Migranti: sbarchi crollati del 52,7% nel 2026, dalla Libia 15 mila arrivi in meno

Migranti: sbarchi crollati del 52,7% nel 2026, dalla Libia 15 mila arrivi in meno

K metro 0 – Roma – Gli sbarchi di migranti irregolari in Italia sono più che dimezzati nella prima metà del 2026, con un calo del 52,73 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Secondo il cruscotto statistico giornaliero del ministero dell’Interno, aggiornato alle ore 8:00 del 3 luglio, dall’inizio dell’anno sono arrivati

K metro 0 – Roma – Gli sbarchi di migranti irregolari in Italia sono più che dimezzati nella prima metà del 2026, con un calo del 52,73 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Secondo il cruscotto statistico giornaliero del ministero dell’Interno, aggiornato alle ore 8:00 del 3 luglio, dall’inizio dell’anno sono arrivati via mare 14.464 migranti, contro i 30.598 registrati alla stessa data del 2025. La flessione conferma il rallentamento già emerso nei primi mesi dell’anno e consegna al governo italiano un dato politicamente rilevante, soprattutto sulla rotta del Mediterraneo centrale, tra le più letali al mondo. Il quadro, tuttavia, resta più complesso: alla diminuzione degli arrivi sulle coste italiane non corrisponde una riduzione della pressione migratoria nel Nord Africa né della pericolosità delle traversate.

Secondo elaborazioni di “Agenzia Nova”, la contrazione è trainata soprattutto dalla Libia, che resta comunque il principale Paese di partenza delle imbarcazioni di fortuna dirette verso l’Italia. Al 3 luglio 2026, gli arrivi dalle coste libiche sono 11.995, contro i 27.303 registrati nello stesso periodo del 2025: oltre 15 mila in meno, per un calo di circa il 56 per cento. Nonostante la flessione, la rotta libica continua a rappresentare quasi l’83 per cento del totale degli sbarchi in Italia. Dalla Tunisia sono arrivati invece “solo” 1.112 migranti, contro i 2.209 del 2025, mentre la rotta dalla Turchia resta residuale, con 76 arrivi contro 485. In controtendenza l’Algeria: gli arrivi attribuibili a questa direttrice salgono a 1.281, più del doppio rispetto ai 601 registrati alla stessa data dello scorso anno.

La distribuzione territoriale degli sbarchi conferma il peso della Sicilia, ma mostra anche alcuni spostamenti interni nelle rotte. Secondo il Viminale, nell’isola sono arrivati dall’inizio dell’anno 10.923 migranti, contro i 25.222 dello stesso periodo del 2025. La Sardegna registra invece un aumento significativo, con 1.428 arrivi contro 725, un dato coerente con la crescita della rotta algerina, che resta comunque contenuta nel suo complesso. Seguono Toscana con 431 arrivi, Puglia con 379, Calabria con 287, Emilia-Romagna e Liguria con 251 ciascuna, Lazio con 191, Abruzzo con 172 e Marche con 151. Il calo più marcato, oltre alla Sicilia, riguarda la Calabria, passata da 1.250 arrivi nel 2025 a 287 nel 2026.

Per nazionalità dichiarata al momento dello sbarco, il primo gruppo resta quello dei cittadini del Bangladesh, con 4.249 arrivi. Seguono Somalia con 1.644, Sudan con 1.369, Pakistan con 1.185, Algeria con 1.106, Egitto con 920, Eritrea con 628 e Tunisia con 626. Più distanziati Mali con 309, Nigeria con 291, Costa d’Avorio con 216, Etiopia con 199, Iran con 183, Sud Sudan e Guinea con 179 ciascuno. Il dato conferma la natura mista dei flussi diretti verso l’Italia: dalla Libia partono non solo cittadini dell’Africa subsahariana e del Corno d’Africa, ma anche migranti nordafricani e dell’Asia meridionale, in particolare bengalesi e pachistani.

Il dimezzamento degli sbarchi non significa però che la rotta sia diventata meno letale. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 1.570 morti e dispersi sulle rotte del Mediterraneo e dell’Atlantico verso l’Europa, contro 1.232 nello stesso periodo del 2025. Il dato cresce nonostante gli arrivi complessivi monitorati dall’Oim in tutte le rotte del Mare nostrum (dunque Italia, Malta, Grecia, Cipro e Spagna) siano diminuiti da 60.384 a 33.949. La situazione appare particolarmente critica nel Mediterraneo centrale, la rotta che riguarda più direttamente Italia e Malta: qui i morti e dispersi sono 865 nel primo semestre del 2026, contro 552 nello stesso periodo del 2025. L’Oim precisa che questi numeri rappresentano una stima minima, perché includono solo le vittime che l’organizzazione riesce a verificare.

La Libia resta il punto più sensibile del dossier. Da un lato gli arrivi in Italia diminuiscono; dall’altro, il Paese nordafricano continua a essere attraversato da reti di traffico, flussi di manodopera irregolare, tensioni sociali e conflitti politici sulla gestione della presenza straniera. Il primo ministro del Governo di unità nazionale con sede a Tripoli, Abdulhamid Dabaiba, ha dichiarato nelle scorse settimane che le rotte utilizzate per il traffico dei migranti nel sud della Libia sono “note” e controllate da bande specifiche. Dabaiba ha anche sostenuto che 27 mila migranti asiatici sarebbero entrati in Libia attraverso un aeroporto libico “noto” utilizzando visti cartacei falsificati, un riferimento che fonti libiche collegano ai flussi in ingresso dall’aeroporto di Benina, a Bengasi. Il tema è rilevante anche alla luce della forte presenza, tra gli sbarcati in Italia, di cittadini del Bangladesh e del Pakistan.

Il dossier migratorio è diventato nelle ultime settimane anche terreno di scontro interno. Autorità di Tripoli e dell’est, Camera dei rappresentanti, Alto consiglio di Stato, municipi e leader religiosi hanno respinto qualsiasi ipotesi di “insediamento permanente” dei migranti in Libia. Il governo Dabaiba ha negato di voler favorire progetti di reinsediamento e ha accusato alcuni attori di alimentare l’opinione pubblica contro l’esecutivo. Nello stesso contesto, l’ambasciatore dell’Unione europea in Libia, Nicola Orlando, ha smentito che Bruxelles o gli Stati membri sostengano la creazione di centri per migranti o l’insediamento di migranti e rifugiati nel Paese, parlando di “campagne di disinformazione” e ribadendo che la cooperazione europea riguarda gestione delle frontiere, contrasto alle reti criminali e rimpatri volontari.

La pressione interna è confermata anche dai dati Oim-Dtm sulla presenza migrante in Libia. Nel round di rilevazione relativo a gennaio-febbraio 2026, l’organizzazione ha identificato 936.134 migranti di 47 nazionalità, distribuiti in 100 municipalità e 641 comunità. Il 53 per cento si trova nell’ovest del Paese, il 36 per cento nell’est e l’11 per cento nel sud; le prime nazionalità sono Sudan, Niger, Egitto, Ciad e Nigeria. Il rapporto segnala inoltre che il 78 per cento dei migranti è occupato in Libia, con un forte divario tra uomini e donne: lavora l’81 per cento degli uomini, contro il 45 per cento delle donne. Le autorità di Tripoli, tuttavia, contestano la veridicità dei dati Oim e affermano che la popolazione migrante in Libia si aggiri intorno ai 3 milioni di individui.

Anche la Tunisia contribuisce al calo complessivo degli arrivi verso l’Italia. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha recentemente affermato che gli arrivi irregolari dalla Tunisia verso l’Italia sono diminuiti del 97 per cento dal 2023, nel quadro della cooperazione tra Unione europea e Tunisi su frontiere, contrasto ai trafficanti, protezione, migrazione legale e rimpatri volontari assistiti. Bruxelles ha annunciato anche la consegna di tre ulteriori unità per ricerca e soccorso alla Guardia costiera tunisina. Nel 2025 l’Oim ha facilitato il rimpatrio volontario di 8.853 migranti dalla Tunisia verso i Paesi d’origine, mentre nel 2026 i rientri sono finora oltre 2 mila. A questi si aggiunge il programma gestito direttamente dalle autorità tunisine, centrato anche sul punto di raccolta del “chilometro 21”, nel governatorato di Sfax. La prima metà del 2026 consegna dunque un quadro multi-livello. Per l’Italia, il dato degli sbarchi segna un crollo superiore al 52 per cento e conferma la forte riduzione delle partenze dalla Libia e dalla Tunisia. Per il Mediterraneo centrale e per il Nord Africa, però, la pressione migratoria resta elevata, spesso meno visibile dalle coste italiane ma ancora presente nelle città, nei deserti, nei centri di transito e lungo le rotte controllate dai trafficanti.

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