K metro 0 – Roma – Il prossimo 13 agosto saranno passati diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, perpetrato nella villetta di famiglia nel paesone della Lomellina oggi tristemente agli onori quotidiani della cronaca. Come le guerre, Trump e Meloni, la new entry Vannacci. C’è un’aggravante specifica, in un caso che ha già creato un
K metro 0 – Roma – Il prossimo 13 agosto saranno passati diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, perpetrato nella villetta di famiglia nel paesone della Lomellina oggi tristemente agli onori quotidiani della cronaca. Come le guerre, Trump e Meloni, la new entry Vannacci.
C’è un’aggravante specifica, in un caso che ha già creato un precedente forse senza ritorno. Persino rispetto alla mediatizzazione selvaggia dei processi giudiziari o alla normalità del saccheggio delle sfere intime e private delle persone si è realizzata una rottura molto allarmante. Mentre il Consiglio superiore della magistratura in modo alquanto opinabile ha chiesto di contenere all’essenziale le notizie dei crimini, a fronte delle restrizioni decise sull’utilizzo delle intercettazioni, ecco che un giorno dopo l’altro si assiste all’esibizione del contrario. Tutta la vita delle società si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli, sosteneva con geniale prefigurazione Guy Debord nel suo noto testo del 1967, parte integrante di una contestazione culturale dell’allora pensiero unico dominante.
Ma neppure Debord avrebbe probabilmente immaginato ciò che si stava incubando, con l’assalto mediale capace di condizionare la stessa cognizione della verità.
Ora si sta verificando un fenomeno inedito. Le regole sulla riservatezza a favore delle parti in causa e degli stessi inquirenti sembrano carta straccia. Nei disperanti talk popolati da personaggi talvolta improbabili, la cui analisi lasciamo alle branche specialistiche a cominciare dalla semiologia, avviene ciò che è proibito: intercettazioni non stop talvolta neppure verificate testualmente, consulenze di varia natura che dovrebbero essere secretate, illazioni sui comportamenti di interi nuclei familiari.
Perché tutto questo avviene impunemente, con una cinica gara a conquistare qualche punto di ascolto in più? Una risposta, pur approssimativa, risiede nel carattere di classe della vicenda. Si parla, infatti, di un mondo di persone umili, per evocare il Manzoni dei «Promessi Sposi». Pensiamo se si indagasse sui potenti (di ogni tipo, non solo della politica). Per molto molto meno sarebbe venuto giù il Parlamento e i dirigenti delle emittenti interessate avrebbero avuto i loro bei grattacapi.
Nell’infinito susseguirsi di immagini e di chiacchiere (ben diverse le trasmissioni dedicate ai crimini della terza rete guidata da Angelo Guglielmi, oggi snaturata con grande volgarità) oltre alla povera Chiara Poggi è morta anche la pietà. Anzi. La morte, le sevizie, gli orrori fanno spettacolo. The show must go on. Eppure, solo poche settimane fa l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) ha deliberato la ricostituzione dell’apposito Comitato per la corretta rappresentazione mediatica delle vicende giudiziarie istituito nel 2009 e rimasto negli anni solo virtuale per la mancanza degli atti conseguenti dovuti dalle emittenti.
Che fa ora un organismo così importante e delicato? Si riunisce? Sono previsti interventi utili a mettere un po’ di ordine democratico per frenare la deriva?
C’è qualcosa da sottolineare, ancora. Come ha ben descritto un felice convegno tenutosi nel maggio scorso all’Università di Roma Tre su iniziativa del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive, in occasioni come quella di Garlasco vi è -accanto alla spettacolarizzazione della giustizia- un insidioso «populismo punitivo». Quest’ultimo – hanno sottolineato nella loro relazione Elisa Giomi (docente di Roma Tre e componente dell’Agcom) e Alessandro Albano (capo dell’ufficio studi del Garante nazionale delle persone recluse) – si manifesta nella produzione di programmi e narrazioni mediatiche tutt’altro che attente ai diritti fondamentali o alla dignità degli individui. All’origine stanno i cosiddetti court show -un genere di origine anglosassone- dai quali sono stati generati gli epigoni poco commendevoli che vediamo oggi.
Attenzione. Senza regole e senza etica vince la destra, nella versione che si annida nel profondo delle culture di massa, con gusto forcaiolo: Stasi o Sempio che sia, lo sfogo coercitivo e il voyeurismo trionfano.













