Gli Stati Uniti avviano la revisione della presenza militare in Europa

Gli Stati Uniti avviano la revisione della presenza militare in Europa

K metro 0 – Bruxelles – Gli Stati Uniti hanno avviato una revisione della propria presenza militare in Europa con l’obiettivo di accelerare il trasferimento agli alleati della Nato della responsabilità primaria per la difesa convenzionale del continente. Lo ha annunciato ieri il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, ricordando che il segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva già anticipato

K metro 0 – Bruxelles – Gli Stati Uniti hanno avviato una revisione della propria presenza militare in Europa con l’obiettivo di accelerare il trasferimento agli alleati della Nato della responsabilità primaria per la difesa convenzionale del continente. Lo ha annunciato ieri il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby, ricordando che il segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva già anticipato il piano a giugno. Washington punta a un’Alleanza “più forte, equa e sostenibile”, mentre concentra sempre più la propria attenzione strategica sulla Cina.  Lo riporta Nova.

Il presidente Donald Trump ha più volte criticato gli alleati europei, anche per il mancato sostegno durante la guerra con l’Iran, e l’amministrazione ha già comunicato una riduzione delle risorse militari statunitensi messe a disposizione delle operazioni della Nato.

Intanto, cresce tra i senatori repubblicani il malcontento nei confronti di Hegseth mentre il conflitto con l’Iran si protrae senza una chiara prospettiva di conclusione. Alcuni esponenti del partito ritengono che la fiducia nella leadership del segretario si stia deteriorando e avvertono che il successo di un’eventuale offensiva militare su larga scala contro Teheran potrebbe risultare decisivo per consolidare il sostegno politico a un conflitto sempre più impopolare. Tra le principali critiche figura la mancata previsione della prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha contribuito all’impennata dei prezzi del petrolio e del gas, e la sottovalutazione della disponibilità dell’Iran a colpire Paesi alleati nella regione, tra cui Giordania, Kuwait e Arabia Saudita. Preoccupazione suscita anche l’estensione delle ostilità al Mar Rosso, dove i ribelli Houthi sostenuti da Teheran hanno preso di mira le spedizioni petrolifere saudite.

Il senatore Thom Tillis (North Carolina) ha dichiarato di non avere più fiducia in Hegseth, accusandolo di aver favorito il pensionamento o l’allontanamento di alcuni dei più autorevoli vertici del dipartimento della Guerra. Secondo Tillis, il segretario soffre di un “complesso di insicurezza”, ha scarsa esperienza nella gestione di grandi organizzazioni e tende a esercitare un controllo eccessivo sulle decisioni. Lo stesso Tillis ha affermato che all’interno del gruppo repubblicano al Senato sta emergendo una crescente crisi di fiducia nei confronti della guida del Pentagono, mentre aumentano i costi della guerra e l’Iran non appare più vicino a un accordo di pace duraturo. Un altro senatore repubblicano, rimasto anonimo, ha riferito che anche tra gli alti gradi militari si starebbe diffondendo una perdita di fiducia nella leadership di Hegseth, alimentando le preoccupazioni del Congresso.

Tra gli episodi più contestati vi è il pensionamento forzato del generale Chris Donahue, comandante delle forze terrestri statunitensi in Europa. La presidente della commissione Stanziamenti del Senato, Susan Collins, ha definito “profondamente preoccupante” l’allontanamento di ufficiali di alto livello e ha chiesto maggiori chiarimenti sulla strategia e sugli obiettivi finali del conflitto. Un altro senatore repubblicano ha parlato di “malumori” per gli errori di valutazione relativi sia alla chiusura di Hormuz sia alla capacità dell’Iran di minacciare i Paesi vicini, ammettendo che potrebbero esserci stati errori di calcolo nella strategia iniziale.

L’ala più interventista del Partito Repubblicano continua tuttavia a sostenere un’escalation militare. Il presidente della commissione Forze armate del Senato, Roger Wicker, ha invitato il presidente Trump a “portare a termine il lavoro” intensificando gli attacchi, mentre il senatore John Cornyn ha sostenuto che gli Stati Uniti dispongono delle capacità necessarie per riaprire lo Stretto di Hormuz senza dover fare concessioni significative all’Iran. Parallelamente cresce però la frustrazione per un conflitto che dura ormai quasi cinque mesi, ben oltre le iniziali previsioni dell’amministrazione Trump. Anche la senatrice Shelley Moore Capito ha osservato che l’opinione pubblica statunitense sta mostrando segni di stanchezza.

Permangono inoltre dubbi sui costi dell’operazione. Secondo Hegseth, la guerra è costata finora 37,5 miliardi di dollari, mentre stime indipendenti di Moody’s Analytics indicano una spesa superiore a 132 miliardi di dollari. La senatrice Joni Ernst ha lamentato la mancanza di trasparenza del Pentagono sui costi effettivi del conflitto. Diversi senatori repubblicani ritengono infine che, allo stato attuale, non vi siano voti sufficienti per approvare in Senato un nuovo stanziamento di 73 miliardi di dollari destinato a finanziare le operazioni militari, richiesto dall’amministrazione Trump. Tra le critiche mosse da Tillis figura anche la mancata previsione dell’estensione del conflitto ad altri snodi strategici del commercio mondiale, come lo Stretto di Bab el Mandeb, oltre al timore che il ricambio ai vertici militari abbia indebolito la capacità di pianificazione strategica del Pentagono.

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