L’Italia acquista il 41 per cento del petrolio libico, quasi 500 mila barili al giorno

L’Italia acquista il 41 per cento del petrolio libico, quasi 500 mila barili al giorno

K metro 0 – Roma – Quattro barili di petrolio libico su dieci prendono la strada dell’Italia. Nei primi nove mesi del 2026, il nostro Paese ha acquistato in media 494 mila barili di greggio al giorno dalla Libia, pari al 41 per cento delle esportazioni petrolifere marittime del Paese nordafricano. È quanto emerge da

K metro 0 – Roma – Quattro barili di petrolio libico su dieci prendono la strada dell’Italia. Nei primi nove mesi del 2026, il nostro Paese ha acquistato in media 494 mila barili di greggio al giorno dalla Libia, pari al 41 per cento delle esportazioni petrolifere marittime del Paese nordafricano. È quanto emerge da un rapporto dell’Unità di ricerca sull’energia del portale specializzato “Attaqa”, secondo cui Roma si conferma nettamente il principale acquirente del petrolio libico, davanti a Spagna, Grecia e Francia. Il dato conferma la centralità della Libia per la sicurezza energetica italiana, in una fase in cui la guerra in Medio Oriente e le difficoltà di transito attraverso lo stretto di Hormuz stanno modificando le rotte internazionali del greggio. Il rapporto è tuttavia reciproco: secondo i dati dell’Unione energie per la mobilità (Unem), nel 2025 la Libia è stata il primo fornitore di petrolio dell’Italia, rappresentando circa il 24 per cento delle importazioni nazionali, davanti ad Azerbaigian e Kazakistan.

A rendere particolarmente appetibile il petrolio libico non è soltanto la vicinanza geografica, che consente tempi di trasporto relativamente brevi verso le raffinerie italiane, ma anche la qualità del greggio. Gran parte della produzione libica è costituita infatti da petrolio leggero e cosiddetto “dolce”, cioè a un basso contenuto di zolfo. A differenza dei greggi pesanti e più ricchi di impurità, il petrolio “sweet” richiede generalmente trattamenti meno complessi e costosi per essere trasformato in carburanti, permettendo di ottenere elevate quantità di prodotti pregiati come benzina, gasolio e carburante per aerei. Le qualità libiche più apprezzate, come quelle provenienti dai giacimenti di Sharara ed Es Sider, presentano contenuti di zolfo particolarmente bassi, rispettivamente intorno allo 0,07 e allo 0,44 per cento. La combinazione tra qualità del prodotto e prossimità geografica ha favorito negli anni una forte integrazione tra l’industria petrolifera libica e il sistema italiano della raffinazione. Senza contare che acquistare greggio dalla sponda meridionale del Mediterraneo significa poter contare su rotte marittime più brevi rispetto a quelle che collegano l’Italia ai produttori del Golfo Persico o di altre regioni lontane, riducendo i costi di trasporto e l’esposizione ai rischi che interessano alcuni passaggi strategici del commercio mondiale. La Libia rappresenta dunque non soltanto un importante fornitore in termini quantitativi, ma anche una fonte di greggio particolarmente adatta alla produzione di carburanti-

Secondo il rapporto di “Attaqa”, nei primi nove mesi del 2026 le esportazioni libiche di petrolio via mare hanno raggiunto una media di 1,19 milioni di barili al giorno, sostanzialmente stabile rispetto agli 1,20 milioni registrati nello stesso periodo del 2025. L’Italia ha assorbito da sola una quota nettamente superiore a quella degli altri principali acquirenti: la Spagna ha importato mediamente 130 mila barili al giorno, la Grecia 90 mila e la Francia 57 mila. Complessivamente, i quattro Paesi europei hanno acquistato 771 mila barili quotidiani, equivalenti a circa il 65 per cento delle esportazioni libiche. La concentrazione delle vendite verso l’Europa conferma quanto il mercato mediterraneo continui a essere determinante per le entrate petrolifere di Tripoli, nonostante la recente apertura verso altri mercati africani, tra cui Nigeria, Egitto e soprattutto Sudafrica. Quest’ultimo ha importato quasi un milione di barili di greggio libico nel solo mese di settembre, un’operazione particolarmente insolita: secondo “Attaqa”, si tratta infatti appena della seconda fornitura registrata dal 2013. Un segnale di come le tensioni in Medio Oriente e le difficoltà di approvvigionamento dal Golfo Persico stiano aprendo nuove opportunità commerciali per il petrolio libico.

Il forte legame energetico tra Italia e Libia resta tuttavia esposto all’instabilità politica e alle frequenti interruzioni delle attività petrolifere nell’ex Jamahiriya di Gheddafi. Un esempio è quanto accaduto a settembre, quando la chiusura forzata della valvola numero 7 dell’oleodotto Sharara-Zawiya, che collega uno dei principali giacimenti del Paese alla costa mediterranea, ha provocato gravi perdite produttive. Secondo la National Oil Corporation (Noc), nei soli quattro giorni successivi al blocco del 21 settembre sono andati perduti oltre 720 mila barili, per un danno economico superiore a 75 milioni di dollari. La valvola è stata riaperta il 26 settembre, consentendo il progressivo ripristino dei flussi. Nel complesso, la produzione libica si è attestata a settembre su una media di 1,341 milioni di barili al giorno, in calo del 4 per cento rispetto ad agosto. Nonostante la flessione, le entrate petrolifere trasferite sul conto sovrano presso la Libyan Foreign Bank sono aumentate del 12,1 per cento, raggiungendo 2,863 miliardi di dollari, contro i 2,555 miliardi del mese precedente. Dati che confermano la rilevanza economica del settore, ma anche la sua vulnerabilità alle tensioni interne. Per l’Italia, primo acquirente del greggio libico e Paese di riferimento per gli investimenti di Eni, la stabilità dell’industria petrolifera della Libia rappresenta dunque un interesse strategico diretto, tanto più in una fase di crescente incertezza sui mercati energetici internazionali.

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