K metro 0 – Bruxelles – La nuova fiammata del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dai rischi di blocco lungo le rotte strategiche dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso, ha riacceso i riflettori sulla strutturale vulnerabilità del sistema energetico globale. Sebbene dal punto di
K metro 0 – Bruxelles – La nuova fiammata del prezzo del petrolio sui mercati internazionali, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dai rischi di blocco lungo le rotte strategiche dello Stretto di Hormuz e del Mar Rosso, ha riacceso i riflettori sulla strutturale vulnerabilità del sistema energetico globale. Sebbene dal punto di vista dell’offerta reale non si registrino contrazioni immediate nella produzione di greggio, le dinamiche speculative e l’integrazione di un marcato premio di rischio nei contratti futures (Contratto simmetrici e vincolanti nel settore forniture), stanno già trasferendo le prime tensioni sui listini dei carburanti e sulle catene di approvvigionamento internazionali. Per l’Europa, Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche esterne, questi rialzi si convertono tempestivamente in un fattore di pressione per l’economia reale. L’aumento dei prezzi alla pompa per benzina e gasolio non rappresenta un costo isolato: agendo come bene intermedio trasversale, il carburante incide direttamente sulla logistica commerciale e sul trasporto delle merci, trasferendosi in modo diffuso sul livello generale dei prezzi al consumo e alimentando spinte inflazionistiche che erodono il potere d’acquisto reale delle famiglie.
Analizzando l’architettura del mercato energetico contemporaneo, emerge tuttavia una precisa logica funzionale nella gestione di queste turbolenze. Nel modello del capitalismo finanziarizzato globale, la protezione del rendimento del capitale e la salvaguardia dei margini operativi rappresentano il requisito primario per le grandi corporazioni del settore. Di fronte a choc geopolitici o ad aumenti dei costi di trasporto, il sistema economico rifiuta l’ipotesi di assorbire la variazione dei costi riducendo i propri margini di profitto, scegliendo invece di trasferire integralmente il maggior carico finanziario sul prezzo finale di vendita. Si determina così un’asimmetria strutturale in cui i profitti realizzati nelle fasi favorevoli rimangono privati, mentre i rischi e i costi derivanti dalle crisi internazionali vengono integralmente socializzati e scaricati a valle della filiera.
Quando la pressione del caro-carburante rischia di compromettere la stabilità del tessuto socio-economico, l’intervento pubblico viene sollecitato per calmierare i prezzi attraverso strumenti fiscali, quali il taglio temporaneo delle accise o l’erogazione di sussidi straordinari. Si realizza in questo modo un circuito in cui lo Stato si trova costretto a impiegare risorse provenienti dalla fiscalità generale per mitigare un rincaro privato. In ultima analisi, il peso finanziario necessario a servizi essenziali per contenere l’emergenza energetica.
La Cina ad esempio in questa crisi, ha drasticamente ridotto le sue importazioni di petrolio, consentendo una moderazione dei prezzi . Gli acquisti del Paese sono diminuiti del 50%, confrontando i 12 milioni di barili di greggio al giorno importati nel dicembre 2015 con i 5,8 milioni di barili al giorno dello scorso giugno, secondo i calcoli di Vortexa, società specializzata nell’analisi dei dati di trading di materie prime, forniti a RTVE News. Il Paese ha svolto un ruolo cruciale, come ha sottolineato Javier Blas, editorialista di Bloomberg per l’energia, in un articolo pubblicato due settimane fa, in cui ha descritto la Cina come la “mano invisibile” che ha impedito al prezzo del petrolio di schizzare a 200 dollari al barile.
E se la Cina è stata in grado di acquistare petrolio a un prezzo molto più basso, è stato grazie alle sue vaste riserve e alle sue scorte commerciali . “In sostanza, questo le consente di avere una maggiore capacità di copertura in situazioni di stress o di essere meglio preparata ad affrontare situazioni come quella attuale”, osserva Tomás Opazo, economista senior di Analistas Financieros Internacionales (AFI). Sebbene la Cina non fornisca dati sull’entità delle sue riserve, il comportamento osservato negli ultimi mesi suggerisce che possieda le maggiori al mondo.













