K metro 0 – Washington – “Allora come oggi, la cittadinanza, è il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica”, così il presidente della Corte Suprema Usa ha commentato la sentenza con la quale il Tribunale ha bocciato l’ordine esecutivo, firmato da Trump nel primo giorno del suo secondo mandato, bandiera
K metro 0 – Washington – “Allora come oggi, la cittadinanza, è il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica”, così il presidente della Corte Suprema Usa ha commentato la sentenza con la quale il Tribunale ha bocciato l’ordine esecutivo, firmato da Trump nel primo giorno del suo secondo mandato, bandiera della guerra MAGA agli immigrati. Un provvedimento con il quale il Presidente intendeva negare la cittadinanza automatica ai figli degli stranieri nati negli Stati Uniti. Con una decisione destinata a fare rumore SCOTUS ( Supreme Court of the United States) ha riaffermato il valore di un principio universale che tocca da vicino un fondamento del costituzionalismo liberale e democratico, uno tra i capisaldi più antichi e delicati dell’occidente: il rapporto tra il potere esecutivo e i limiti che una Carta fondativa impone, anche quando quel potere gode di ampio consenso popolare.
Il verdetto ha visto la maggioranza della Corte – a trazione conservatrice trumpiana – riaffermare che il 14esimo emendamento, ratificato dopo la guerra civile proprio per garantire i diritti degli ex schiavi, si applica senza eccezioni sostanziali a chiunque nasca sul sul suolo americano. Il presidente della Corte, John Roberts- non un progressista, ma il volto dell’establishment giudiziario conservatore- ha scritto l’opinione di maggioranza definendo appunto la cittadinanza come ” il diritto di avere diritti” e di partecipare liberamente alla comunità politica. Una formula che richiama direttamente Hannah Arendt in ” Le origini del totalitarismo” dove la grande pensatrice descrive il diritto di cittadinanza come ” the right to have rights”, ossia la condizione minima senza la quale nessun altro diritto può essere esercitato o anche solo reclamato. Un lessico nato dalla riflessione sul totalitarismo europeo diventa lo strumento concettuale per arginare- negli Stati Uniti del 2026- un tentativo di limitare per via esecutiva l’accesso alla cittadinanza.
Un’eco orbaniana nell’ordine esecutivo di Trump che intendeva ridefinire un principio costituzionale radicato nella coscienza e nel diritto, tramite decreto presidenziale, bypassando sia il Congresso, sia la necessità di un emendamento costituzionale. Ossia la logica che ha caratterizzato l’Ungheria di Orban e la Polonia del PiS: usare la maggioranza esecutiva per riscrivere per via amministrativa ciò che nell’ordine costituzionale liberale richiederebbe un processo deliberativo più ampio e più difficile da controllare. Trump come il suo ispiratore Orban, sebbene utilizzando leve apparentemente contrapposte, hanno preteso di utilizzare la cittadinanza non come categoria giuridica neutra ma come strumento per ridisegnare l’appartenenza alla comunità politica secondo criteri diversi da quelli classici. La sentenza della Corte ha impedito lo ” strappo” in stile illiberale, ma il vicepresidente Vance ha già segnalato che l’amministrazione cercherà vie alternative. Trump ha definito la sentenza ” un male per il Paese”, elogiando la Cina che non prevede alcun diritto di cittadinanza per nascita, invitando il Congresso a legiferare per aggirare per via ordinaria un principio che la Corte ha appena definito costituzionalmente blindato.
Interessante, dal punto di vista degli equilibri interni alla Corte, è la spaccatura che il caso ha rivelato anche tra i giudici di nomina repubblicana. Amy Coney Barrett scelta da Trump nel corso del primo mandato, si è unita alla maggioranza . Brett Kavanaugh ha bollato il provvedimento come contrario contrario alla legge federale vigente: un dettaglio procedurale che segnala quanto anche l’ala conservatrice della Corte non sia disposta a scardinare un secolo di giurisprudenza consolidata, solo per assecondare la linea dell’esecutivo.
La sentenza peraltro si inserisce in una sequenza di sconfitte per la Casa Bianca davanti alla Corte: dopo la bocciatura dei dazi e il veto al licenziamento immediato della governatrice della Federal Reserve, Lisa Cook, è la terza volta che in pochi mesi che i giudici tracciano un limite netto all’espansione del potere presidenziale. E’ il segnale che alcuni meccanismi di freno all’erosione dei contrappesi istituzionali continuano a funzionare, nonostante tutto. Resta da vedere se questa resilienza istituzionale reggerà nel tempo, o se- come suggerisce la reazione della Casa Bianca- diventerà essa stessa prossimo terreno di scontro.













