K metro 0 – Tel Aviv – Israele vota oggi, martedì 27 ottobre, per rinnovare i 120 seggi della Knesset, in elezioni che potrebbero modificare gli equilibri politici del Paese dopo anni segnati dalla guerra nella Striscia di Gaza, dagli scontri regionali e da profonde divisioni interne. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, leader del Likud, affronta
K metro 0 – Tel Aviv – Israele vota oggi, martedì 27 ottobre, per rinnovare i 120 seggi della Knesset, in elezioni che potrebbero modificare gli equilibri politici del Paese dopo anni segnati dalla guerra nella Striscia di Gaza, dagli scontri regionali e da profonde divisioni interne. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, leader del Likud, affronta la sfida dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, alla guida del partito centrista Yashar. Ma il risultato delle urne potrebbe non bastare a individuare immediatamente il prossimo capo del governo: nessuno dei due principali schieramenti appare sicuro di raggiungere la maggioranza parlamentare.
I seggi sono aperti dalle 7 alle 22 ora israeliana, dalle 6 alle 21 in Italia. Circa 7,3 milioni di cittadini hanno diritto al voto, tra cui circa 1,2 milioni di arabi israeliani, o cittadini palestinesi di Israele. Sono 37 le liste in competizione e per entrare in Parlamento occorre superare la soglia del 3,25 per cento dei voti validi.
È la prima elezione generale israeliana dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023 e le successive operazioni militari israeliane a Gaza. La campagna si è concentrata sulla sicurezza, sulla gestione dei conflitti, sulle responsabilità politiche per le carenze nella difesa del Paese e sul futuro delle istituzioni. Sullo sfondo restano anche le tensioni in Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti israeliani e i rapporti con gli Stati Uniti.
Netanyahu punta a ottenere un nuovo mandato attraverso l’alleanza con i partiti religiosi e della destra nazionalista. Eisenkot si presenta invece come alternativa alla leadership del premier, facendo leva sulla propria esperienza militare e sulla richiesta di maggiore responsabilità politica nella gestione delle crisi. Le differenze tra i due non coincidono però con una contrapposizione netta su tutte le questioni regionali: anche Eisenkot mantiene posizioni rigorose sulla sicurezza e non sostiene il riconoscimento immediato di uno Stato palestinese.
Gli ultimi sondaggi diffusi dalle principali televisioni israeliane attribuiscono a Yashar tra 22 e 23 seggi, contro i 19–21 del Likud. L’alleanza B’Yachad, formata dall’ex primo ministro Naftali Bennett e da Yair Lapid, sarebbe accreditata di 14–15 deputati. Altre forze dell’opposizione comprendono i Democratici di Yair Golan e Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman.
La coalizione favorevole a Netanyahu viene stimata intorno ai 50 seggi, mentre i partiti dell’opposizione ebraica oscillerebbero complessivamente tra 52 e 56. Nessuno dei due blocchi raggiungerebbe quindi, sulla base di queste rilevazioni, i 61 deputati necessari per una maggioranza assoluta. Si tratta tuttavia di sondaggi precedenti al voto, non di risultati.
In questo scenario, i partiti rappresentativi della minoranza araba potrebbero assumere un ruolo determinante. Le ultime rilevazioni attribuiscono loro complessivamente tra 14 e 16 seggi, una quota sufficiente, sul piano numerico, a modificare gli equilibri tra le principali coalizioni.
Le formazioni da seguire sono soprattutto Ra’am, guidata da Mansour Abbas, e la Lista comune, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad. Le loro posizioni non sono identiche. Ra’am ha già partecipato, nel 2021, alla coalizione di governo guidata da Bennett e Lapid, privilegiando una strategia di partecipazione istituzionale e di negoziazione su risorse pubbliche, sicurezza delle comunità arabe e sviluppo economico.
La Lista comune comprende invece componenti della sinistra ebraico-araba e del nazionalismo palestinese. Le sue rivendicazioni riguardano l’uguaglianza dei diritti dei cittadini arabi, il contrasto alla criminalità, la situazione nei territori palestinesi e il riconoscimento di uno Stato palestinese. Un eventuale sostegno parlamentare a un governo alternativo a Netanyahu non implicherebbe necessariamente l’ingresso dei suoi rappresentanti nell’esecutivo.
Il peso numerico, tuttavia, non equivale automaticamente a un accordo politico. Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione hanno espresso contrarietà a una coalizione che comprenda i partiti arabi. Il nodo sarà quindi verificare se, dopo il voto, le forze contrarie a Netanyahu saranno disponibili a distinguere tra partecipazione al governo, sostegno esterno e accordi su singoli provvedimenti.
Anche l’affluenza degli elettori arabi potrebbe incidere sul risultato. Una partecipazione più elevata rafforzerebbe potenzialmente le liste che rappresentano questa minoranza, mentre l’eventuale mancato superamento della soglia di sbarramento da parte di altre formazioni potrebbe alterare sensibilmente la distribuzione dei seggi.
A rendere più complesso il quadro è intervenuto anche il ritiro dalla competizione di Benny Gantz, annunciato il 19 ottobre dopo che i sondaggi avevano collocato il suo partito Blu e Bianco sotto la soglia necessaria per entrare alla Knesset. La decisione ha modificato l’offerta politica nell’ultima fase della campagna, senza eliminare l’incertezza sulle future alleanze.
I primi exit poll sono attesi alla chiusura delle urne, alle 22 ora locale. Secondo il calendario illustrato da Reuters, il conteggio proseguirà nei giorni successivi, con il risultato finale atteso entro il 30 ottobre e la pubblicazione ufficiale prevista per il 4 novembre.
Solo allora si aprirà formalmente la fase delle consultazioni. Il presidente Isaac Herzog ascolterà i rappresentanti dei partiti e conferirà l’incarico di formare un governo al parlamentare che riterrà maggiormente in grado di raccogliere una maggioranza. Il candidato incaricato avrà inizialmente 28 giorni, con la possibilità di una proroga di 14.
Il voto rappresenta dunque una prova politica per Netanyahu ed Eisenkot, ma anche un passaggio importante per la rappresentanza dei cittadini arabi israeliani. La loro partecipazione elettorale e il numero di deputati eletti potrebbero incidere sulla formazione del prossimo governo. La questione decisiva sarà capire se le diverse forze politiche riusciranno a trasformare i risultati delle urne in un accordo parlamentare.













