Da capitale del crimine a modello europeo: così la Scozia ha cambiato la lotta alla violenza

Da capitale del crimine a modello europeo: così la Scozia ha cambiato la lotta alla violenza

K metro 0 – Edimburgo – Fino a una ventina d’anni fa Glasgow era sinonimo di bande, accoltellamenti e regolamenti di conti. La città scozzese figurava stabilmente tra le realtà più violente d’Europa e, secondo un approfondimento della BBC, all’inizio degli anni Duemila il rischio di subire un’aggressione era quasi tre volte superiore a quello

K metro 0 – Edimburgo – Fino a una ventina d’anni fa Glasgow era sinonimo di bande, accoltellamenti e regolamenti di conti. La città scozzese figurava stabilmente tra le realtà più violente d’Europa e, secondo un approfondimento della BBC, all’inizio degli anni Duemila il rischio di subire un’aggressione era quasi tre volte superiore a quello registrato negli Stati Uniti. Le Nazioni Unite arrivarono persino a indicare la Scozia come il Paese più violento del mondo industrializzato.

Oggi quella fotografia appartiene al passato. Il numero degli omicidi è ai minimi da oltre vent’anni e il modello scozzese viene studiato da amministrazioni e ricercatori di diversi Paesi. A fare la differenza non è stata una stretta repressiva, ma un cambio di prospettiva: affrontare la violenza non solo come un problema di sicurezza, ma anche come una questione sanitaria e sociale.

Il punto di svolta arriva nel 2005 con la nascita della Scottish Violence Reduction Unit (SVRU), una struttura creata all’interno della polizia scozzese e poi sostenuta dal governo di Edimburgo. L’idea era semplice ma controcorrente: continuare ad arrestare i responsabili dei reati era necessario, ma non sufficiente. Per ridurre davvero la violenza bisognava intervenire prima che esplodesse.

Uno degli episodi più emblematici risale all’ottobre 2008. Nell’aula di un tribunale di Glasgow non erano presenti imputati né giurie. Davanti al giudice sedevano decine di giovani appartenenti a gruppi rivali. Ad attenderli c’erano le testimonianze di medici, familiari delle vittime e persone sopravvissute ad aggressioni con coltelli e machete. Non una lezione teorica, ma il racconto diretto delle conseguenze della violenza.

A quei ragazzi venne poi proposta un’alternativa: uscire dal circuito delle gang attraverso percorsi di sostegno, formazione e assistenza. Molti decisero di provarci. Fu uno dei primi segnali che quella strategia poteva funzionare.

I numeri, negli anni successivi, hanno dato forza a quell’intuizione. Come ricorda la BBC, tra il 2006 e il 2015 i reati violenti sono diminuiti di quasi un terzo. A Glasgow gli omicidi si sono più che dimezzati, mentre nel resto della Scozia si è registrata una costante riduzione di aggressioni e tentati omicidi.

Il principio che ha guidato il progetto prende spunto dalla medicina preventiva: una malattia si combatte individuandone le cause e riducendo i fattori di rischio prima che si diffonda. Lo stesso ragionamento è stato applicato alla criminalità.

Per questo la SVRU ha coinvolto, accanto alle forze dell’ordine, scuole, ospedali, psicologi, assistenti sociali, educatori e associazioni presenti sul territorio. La sicurezza è diventata un obiettivo condiviso e non più una responsabilità esclusiva della polizia.

Le analisi svolte dall’unità hanno evidenziato come una parte consistente degli episodi violenti fosse concentrata in contesti segnati da povertà, esclusione sociale, dispersione scolastica, disoccupazione e famiglie fragili. Da qui la scelta di investire soprattutto nella prevenzione, sostenendo i giovani più esposti attraverso programmi educativi, supporto psicologico e percorsi di inclusione.

Anche il sistema sanitario ha assunto un ruolo centrale. Negli ospedali sono stati introdotti protocolli per assistere le vittime di aggressioni e indirizzarle verso servizi di aiuto, mentre organizzazioni come Medics Against Violence hanno portato campagne di sensibilizzazione direttamente nelle scuole.

Parallelamente è cambiato l’approccio del sistema scolastico, con un minore ricorso alle espulsioni disciplinari e una maggiore attenzione al recupero degli studenti in difficoltà, nella convinzione che l’abbandono scolastico rappresenti uno dei principali fattori di rischio.

Per molti studiosi il risultato più importante non riguarda soltanto le statistiche, ma il cambiamento culturale che si è prodotto nel Paese. La violenza ha smesso di essere interpretata esclusivamente come una questione di ordine pubblico ed è diventata un tema che coinvolge salute, istruzione, welfare e comunità locali.

L’esperienza scozzese ha attirato l’interesse anche oltre confine. Dal 2019 modelli ispirati alla SVRU sono stati adottati in numerose aree dell’Inghilterra e del Galles, compresa Londra, dove il fenomeno delle aggressioni con armi da taglio continua a rappresentare una delle principali emergenze urbane.

Naturalmente il percorso non è concluso. I responsabili della SVRU richiamano l’attenzione sulle nuove criticità, dall’impatto dei social network agli effetti lasciati dalla pandemia, fino all’aumento della povertà infantile. Sono sfide diverse rispetto a quelle di vent’anni fa, ma richiedono lo stesso approccio: intervenire prima che il disagio si trasformi in violenza.

L’esperienza della Scozia dimostra che nessuna misura, da sola, è risolutiva. La repressione resta uno strumento indispensabile, ma produce risultati più duraturi quando è accompagnata da prevenzione, educazione e sostegno alle persone più vulnerabili. È questa la lezione che oggi rende il modello scozzese un punto di riferimento nel dibattito internazionale sulle politiche di sicurezza.

di Sandro Doria

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