Il leader serbo-bosniaco conserva la propria influenza attraverso il successo del suo partito. Tra Russia, Stati Uniti e Unione europea, il voto rivela la fragilità di un sistema che continua a garantire la pace senza riuscire a superare le proprie divisioni. K metro 0 – Sarajevo – Milorad Dodik non poteva candidarsi, ma il suo
Il leader serbo-bosniaco conserva la propria influenza attraverso il successo del suo partito. Tra Russia, Stati Uniti e Unione europea, il voto rivela la fragilità di un sistema che continua a garantire la pace senza riuscire a superare le proprie divisioni.
K metro 0 – Sarajevo – Milorad Dodik non poteva candidarsi, ma il suo potere è uscito rafforzato dalle urne. È il paradosso delle elezioni del 4 ottobre in Bosnia-Erzegovina: il potere politico sopravvive alle sanzioni istituzionali, mentre le istituzioni faticano a sottrarsi a chi le controlla.
I risultati preliminari confermano la forza dell’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (SNSD) nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba. Željka Cvijanović, alleata di Dodik, ha ottenuto oltre il 55 per cento dei voti nella corsa al seggio serbo della presidenza tripartita. Anche nelle altre componenti del Paese prevalgono forze consolidate, senza segnali di una svolta capace di sbloccare il sistema.
Dodik era stato estromesso dalla presidenza della Republika Srpska dopo una condanna per aver disatteso le decisioni dell’Alto rappresentante internazionale. Il divieto di ricoprire incarichi pubblici non gli ha impedito di guidare il partito e orientare la campagna elettorale.
La sua forza riflette una debolezza strutturale della Bosnia. Gli accordi di Dayton, che nel 1995 posero fine alla guerra, costruirono un equilibrio fondato sulla rappresentanza dei tre popoli costitutivi: bosgnacchi, serbi e croati. Quell’architettura ha preservato la pace, ma ha moltiplicato i poteri di veto, offrendo alle élite strumenti per bloccare le riforme.
Oggi questa fragilità si intreccia con il mutamento degli equilibri internazionali. Washington ha revocato le sanzioni contro Dodik e suoi alleati, mentre la Republika Srpska ha investito milioni di dollari in attività di lobbying negli Stati Uniti.
Due consulenti vicini a Donald Trump, Chris LaCivita e James Blair, hanno lavorato per le autorità serbo-bosniache prima del voto. Trump ha dichiarato che interromperà i rapporti con loro qualora emergesse un conflitto d’interessi. Il caso mostra quanto la politica balcanica sia entrata nelle reti di influenza americane.
Sul piano economico, Washington sostiene un gasdotto verso la Croazia per ridurre la dipendenza bosniaca dal gas russo. Il progetto ha però sollevato obiezioni europee sulla trasparenza della scelta dell’investitore. L’interesse strategico americano e le regole europee non procedono necessariamente nella stessa direzione.
Mosca conserva in Dodik un interlocutore privilegiato. Il leader serbo-bosniaco ha incontrato Vladimir Putin pochi giorni prima delle elezioni. La Russia non deve necessariamente destabilizzare direttamente la Bosnia: può trarre vantaggio dalla paralisi istituzionale e dalle divergenze occidentali. L’Unione europea, che ha riconosciuto alla Bosnia lo status di Paese candidato nel 2022 e approvato l’apertura dei negoziati nel 2024, fatica a trasformare la prospettiva dell’adesione in riforme concrete.
L’affluenza, intorno al 42 per cento, segnala inoltre una crescente distanza fra cittadini e politica. Emigrazione, difficoltà economiche e corruzione restano problemi quotidiani che la competizione etnica tende a oscurare.
Il voto non annuncia inevitabilmente un nuovo conflitto. Ma segnala un rischio concreto: che la paralisi istituzionale si trasformi in un progressivo svuotamento dello Stato, senza bisogno di una nuova guerra. Dayton continua a preservare la pace, ma perde la convergenza internazionale che ne sosteneva l’efficacia. E quando i garanti di un compromesso smettono di condividerne gli obiettivi, anche la stabilità può diventare soltanto apparente.













