Inchiesta NYT: così Netanyahu avrebbe comprato i risultati dell’Eurovision

Inchiesta NYT: così Netanyahu avrebbe comprato i risultati dell’Eurovision

K metro 0 – Tel Aviv – Per mesi, mentre l’Europa seguiva l’Eurovision Song Contest tra scenografie spettacolari, luci e performance pop, dietro le quinte si sarebbe sviluppata una complessa operazione politica e mediatica. A ricostruirla è una lunga inchiesta del New York Times, secondo cui il governo israeliano avrebbe trasformato il concorso musicale più

K metro 0 – Tel Aviv – Per mesi, mentre l’Europa seguiva l’Eurovision Song Contest tra scenografie spettacolari, luci e performance pop, dietro le quinte si sarebbe sviluppata una complessa operazione politica e mediatica. A ricostruirla è una lunga inchiesta del New York Times, secondo cui il governo israeliano avrebbe trasformato il concorso musicale più seguito del continente in un terreno di battaglia comunicativa, investendo almeno un milione di dollari tra pubblicità online, mobilitazione della diaspora e pressioni diplomatiche.

L’indagine, realizzata attraverso oltre cinquanta interviste in dieci Paesi europei e basata anche su documenti interni dell’European Broadcasting Union (EBU), descrive il tentativo dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu di contrastare il crescente isolamento internazionale legato alla guerra a Gaza e alle accuse mosse contro Israele in sedi internazionali.

Il momento più delicato sarebbe arrivato durante l’edizione 2024 dell’Eurovision a Malmö, in Svezia, organizzata pochi mesi dopo l’inizio del conflitto. In diversi Paesi europei, tra cui Islanda e Slovenia, erano emerse richieste di esclusione o boicottaggio della partecipazione israeliana. Nonostante il clima tesissimo, la cantante israeliana Eden Golan riuscì a conquistare il secondo posto finale, imponendosi soprattutto nel televoto popolare. Un risultato che, secondo il New York Times, non sarebbe stato casuale.

Documenti finanziari ottenuti dal media israeliano The Seventh Eye e condivisi con il quotidiano statunitense mostrano che il governo avrebbe speso oltre 800 mila dollari in campagne pubblicitarie digitali dedicate alla promozione della star israeliana. Sommando anche le attività legate all’edizione successiva, la cifra supererebbe il milione di dollari. Parte dei finanziamenti proveniva direttamente dai programmi governativi destinati alla hasbara, la strategia di comunicazione internazionale israeliana, con fondi specificamente indirizzati alla “promozione del voto”.

Secondo Reuters, le tensioni nate attorno al caso Israele hanno già spinto l’EBU a valutare modifiche al sistema del televoto per le prossime edizioni. All’interno dell’organizzazione europea starebbe crescendo la preoccupazione per la possibilità che campagne online molto organizzate riescano a incidere in maniera sproporzionata sul risultato finale.

“Tutti criticano Israele perché ottiene ottimi risultati”, ha dichiarato Doron Medalie, storico autore israeliano legato all’Eurovision, confermando che il governo sostiene da anni la promozione internazionale degli artisti israeliani. “Se spendiamo tanto per la sicurezza nazionale, è normale investire anche nella comunicazione”, ha aggiunto.

Uno dei punti più sensibili emersi dall’inchiesta riguarda proprio il funzionamento del televoto. I dati interni analizzati dal New York Times mostrerebbero infatti che in molti Paesi il numero effettivo di spettatori che vota è relativamente basso, in alcuni casi appena poche migliaia di persone. In queste condizioni, campagne coordinate che invitano gli utenti a utilizzare il massimo dei voti consentiti – fino a venti – possono diventare decisive.

Anche The Irish Times insiste sulla fragilità del sistema. Secondo il quotidiano irlandese, in alcune nazioni europee sarebbero bastati gruppi molto limitati di utenti particolarmente attivi per alterare completamente le classifiche del televoto nazionale.

Ed è quanto sarebbe avvenuto anche nel 2025 a Basilea. In quell’occasione Netanyahu pubblicò sui social un messaggio in cui invitava apertamente a votare “20 volte” per la cantante israeliana Yuval Raphael, poi risultata vincitrice del voto popolare.

Parallelamente, contenuti grafici identici e campagne coordinate erano rilanciati da gruppi filo-israeliani in vari Paesi europei. Il vice ambasciatore israeliano in Austria, Ilay Levi Judkovsky, ha inoltre ammesso di aver contattato direttamente membri della diaspora israeliana per favorire la mobilitazione del voto.

Ma, secondo l’inchiesta, l’attività israeliana non si sarebbe limitata alla dimensione digitale. Nel corso dell’autunno 2025, mentre all’interno dell’EBU aumentavano le pressioni per escludere Israele dal concorso, diplomatici israeliani avrebbero intensificato i contatti con broadcaster pubblici europei.

Il Times of Israel riferisce che l’EBU aveva già richiamato formalmente l’emittente pubblica israeliana KAN per alcuni video promozionali nei quali il pubblico internazionale veniva invitato esplicitamente a utilizzare tutti i voti disponibili a favore della concorrente israeliana.

“Sono sinceramente sorpreso che l’ambasciata segua direttamente questa questione”, avrebbe scritto Stefan Eiriksson, direttore della televisione islandese, rispondendo alla richiesta di incontro avanzata da rappresentanti diplomatici israeliani.

L’intera operazione si inserisce in una strategia più ampia di rilancio dell’immagine internazionale di Israele. Dopo la guerra a Gaza, il governo Netanyahu ha aumentato in modo massiccio le risorse destinate alla diplomazia pubblica e alla comunicazione internazionale, considerandole ormai un fronte strategico.

Secondo i dati riportati nella legge di bilancio approvata a marzo, Israele avrebbe destinato circa 730 milioni di dollari alle attività di hasbara e promozione internazionale. Una cifra enormemente superiore rispetto ai 150 milioni stanziati l’anno precedente e distante anni luce dai livelli precedenti al 2023.

Resta però il dubbio che nemmeno una macchina comunicativa così imponente riesca davvero a cambiare il clima internazionale. Non a caso, nell’edizione 2026 dell’Eurovision in corso a Vienna, Islanda, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna hanno deciso di ritirarsi in protesta contro la presenza israeliana. Si tratta del più ampio boicottaggio registrato nella storia recente della manifestazione.

di Sandro Doria

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