la sfida frontale alla leadership. Burnham con il suo populismo territoriale parla la lingua del riscatto sociale, della difesa delle periferie geografiche ed esistenziali dimenticate dal centralismo londinese. Pur frenando per un ritorno immediato nell’UE per non riaprire vecchie ferite identitarie, Burnham incarna un populismo di sinistra che individua nell’austerità, e non solo nella Brexit, il vero male inglese.
Mentre il Labour si avvita nei suoi dilemmi il sistema politico britannico sta subendo un’emorragia di consensi che mette in discussione il tradizionale bipartitismo. Il dato più allarmante per le cancellerie europee è la scomposizione dell’elettorato in quattro blocchi quasi equivalenti, dove i partiti tradizionali di governo sono scivolati ai minimi storici, insidiati dalle ali radicali. Il dato macroscopico è l’ascesa della destra radicale. Reform UK, la creatura di Nigel Farange, viaggia nei sondaggi come primo partito del Paese, capitalizzando la rabbia per il carovita e cavalcando la retorica del tradimento della Brexit da parte delle élites. Specularmente a sinistra i Greens stanno drenando i voti dei giovani e delle aree urbane progressiste, deluse dalle timidezze ambientali e sociali di Starmer.
L’apparente paradosso di Farange, autore della Brexit che viene premiato nei sondaggi, nasce dall’abilità dell’uomo a riciclare il messaggio populista. ” La Brexit era un’ottima idea che è stata sabotata dalla casta dei politici che non hanno voluto dispiacere alle élites globaliste” e si candida a realizzare la vera Brexit. Farange è stato anche abile a spostare il focus e l’attenzione sul tema dell’immigrazione. Dunque non più l’Europa, ma gli sbarchi da bloccare e gli immigrati da respingere. La Brexit è stata sostituita da un sentimento anti-sistema più viscerale legato alla sicurezza, al collasso dello stato sociale e alla crisi degli alloggi. Tutte questioni che la propaganda populista associa interamente alla pressione migratoria.Ed il voto per Reform UK ha assunto una funzione puramente punitiva e nichilista di chi si sente tradito e preferisce “dar fuoco alla casa”, piuttosto che darla vinta ” ai soliti”.
La vicenda britannica offre una lezione fondamentale alla sponda continentale. La Brexit era stata presentata dai suoi architetti come l’atto supremo di libertà di un popolo contro la gabbia dei trattati. A distanza di un decennio, si è rivelata il detonatore che ha scardinato i corpi intermedi, polarizzato la società e reso le istituzioni vulnerabili ai tecnopolitici che rifiutano ogni vincolo del risentimento permanente. Se l’Europa della spesa controllata, dei pesi e dei contrappesi e delle regole governate non saprà offrire risposte concrete alle proprie periferie materiali e democratiche, il rischio è che il modello Westminster- ridotto ad un campo di macerie conteso da populisti e radicali- smetta di essere un’anomalia insulare e diventi il futuro del continente.













