K metro 0 – Roma – La mappa del benessere in Italia, tracciata da una serie di indicatori che monitorano le condizioni socio-economiche dei cittadini, in linea generale migliora a livello nazionale tuttavia si conferma il divario Nord-Centro con il Mezzogiorno, laddove si annidano sacche di povertà più marcate. E’ la fotografia scattata dal rapporto
K metro 0 – Roma – La mappa del benessere in Italia, tracciata da una serie di indicatori che monitorano le condizioni socio-economiche dei cittadini, in linea generale migliora a livello nazionale tuttavia si conferma il divario Nord-Centro con il Mezzogiorno, laddove si annidano sacche di povertà più marcate. E’ la fotografia scattata dal rapporto Bes (Benessere equo e sostenibile) dell’Istat, giunto alla 13esima edizione e presentato a Roma nella sede dell’istituto di statistica. Infatti dei 132 indicatori per cui è possibile il confronto con l’anno precedente, 54 migliorano, 55 sono stabili e 23 peggiorano. Nel lungo periodo il quadro risulta ancora più positivo: oltre la metà degli indicatori migliora (70 su 133 per cui è possibile il confronto di lungo periodo), 24 peggiorano, mentre per 39 indicatori non è possibile stabilire una tendenza univoca. Mentre tutte le regioni del Nord e del Centro (con l’eccezione del Lazio) registrano prestazioni superiori alla media nazionale per almeno la metà degli indicatori Bes disponibili a livello regionale, nel Mezzogiorno (fatta eccezione per l’Abruzzo) la maggioranza degli indicatori segnala livelli inferiori alla media Italia.
La distanza tra Nord e Mezzogiorno appare particolarmente evidente in domini chiave come Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico e Relazioni sociali. Ciononostante, il quadro non è del tutto omogeneo: Abruzzo e Sardegna si distinguono spesso in positivo nel contesto meridionale, con valori in linea con la media nazionale, mentre in settori come Innovazione, ricerca e creatività si evidenziano ritardi anche in alcune regioni centro-settentrionali (come Valle d’Aosta e Liguria).
Ma la povertà aumenta e colloca l’Italia al ventunesimo posto per il rischio di povertà o esclusione sociale tra i Paesi dell’Ue. Nel 2025, tale indicatore è il 22,6% delle persone residenti in Italia contro il 20,9% del complesso dei residenti nell’Unione europea. Nel 2025 oltre 5,4 milioni gli italiani risultano in povertà assoluta e si conferma più difficile la condizione delle famiglie numerose e di quelle con almeno un figlio minore. Le famiglie in povertà assoluta in Italia sono l’8,0% sul totale delle famiglie residenti rappresentando il 9,3% dei residenti. L’incidenza di povertà assoluta individuale si mantiene più elevata nel Mezzogiorno 11,5%, era il 12,5% nel 2024. Segue il Nord con l’8,5% (era 8,8% del 2024), e il Centro conferma i valori più contenuti con il 7,4% (era 7,6% nel 2024). La povertà sale di 2,4 punti percentuali dal 2014 al 2025. Nel lungo periodo, l’incidenza di povertà assoluta individuale ha una tendenza negativa, passando dal 6,9% del 2014 al 9,3% del 2025, +2,4 punti percentuali.
Il Friuli-Venezia Giulia e le due Province Autonome presentano, in almeno 10 sui 12 domini di benessere, valori medi superiori al valore dell’Italia. All’opposto, Campania, Puglia e Calabria hanno, in almeno 10 dei 12 domini, valori medi peggiori rispetto al riferimento nazionale. La distanza tra Nord e Mezzogiorno appare particolarmente evidente in domini chiave come Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Benessere economico e Relazioni sociali. Ciononostante, il quadro non è del tutto omogeneo: Abruzzo e Sardegna si distinguono spesso in positivo nel contesto meridionale, con valori in linea con la media nazionale, mentre in settori come Innovazione, ricerca e creatività si evidenziano ritardi anche in alcune regioni centro-settentrionali (come Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e Liguria). I domini relativi a Sicurezza, Benessere soggettivo e Ambiente mostrano una variabilità territoriale più articolata che non segue il classico gradiente Nord-Sud. In particolare, nel dominio Sicurezza le regioni del Mezzogiorno (ad eccezione della Campania) registrano livelli migliori della media nazionale, mentre le grandi aree metropolitane del Centro-Nord (prima di tutto il Lazio, seguito da Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana) sono penalizzate da una maggiore incidenza di reati predatori e violenze.
Il confronto con l’Europa (media Ue 27), basato su 40 indicatori, evidenzia una situazione più favorevole per l’Italia per 12 indicatori e meno favorevole per 18. L’Italia mostra i risultati migliori nei domini della Salute, della Sicurezza e per alcuni indicatori sull’Ambiente; le maggiori criticità nei domini dell’Istruzione e formazione, del Lavoro e conciliazione dei tempi di vita e dell’Innovazione, ricerca e creatività. Le quote di persone con almeno il diploma e di laureati sono inferiori rispettivamente di 14,2 e 13,7 punti percentuali rispetto alla media europea, con divari leggermente più accentuati tra gli uomini. Valori inferiori all’Ue27 si registrano anche per le competenze digitali almeno di base (54,3%; 60,4% Ue27) e la quota di giovani che non lavorano e non studiano (Neet) resta superiore alla media europea (13,3%; 11,0% Ue27). Il tasso di occupazione è inferiore di 8,5 punti percentuali rispetto alla media europea, con un divario particolarmente ampio tra le donne (-13,3 punti contro -3,8 per gli uomini). Criticità emergono anche per il tasso di mancata partecipazione e per il part-time involontario. Quest’ultimo registra uno degli scostamenti più elevati in termini relativi (-4,6 punti percentuali nel complesso e -8,2 punti tra le donne). Nel dominio Innovazione, ricerca e creatività l’Italia mostra ritardi rispetto alla media Ue27, soprattutto per la quota di lavoratori della conoscenza (-8,1 punti percentuali) e per l’intensità di ricerca (pari a 1,40% del Pil per l’Italia, 2,26% per l’Ue). In controtendenza gli investimenti in proprietà intellettuale che crescono a un tasso più elevato della media europea (inferiore tuttavia a quello di alcuni principali paesi membri).
Notizie positive invece arrivano sul fronte della longevità con il record storico speranza di vita alla nascita, che è di 83,7 anni, in lieve aumento rispetto al 2024 (+0,2 anni secondo le stime provvisorie più recenti) e di oltre un anno rispetto al 2014, quando era pari a 82,6 anni. Si raggiunge così il massimo livello mai rilevato: per gli uomini si arriva a 81,7 anni e per le donne a 85,7. La speranza di vita alla nascita, che in Italia è tra le più alte al mondo, si mantiene su livelli superiori alla media europea. A livello territoriale, il divario è aumentato rispetto al 2004, quando la speranza di vita nel Nord era solo 0,7 anni più alta di quella del Mezzogiorno, oggi è 1,4. Inoltre, gli anni attesi di vita in buone condizioni di salute tornano ad aumentare dopo 4 anni consecutivi di calo, e nel 2025 sono 59,1 (erano 58,2 nel 2024). Tuttavia, quasi la metà delle persone di 75 anni e più è in cattive condizioni di salute, quota più alta tra le donne, infatti le condizioni di cronicità e limitazioni gravi tra le persone di 75 anni e più si attestano al 47,2%. Il valore è stabile rispetto al 2024, ma in miglioramento rispetto al 2014 (51,9%). Si tratta di una condizione di fragilità più frequente tra le donne (53,4% rispetto al 38,5% degli uomini) e che aumenta con l’età (40,0% tra i 75 e i 79 anni, 58,6% dagli 85 anni in avanti).













