Certi romanzi che raccontano la provincia italiana. “Brillare” di Silvia Dai Prà

Certi romanzi che raccontano la provincia italiana. “Brillare” di Silvia Dai Prà

K metro 0 – Roma – C’è un momento in certi romanzi che raccontano la provincia italiana, in cui il paesaggio smette di essere sfondo e diventa personaggio. E’ il caso del bel romanzo di Silvia Dai Prà, “Brillare”, dedicato a Greto – Greto non esiste-, piccolo borgo delle Alpi Apuane, in cui è ambientata questa

K metro 0 – Roma – C’è un momento in certi romanzi che raccontano la provincia italiana, in cui il paesaggio smette di essere sfondo e diventa personaggio. E’ il caso del bel romanzo di Silvia Dai Prà, “Brillare”, dedicato a Greto – Greto non esiste-, piccolo borgo delle Alpi Apuane, in cui è ambientata questa storia. Un luogo che non è luogo, che soffoca, stringe, giudica e non perdona, mai. E che espelle, mette ai margini, chi non capisce il vocabolario di Greto.

Per primo Argo- da Argante, il guerriero della Gerusalemme liberata-che sparisce dalla storia, ma è già fuori ancora prima di sparire. Da Greto, dalla confusionaria casa di famiglia e dalla vita delle due figlie, Bianca e Viola. La scomparsa del padre, dopo l’ennesima lite in famiglia, è il detonatore di un romanzo che ha l’ambizione, riuscita, di essere più di un giallo. Argo scompare al culmine di una serata tossica nella casa che condivide con Viola, la più grande delle figlie rimasta a Greto ad assistere al trascorrere dei giorni. Quella sera c’è anche Bianca, la minore, già fuggita a Firenze per inseguire l’ambizione del riscatto sociale e di una vita da studiosa all’università del capoluogo toscano. Argo scompare senza lasciare tracce. Ma l’unica che le tenta tutte pur  di recuperare Argo- vivo o morto- è Bianca.  La piccola  folla di residenti del piccolo borgo arrampicato sulle montagne devastate dalle cave, è quasi infastidita da queste ricerche. E Bianca sospetta che dietro quell’indifferenza possa nascondersi un delitto, ad opera degli sbandati amici della sorella. Dopo aver assistito alla morte della madre, Viola aveva abbandonato gli studi e si era  rinchiusa nel borgo: Uno shock che l’aveva gettata in un profondo stato di depressione, con il quale Argo aveva difficoltà a misurarsi. E rimproverava Bianca di averlo lasciato solo a gestire le fragilità di Viola. 

Il  sospetto della uccisione del padre conduce Bianca sulle tracce della sua famiglia: la madre, la donna compassionevole e paziente di Argo, morta giovane sotto lo sguardo di Viola, la nonna, ragazza- madre in una stagione in cui non si poteva, e poi la strage nazista del 30 agosto del ’44, con le sue 77 vittime. Greto, un luogo di dolori, e di isolamento. E Bianca non voleva credere alla tesi dell’allontanamento volontario del padre, che era la pista seguita da tutto il paese, compresi i carabinieri.

“Ma era così terribile la vita di Argo a Greto? in un paese dove la gente era morta per dissenteria e morbillo, tifo e spagnola per buona parte del 900, un paese dove un terzo dei sopravvissuti alle malattie era stato bruciato vivo dai lanciafiamme tedeschi e ai fortunati che l’avevano scampata, spettava la sveglia quando fuori era ancora notte, per raggiungere a piedi le cave delle Apuane, ormai sventrate, in cui era facile restare schiacciati sotto un masso, mi sembrava impossibile che Argo potesse trovare inospitale una vita da pensionato tra casa di proprietà, bar con gli amici e passeggiate in montagna” : Bianca non si capacitava e si convinceva ogni giorno di più che il padre fosse stato ucciso, in seguito ad una lite dal gruppo di nullafacenti  che viveva attorno a Viola, sfruttandola. 

Ma il vero enigma- lo scopriremo sfogliando il romanzo, pagina dopo pagina- non è chi ha ucciso Argo, ma cosa tiene insieme (o disfa) una famiglia e un paese quando il senso comune che li reggeva si è consumato. E’ diventato liso. Ed è qui che il romanzo di Dai Pra’ trova la sua vera cifra: tra il giallo italiano, casalingo- con la sua rete di sospetti, voci, non detti da cucina e da bar- e un’indagine psicologica di gruppo, quasi sociologica, sulla desertificazione dei legami comunitari. Bianca la figlia che è fuggita in cerca di riscatto, e Viola rimasta intrappolata nell’orbita consolatoria dell’infanzia, e di una tardo adolescenza, incapace di farsi adulta. Sono le due facce di uno di uno stesso smarrimento o fallimento: quello di un paese che non offre più un futuro a chi resta, né pace a chi se ne va. Il giallo si risolve, con una soluzione persino banale, il male di vivere resta irrisolto. Un spina perenne nei rapporti tra le persone e nelle persone. La prosa di Dai Prà, ancora una volta molto felice, è il vero motore del libro: mai compiaciuta, capace di tenere insieme il respiro potente del paesaggio appenninico sia pure sfregiato e la miseria minuta dei rancori familiari, le invidie e le ostilità sviluppate tra i vicoli e le piazzette del borgo, senza mai scivolare nel bozzettismo nè nel cinismo.

“Brillare” funziona come un doppio romanzo: sotto la superficie del mistero che tiene ed incuriosisce , scorre una domanda più scomoda e più vera, sul perché le comunità, come le famiglie, smettano ad una certo punto di riconoscersi, guardandosi negli occhi.

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Rossana Livolsi
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