K metro 0 – Bruxelles – Negli ultimi giorni, dopo una nuova serie di scontri pubblici tra Donald Trump e Giorgia Meloni, la politica europea si è trovata di fronte a una domanda che soltanto pochi anni fa sarebbe sembrata quasi impensabile. Com’è possibile che una leader il cui arrivo al governo era stato accolto
K metro 0 – Bruxelles – Negli ultimi giorni, dopo una nuova serie di scontri pubblici tra Donald Trump e Giorgia Meloni, la politica europea si è trovata di fronte a una domanda che soltanto pochi anni fa sarebbe sembrata quasi impensabile. Com’è possibile che una leader il cui arrivo al governo era stato accolto con preoccupazione e diffidenza in molte capitali europee, accompagnato da avvertimenti secondo cui l’Italia avrebbe potuto trasformarsi in un nuovo problema per l’Unione Europea e in un partner imprevedibile all’interno dell’alleanza occidentale, sia oggi diventata una delle poche figure politiche europee disposte a entrare apertamente in contrasto tanto con gli avversari quanto con gli alleati quando ritiene che lo richiedano gli interessi nazionali del proprio Paese?
La questione va ben oltre l’ultimo scambio di accuse tra Donald Trump e Giorgia Meloni. Essa apre un interrogativo molto più ampio sulla leadership politica in Europa e ripropone un antico dilemma: il compito di un leader consiste nel seguire l’opinione pubblica, gli alleati e il clima politico del momento, oppure nel prendere decisioni che ritiene giuste anche quando comportano un prezzo politico elevato? È proprio per questa ragione che un numero crescente di osservatori si interroga sul fatto che l’Europa, a oltre quarant’anni di distanza, possa assistere nuovamente all’emergere di una figura conservatrice la cui autorevolezza si fonda sulle convinzioni e non sulla necessità di essere accettata da tutti.
Anche per questo motivo il paragone tra Giorgia Meloni e Margaret Thatcher è diventato sempre più frequente. Naturalmente esistono differenze importanti tra le due leader. Thatcher divenne il simbolo del liberalismo economico, delle privatizzazioni e della riduzione del ruolo dello Stato, mentre Meloni sostiene un modello nel quale lo Stato continua a svolgere una funzione economica e sociale rilevante, soprattutto nell’ambito della politica industriale, della demografia e della tutela della produzione nazionale.

La Gran Bretagna degli anni Ottanta e l’Italia degli anni Venti del XXI secolo appartengono a realtà politiche ed economiche profondamente diverse. Eppure la storia politica raramente ricorda i leader esclusivamente per i loro programmi economici. Più spesso li ricorda per il modo in cui hanno preso le decisioni, per il rapporto con gli avversari e con gli alleati, per la disponibilità a mettere in discussione le opinioni dominanti e per la capacità di preservare la propria autonomia politica nei momenti di maggiore pressione.
Quando Margaret Thatcher divenne Primo Ministro nel 1979, una parte significativa dell’establishment britannico riteneva che il suo governo sarebbe durato poco. Era considerata troppo ideologica, troppo rigida e incapace di compromessi politici. Valutazioni quasi identiche hanno accompagnato Giorgia Meloni dopo le elezioni del 2022. I media europei mettevano in guardia dalle sue radici politiche, parlavano del rischio di un avvicinamento a Mosca e prevedevano un progressivo allontanamento dell’Italia dal centro politico europeo.
Quattro anni più tardi, Meloni è diventata una delle sostenitrici più coerenti dell’appoggio all’Ucraina, una delle poche leader europee ad aver respinto l’idea di concessioni territoriali alla Russia e una politica che in più occasioni ha dimostrato la volontà di dissentire persino da Washington quando ritiene che gli interessi italiani richiedano un approccio diverso.
La somiglianza più interessante tra Meloni e Thatcher non riguarda né l’economia né l’ideologia. Riguarda il loro rapporto con l’autorità politica. Entrambe sono emerse in sistemi politici nei quali dai leader ci si aspettava soprattutto la ricerca del compromesso, l’attenuazione delle posizioni e l’adattamento al consenso dominante. Entrambe hanno costruito la propria autorevolezza facendo esattamente il contrario.
Durante tutta la Guerra Fredda Margaret Thatcher mantenne uno stretto rapporto con Ronald Reagan, ma non permise mai che i rapporti personali determinassero la politica britannica. Quando riteneva che gli interessi del Regno Unito fossero in gioco, era pronta a confrontarsi tanto con Washington quanto con i partner europei. Le sue posizioni sull’integrazione europea, sulla politica monetaria e sul contributo britannico al bilancio europeo provocarono spesso scontri politici di grande rilievo. Fu proprio questa disponibilità a opporsi al consenso dominante a dare origine a quell’identità politica che sarebbe poi stata conosciuta come la Iron Lady.
Giorgia Meloni opera oggi in un contesto internazionale diverso, ma si confronta con sfide politiche simili. Per anni è stata considerata la leader europea più vicina a Donald Trump. La sua vicinanza ideologica alla destra americana, le sue critiche ad alcuni aspetti della politica europea e la sua insistenza sul tema della sovranità nazionale sono state spesso interpretate come la prova che Roma avrebbe seguito automaticamente le priorità politiche di Washington in caso di ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Gli ultimi avvenimenti hanno dimostrato quanto queste valutazioni fossero premature e semplicistiche.
Le divergenze su alcune questioni internazionali, le differenti visioni sul ruolo dell’Italia nelle crisi globali e gli ultimi scontri pubblici hanno dimostrato che Meloni non è disposta a trasformare i rapporti politici in rapporti di dipendenza politica. Nel corso della sua carriera Margaret Thatcher ha mostrato che rapporti stretti con gli alleati non significano necessariamente obbedienza politica.
Anche il recente confronto tra Meloni e Trump ha evidenziato uno schema simile. La vicinanza politica che esisteva tra i due non ha impedito al Presidente del Consiglio italiano di difendere pubblicamente la propria posizione quando ha ritenuto che ciò fosse richiesto dagli interessi nazionali del Paese.
Thatcher non costruì mai la propria autorevolezza sulla popolarità. La costruì sulla convinzione che un leader debba essere disposto ad assumersi il costo politico delle proprie decisioni.
Meloni mostra sempre più spesso un approccio analogo su alcune delle questioni che oggi definiscono la politica europea. Il sostegno all’Ucraina rappresenta soltanto uno degli elementi di questo quadro più ampio. L’Italia non condivide l’esperienza storica della Polonia o dei Paesi baltici e la Russia non è mai stata percepita come una minaccia immediata per la sicurezza italiana. Nonostante ciò, Meloni ha respinto l’idea che la sicurezza europea possa essere costruita accettando i risultati dell’aggressione e ha ribadito più volte che soltanto l’Ucraina ha il diritto di decidere il proprio futuro.
Allo stesso tempo, la sua politica migratoria è rimasta altrettanto coerente. Mentre una parte significativa dell’establishment europeo ha sostenuto per anni politiche di maggiore apertura delle frontiere e di redistribuzione dei flussi migratori all’interno dell’Unione Europea, Meloni ha posto tra le priorità del proprio governo la protezione delle frontiere esterne, il contrasto all’immigrazione illegale e gli accordi con i Paesi africani.
Le sue posizioni hanno spesso suscitato critiche in una parte dell’opinione pubblica europea, ma hanno anche riaperto un dibattito che molti governi europei avevano cercato per anni di evitare.
È proprio in questo aspetto che si trova una delle analogie più interessanti con Margaret Thatcher. Thatcher non costruì la propria autorevolezza scegliendo questioni sulle quali esisteva già un consenso diffuso. Al contrario, le sue battaglie politiche più importanti riguardarono proprio quei temi sui quali era disposta a sostenere posizioni impopolari o destinate a incontrare una forte opposizione.
Una simile linea politica non è stata priva di rischi. All’interno della coalizione di governo italiana esistono opinioni differenti sulla Russia, sull’immigrazione e sui rapporti con l’Unione Europea. Una parte dell’opinione pubblica continua a manifestare preoccupazione per le conseguenze economiche delle sanzioni, mentre altri ritengono che la politica migratoria sia divenuta eccessivamente restrittiva.

In queste circostanze sarebbe politicamente più semplice modificare la retorica, attenuare le posizioni e avvicinarsi al consenso europeo dominante. Meloni ha scelto una strada diversa, sostenendo che la leadership politica richiede decisioni che si ritengono giuste anche quando esse provocano critiche da parte degli alleati, degli avversari politici o di una parte del proprio elettorato.
Per questa ragione, la domanda se Giorgia Meloni sia la nuova Margaret Thatcher probabilmente non è la più importante. Molto più interessante è chiedersi se l’Europa stia nuovamente producendo un leader conservatore disposto a confrontarsi tanto con gli avversari politici quanto con gli alleati quando ritiene che ciò sia necessario.
Negli ultimi anni la politica europea ha prodotto numerosi leader che seguono attentamente i sondaggi, i social media e gli umori mutevoli della politica quotidiana. La flessibilità politica è diventata quasi un requisito della politica contemporanea. In un simile contesto la coerenza viene spesso interpretata come rigidità, mentre le convinzioni solide sono considerate un rischio politico.
Margaret Thatcher apparteneva a una generazione di politici convinti che il compito di un leader fosse quello di formare l’opinione pubblica e non di seguirla. Giorgia Meloni, indipendentemente dal fatto che si condividano o meno le sue posizioni, mostra sempre più spesso un analogo istinto politico.
Naturalmente esistono differenze importanti tra le due leader. Thatcher governava una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e legata agli Stati Uniti da un rapporto speciale. Meloni guida un Paese la cui storia politica degli ultimi decenni è stata caratterizzata da frequenti cambi di governo, compromessi di coalizione e un’influenza internazionale più limitata.
Proprio per questo la sua posizione richiede spesso una particolare abilità politica, poiché deve mantenere contemporaneamente i rapporti con Washington, Berlino, Parigi e Bruxelles, gestendo allo stesso tempo una complessa coalizione interna.
La leadership politica, tuttavia, raramente nasce in circostanze ideali. Più spesso si manifesta nei momenti in cui un leader deve scegliere tra la comodità politica e la responsabilità politica.
Margaret Thatcher divenne la Iron Lady soltanto quando decisioni che inizialmente avevano suscitato forti resistenze iniziarono a modificare la politica britannica ed europea. Il tempo dimostrò che il suo peso politico non derivava dalla popolarità, ma dalle conseguenze delle decisioni che aveva assunto.
È difficile stabilire oggi se Giorgia Meloni finirà per occupare un posto analogo nella storia politica europea. Ma il semplice fatto che questo paragone abbia iniziato a emergere dice forse tanto delle trasformazioni che l’Europa sta attraversando quanto della stessa Presidente del Consiglio italiana.
Dr. Orhan Dragaš













