K metro 0 – Washington – Il maggiore aumento dei prezzi dei generi alimentari degli ultimi cinquant’anni. Questo è ora l’incubo degli americani. Promozioni, buoni sconto, confronto dei prezzi e riduzione dei cibi preferiti sono le nuove abitudini di milioni di statunitensi. Secondo i dati governativi, dall’inizio del 2019 l’acquisto di generi alimentari da consumare
K metro 0 – Washington – Il maggiore aumento dei prezzi dei generi alimentari degli ultimi cinquant’anni. Questo è ora l’incubo degli americani. Promozioni, buoni sconto, confronto dei prezzi e riduzione dei cibi preferiti sono le nuove abitudini di milioni di statunitensi. Secondo i dati governativi, dall’inizio del 2019 l’acquisto di generi alimentari da consumare a casa è diventato più costoso del 33% nelle città del Paese a stelle e striscie. Nei sette anni e mezzo precedenti, i prezzi erano aumentati del 6,4%. Ne riferisce l’AP.
I bilanci familiari sono pertanto sempre più spesso messi a dura prova, i consumatori ora acquistano meno dei loro cibi preferiti o, in generale, meno cibo. Fra le cause di questi aumenti storici, di sicuro il Covid, che ha fatto lievitare i costi della manodopera e dei trasporti. Siccità, uragani e l’influenza aviaria ne hanno poi ridotto la produzione. Si aggiungano i dazi, responsabili di incrementi su caffè, pomodori e cioccolato. La guerra in corso della Russia in Ucraina ha poi interrotto le forniture di petrolio e fertilizzanti.
Il nuovo conflitto in Medio Oriente ha poi riacceso l’inflazione dei prezzi alimentari. Prima della pandemia, i salari crescevano a un ritmo molto più rapido rispetto ai prezzi dei generi alimentari. Anche se lo stipendio di un lavoratore medio continua a superare di poco l’importo delle spese al supermercato, i consumatori si sentono stressati e insoddisfatti perché anche altre spese, come quelle per l’alloggio e l’elettricità, sono salite in modo significativo.
Insomma, nel 2024 gli americani hanno speso in media il 12,9% del proprio reddito al lordo delle imposte per mangiare fuori e a casa, ma tale quota era pari al 33% per il quinto delle famiglie statunitensi con i redditi più bassi, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti.
I prezzi inoltre variano in modo sostanziale a seconda della regione. A St. Louis, a giugno i prodotti alimentari per uso domestico costavano il 2% in più rispetto a un anno prima; a San Francisco, la differenza era del 6%.
Nelle interviste, i residenti di quattro aree urbane in cui l’inflazione dei prezzi alimentari ha superato la media nazionale hanno raccontato come il costante aumento dei prezzi stia cambiando il loro modo di fare la spesa. La carne, ad esempio, è diventata un lusso per una famiglia del Texas, il principale produttore di carne bovina della nazione.
Anche alle Hawaii le spese alimentari si sono impennate. Lo Stato riceve infatti quasi tutto il proprio cibo da navi mercantili che hanno percorso migliaia di miglia, rendendo i prezzi e l’assortimento nei negozi vulnerabili soggetti agli sbalzi del mercato petrolifero. Il costo del trasporto merci tra le isole hawaiane è salito alle stelle a causa dell’aumento dei prezzi del carburante legato al conflitto con l’Iran e all’instabilità finanziaria dell’azienda che detiene il quasi monopolio del trasporto interinsulare.
Non se la passano meglio i consumatori europei, che continuano a tagliare le spese. Lo rivela il terzo sondaggio annuale su 20.000 consumatori di 11 paesi europei europei della Boston Consulting Group.
L’inflazione e la paura di una possibile recessione hanno fatto aumentare il pessimismo dei consumatori riguardo all’economia nel 2025, che è salito al 54%, con un aumento di 5 punti rispetto all’anno precedente. Fuori da questo orientamento negativo è la salute personale. Circa due terzi, ovvero il 65%, dei consumatori giudica difatti buono il proprio stato di salute mentale, e il 56% lo stesso per quello fisico.
Il 53%, dei consumatori europei è però preoccupata per le proprie finanze personali quotidiane, percentuale in aumento rispetto al 40% del 2024. Sei su dieci sono preoccupati di non avere abbastanza soldi per la pensione.
La tendenza verso i beni essenziali è continuata e si è approfondita. Il sondaggio cattura il sentiment dei consumatori analizzando la spesa netta, ovvero la differenza percentuale tra la quota di consumatori che ha dichiarato un aumento della spesa e quella che ha dichiarato una diminuzione.
Negli ultimi sei mesi, solo le categorie dei generi alimentari e dei prodotti per animali domestici hanno registrato un aumento delle vendite. Questo è principalmente dovuto all’aumento dei prezzi piuttosto che a un aumento dei volumi. Ogni altra categoria è piatta o negativa. Come nel 2025, i consumatori riportano il più alto tasso di spesa negativa per i settori della moda, dell’alcol e degli snack confezionati.
All’interno delle varie categorie, emergono distinzioni nette tra gli articoli essenziali e quelli di lusso. Per esempio, all’interno del settore della moda, le categorie che hanno registrato un calo minore sono quelle di calzature (–12 punti), abbigliamento casual (–13 punti) e abbigliamento sportivo (–14 punti), mentre quelle che hanno registrato un calo maggiore sono quelle di abbigliamento formale ed elegante (–20 punti), borse (–23 punti) e accessori (–22 punti). All’interno della categoria pet care, quella con il più alto tasso di spesa positiva netta (12 punti), i consumatori dichiarano di spendere di più per il cibo quotidiano per animali (19 punti) rispetto agli accessori per animali (–10 punti).
Il prezzo è il messaggio
Dopo due anni di incertezza e tagli, la ricerca del valore è ora profondamente radicata nel comportamento dei consumatori. Circa due terzi, ovvero il 63%, dei consumatori acquista solo con sconti o cerca attivamente offerte, la stessa percentuale dell’anno scorso. Nel settore della moda, questa percentuale sale al 73%. Anche nel settore dei farmaci da banco e degli integratori, la categoria con il più alto tasso di fedeltà al marchio, la metà dei consumatori cerca un prezzo migliore.
La fedeltà al marchio è in declino: il 62% dei consumatori dichiara di essere disposto a cambiare marca per ottenere offerte migliori. La propensione supera il 70% in categorie come l’arredamento e la moda. Questo si riflette nel comportamento d’acquisto effettivo. Una quota significativa di consumatori (il 44%) dichiara di aver cambiato marca nel suo ultimo acquisto, passando a un marchio che non acquista di solito o che non ha mai acquistato prima. Questo cambiamento è rafforzato dalla crescita costante dei marchi privati, in particolare nel settore dei generi alimentari (il 39% dei consumatori acquista sempre o spesso marchi privati), dei prodotti per la casa (il 30%) e della moda (il 29%).
di Sandro Doria













