K metro 0 – Roma – Le testimonianze di palestinesi che denunciano torture, violenze sessuali e trattamenti degradanti durante la detenzione nelle strutture israeliane arrivano alla Camera dei deputati attraverso il documentario Bodies of Evidence. Presentato il 19 ottobre a Montecitorio per iniziativa della deputata Stefania Ascari, il film realizzato da Al Jazeera porta al
K metro 0 – Roma – Le testimonianze di palestinesi che denunciano torture, violenze sessuali e trattamenti degradanti durante la detenzione nelle strutture israeliane arrivano alla Camera dei deputati attraverso il documentario Bodies of Evidence. Presentato il 19 ottobre a Montecitorio per iniziativa della deputata Stefania Ascari, il film realizzato da Al Jazeera porta al centro del dibattito italiano la questione degli abusi denunciati nelle carceri e nei centri di detenzione israeliani.
L’inchiesta, diretta da Awad Joumaa, raccoglie racconti di ex detenuti che descrivono aggressioni, umiliazioni, minacce e violenze sessuali, in alcuni casi perpetrate, secondo le testimonianze, anche mediante oggetti e animali. Oltre a ostacoli nell’accesso all’assistenza legale e sanitaria. Il documentario affianca alle dichiarazioni dei sopravvissuti materiali audiovisivi, contributi di esperti e ricostruzioni delle organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani. Per proteggere alcune delle persone intervistate sono stati adottati accorgimenti volti a preservarne l’identità.
Sono immagini troppo forti, che pretendono non solo di essere viste ma chiedono che qualcuno se ne assuma la responsabilità. Perché, quando il corpo umano viene ridotto a uno strumento di umiliazione, il silenzio di chi sa rischia di diventare parte del problema.
Sono accuse gravissime, che richiedono accertamenti indipendenti e responsabilità individuali precisamente individuate. Ma sarebbe altrettanto grave considerare la loro natura sconvolgente una ragione per non ascoltarle.

La produzione ha spiegato quanto sia stato difficile convincere i sopravvissuti a raccontare. Alcuni temevano ritorsioni contro se stessi o i familiari; altri non volevano rivivere il trauma; altri ancora avevano perso fiducia nella possibilità che una testimonianza cambiasse qualcosa. Per proteggere alcune persone sono stati utilizzati pseudonimi e accorgimenti per nasconderne l’identità, accompagnando i racconti, quando necessario, con riscontri documentali e sanitari.
Attorno alla proiezione si è sviluppata una forte riflessione nel quale il lavoro dei produttori ha incontrato le competenze di due studiosi del diritto internazionale, Triestino Mariniello e Maria Giulia Giuffré, e la denuncia politica di Stefania Ascari. Tre prospettive differenti, accomunate da una domanda: che cosa deve accadere perché la documentazione della violenza si trasformi in un’assunzione effettiva di responsabilità?
Il contributo del regista Awad Jouma e del coproduttore Pierangelo Pirak è stato quello di restituire centralità alle testimonianze, sottraendole alla rapida consumazione delle notizie di guerra. Il film, realizzato nell’ambito della produzione documentaristica di Al Jazeera, non si limita a denunciare presunti abusi, ma tenta di ricostruire le condizioni nelle quali tali violenze sarebbero state rese possibili e ripetute.
Durante la presentazione è emersa anche l’intenzione di sviluppare un ulteriore capitolo dell’inchiesta, rivolto alla catena di comando e alle responsabilità di coloro che avrebbero consentito, organizzato o tollerato le pratiche denunciate. La promessa più significativa di Bodies of Evidence non è quindi mostrare l’orrore. È impedire che l’orrore venga cancellato insieme alla memoria delle sue vittime.
L’intervento della giurista Maria Giulia Giuffré ha portato la discussione sul terreno più delicato: la qualificazione della violenza sessuale secondo il diritto internazionale. Giuffré ha insistito sulla necessità di esaminare i racconti del documentario all’interno del contesto più ampio delle detenzioni, degli sfollamenti, della distruzione delle condizioni di vita e delle altre violazioni denunciate nei territori palestinesi.
La giurista ha anche precisato che non spetta ai partecipanti a una proiezione sostituirsi a un tribunale. Ma questo non significa rinunciare a porre le domande giuridiche appropriate. Significa, al contrario, pretendere che siano raccolte le prove necessarie per rispondervi.
È una distinzione che merita di essere difesa anche da chi considera particolarmente grave la condotta delle autorità israeliane. La forza del diritto internazionale dipende dalla capacità di distinguere l’accusa dall’accertamento, il sospetto dalla prova e la responsabilità politica da quella penale.
La prudenza giuridica non è una forma di indifferenza morale. Diventa però un alibi quando viene utilizzata per evitare persino l’avvio delle indagini.
Giuffré e Mariniello avevano già sviluppato congiuntamente questi argomenti in un intervento pubblicato da Al Jazeera il 22 giugno 2026, chiedendo alla Corte penale internazionale di indagare sulla violenza sessuale denunciata nei confronti dei detenuti palestinesi e sulle possibili responsabilità lungo le strutture di comando.

Se Giuffré ha approfondito la qualificazione giuridica delle violenze, Triestino Mariniello, docente di diritto internazionale alla Liverpool John Moores University e componente del gruppo legale che rappresenta vittime di Gaza ha concentrato l’attenzione su una questione altrettanto decisiva: gli obblighi degli Stati terzi. Mariniello ha contestato l’idea secondo cui i governi possano attendere una sentenza definitiva prima di adottare misure preventive.
Il suo intervento ha avuto il merito di rovesciare la prospettiva abituale. La domanda non è soltanto che cosa stia facendo Israele. È anche che cosa siano tenuti a fare gli altri Stati quando dispongono di informazioni credibili su violazioni di eccezionale gravità.
Stefania Ascari dal canto suo ha rivendicato la decisione di portare Bodies of Evidence nell’Aula dei Gruppi della Camera. La deputata ha rivendicato il valore politico e civile dell’iniziativa, criticando la poca attenzione riservata dall’informazione italiana alle sofferenze dei palestinesi. La deputata ha inoltre contestato la linea del governo nei rapporti con Israele, collegando il tema delle responsabilità internazionali alle scelte italiane in materia di politica estera e spesa militare.
La presentazione a Montecitorio riporta così al centro una questione che va oltre il documentario: come garantire che le denunce di violazioni dei diritti umani siano sottoposte a verifiche indipendenti e, quando ne ricorrano i presupposti, a procedimenti giudiziari capaci di individuare le responsabilità.













