K metro 0 – Tel Aviv – I leader dell’opposizione israeliana hanno raggiunto un’intesa per sostenere Gadi Eisenkot come prossimo primo ministro e avviare immediatamente i negoziati per un governo di emergenza nazionale. L’accordo, annunciato martedì 3 novembre al termine di una riunione a Herzliya, rappresenta il primo tentativo coordinato di sostituire Benjamin Netanyahu dopo
K metro 0 – Tel Aviv – I leader dell’opposizione israeliana hanno raggiunto un’intesa per sostenere Gadi Eisenkot come prossimo primo ministro e avviare immediatamente i negoziati per un governo di emergenza nazionale. L’accordo, annunciato martedì 3 novembre al termine di una riunione a Herzliya, rappresenta il primo tentativo coordinato di sostituire Benjamin Netanyahu dopo le elezioni del 27 ottobre. Resta tuttavia irrisolto il problema della maggioranza parlamentare, con i partiti arabi potenzialmente decisivi e profonde divergenze tra le forze che intendono cambiare governo.
All’incontro hanno partecipato Eisenkot, leader di Yashar ed ex capo di Stato maggiore dell’esercito, l’ex premier Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Liberman di Yisrael Beytenu e Yair Golan dei Democratici.
In una dichiarazione congiunta, i cinque esponenti hanno annunciato l’intenzione di agire rapidamente per sostituire quello che definiscono il «governo del 7 ottobre», riferimento agli attacchi di Hamas del 2023 e alle responsabilità politiche attribuite all’esecutivo uscente.
I partecipanti hanno concordato di raccomandare al presidente Isaac Herzog il nome di Eisenkot per ricevere il mandato esplorativo. Le rispettive delegazioni avvieranno inoltre la stesura delle linee programmatiche e degli accordi necessari alla formazione del nuovo governo.
L’iniziativa precede di un giorno l’apertura delle consultazioni presidenziali. Herzog incontrerà i rappresentanti dei partiti eletti alla Knesset prima di decidere a chi affidare il compito di costruire una maggioranza.
I risultati elettorali mostrano però una situazione complessa. Nella Knesset di 120 membri, il blocco vicino a Netanyahu ha conquistato 53 seggi, mentre le forze di opposizione riunite attorno a Eisenkot ne controllano 48. Altri 19 appartengono a partiti a prevalenza araba. Per governare servono almeno 61 parlamentari.
La principale difficoltà riguarda proprio il rapporto con le formazioni arabe. Liberman ha escluso la partecipazione a un esecutivo sostenuto da questi partiti, mentre Golan si è dichiarato favorevole alla collaborazione parlamentare. La divergenza rende ancora incerta la possibilità di trasformare l’accordo politico in una coalizione stabile.
Eisenkot ha indicato quattro principi per il futuro governo, tra cui il riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico, il rispetto della dichiarazione d’indipendenza, l’obbligo di servizio militare o civile e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. Sono condizioni che potrebbero complicare ulteriormente il dialogo con alcuni rappresentanti arabi.
Un’altra variabile riguarda i partiti ultraortodossi. Le formazioni religiose, tradizionalmente vicine a Netanyahu, potrebbero svolgere un ruolo determinante nelle trattative, soprattutto alla luce delle controversie sull’arruolamento militare dei giovani haredim.
Nel frattempo, il Likud contesta la strategia dell’opposizione. Netanyahu ha accusato i suoi avversari di incoerenza nei rapporti con i partiti religiosi e continua a cercare sostegni per conservare la guida dell’esecutivo.
L’opposizione punta anche a utilizzare la nuova composizione della Knesset per modificare rapidamente gli equilibri parlamentari, a cominciare dalla presidenza dell’assemblea. La prima seduta della nuova legislatura è prevista per il 10 novembre.
L’intesa di Herzliya segna un passaggio politico significativo, ma non risolve la crisi di governabilità. Eisenkot ha ottenuto il sostegno dei principali avversari di Netanyahu; ora dovrà dimostrare di poter costruire una maggioranza che superi divisioni ideologiche e contrasti sull’identità dello Stato. In caso contrario, Israele rischia una nuova fase di trattative inconcludenti, con la prospettiva di tornare alle urne.













