il Caspio conteso da marginalità geografica a possibile teatro di conflitto

il Caspio conteso da marginalità geografica a possibile teatro di conflitto

K metro 0 – Mosca – Il mare più chiuso del mondo è diventato il crocevia delle guerre di oggi. C’è una geografia che l’Europa aveva smesso di guardare, e che ora torna ad imporsi con la forza dei fatti. Il Mar Caspio-371 mila chilometri quadrati, il più grande bacino endoreico del pianeta, chiuso ad ogni

K metro 0 – Mosca – Il mare più chiuso del mondo è diventato il crocevia delle guerre di oggi. C’è una geografia che l’Europa aveva smesso di guardare, e che ora torna ad imporsi con la forza dei fatti. Il Mar Caspio-371 mila chilometri quadrati, il più grande bacino endoreico del pianeta, chiuso ad ogni sbocco oceanico e per questo escluso per decenni dalle rotte navali occidentali- si è trasformato nel giro di poche settimane in uno dei nodi più sensibili della crisi globale. Il 25 luglio l’Ucraina ha colpito una nave iraniana nella zona, causando la morte di un marinaio: Khiyv sostiene che l’imbarcazione trasportasse materiale militare destinato a Mosca; per Teheran era solo una nave commerciale ed ha minacciato ritorsioni, evocando conseguenze capaci di travalicare il teatro ucraino.

Non si è trattato di un incidente isolato, bensì della punta emersa di un sistema che si è costruito silenziosamente negli ultimi anni. Il Volga, l’arteria fluviale più lunga d’Europa, riversa nel Caspio oltre l’80% del suo apporto di acqua dolce e lo collega attraverso un reticolo di canali artificiali, alle grandi vie di comunicazione navigabili dell’Eurasia. E’ su questa infrastruttura che si è consolidata la cooperazione militare tra Iran e Russia: le spedizioni partono dai porti iraniani di Amirabad e Bandar Anzali, attraversano il bacino e arrivano a Makhachkala, Astrakhan o Olya, da dove droni, munizioni e componenti proseguono via terra verso gli stabilimenti russi o il fronte ucraino. Un Think tank come il RUSI (Royal United Service Institute) lo definisce ormai un nodo essenziale dell’asse Mosca-Teheran, un ruolo che  non si è esaurito nemmeno dopo l’avvio della produzione russa dei droni derivati dagli Shahed iraniani. 

Il flusso non è più a senso unico. Dopo i raid americani e israeliani sul territorio iraniano, Mosca ha iniziato a spedire attraverso il Caspio componenti per droni e materiali destinati a ricostruire le capacità produttive di Teheran- merci che in condizioni normali avrebbero attraversato il Golfo e lo stesso Stretto di Hormuz, oggi trasformato in uno  spazio di guerra navale, con blocchi e controlli. Il Caspio è diventato così una via di aggiramento reciproca, il retroporto di un’alleanza che entrambi i partner considerano strategica ma che nessuno dei due controlla pienamente. 

Fino a questa estate il bacino era considerato un santuario: lontano dagli occhi occidentali, privo di una presenza navale della Nato, protetto dalla sua stessa marginalità geografica. L’attacco ucraino ha dimostrato che era un’allucinazione, un’area protetta solo in apparenza. Se le azioni contro i mercantili russi ed iraniani dovessero diventare  sistematiche, Mosca e Teheran sarebbero costrette a distogliere forze navali e aree da altri fronti per proteggere una rotta logistica che finora avevano dato per scontata: un costo che si somma a quello già enorme, della guerra in Ucraina e del confronto aperto nel Golfo. E’ così che il Caspio smette di essere una notizia regionale e diventa un test per l’intera architettura di sicurezza euro-mediorentale. Da mesi cresce in Europa la preoccupazione per la possibilità che l’Iran, sentendosi minacciato nella propria sopravvivenza, scelga di rispondere colpendo interessi occidentali fuori dal Medio Oriente. Le valutazioni di intelligence citate dalla stampa europea, indicano che Teheran ha riattivato parte della produzione di droni e mantiene una capacità missilistica  distribuita; portavoce militari israeliani hanno lanciato più volte l’allarme su nuovi sistemi con gittate fino a 4mila chilometri, un raggio che porterebbe teoricamente diverse capitali europee nel mirino. Una portata contestata da altri analisti, ma che conferma l’esistenza della minaccia, sia pur ad un livello politico più che tecnico, attualmente. Ma è proprio la sua ambiguità a renderla efficace come deterrente. 

Quello che il Caspio racconta, in fondo, è un cambio di paradigma più ampio. Per trent’anni, dalla fine della guerra fredda, il bacino era rimasto ai margini proprio perché incarnava un’idea di stabilità basata sull’assenza di contendenti esterni: un lago diviso fra cinque Stati rivieraschi (Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakistan, Turkmenistan) che avevano trovato, faticosamente un equilibrio giuridico e commerciale. Oggi quell’equilibrio si sta riscrivendo non attraverso il negoziato multilaterale, ma attraverso la logica delle sfere di influenza: chi controlla una rotta, chi la sorveglia, chi può colpirla. E’ la stessa grammatica leggibile nel Mar Nero, nello stretto di Hormuz, nel Baltico- teatri diversi di un’unica tendenza, quella di un ordine internazionale che non si fonda più sulla libertà di scambio ma sulla capacità di imporre e difendere zone di controllo .

Per l’Europa incastonata geograficamente e politicamente tra questi due fronti, la posta in gioco non è astratta. Ogni escalation nel Caspio rischia di riverberarsi  sulle rotte energetiche  che passano per Baku- uno dei primi grandi poli petroliferi del mondo già nell’800 e oggi nodo chiave nella diversificazione degli approvvigionamenti dall’Asia Centrale- e di alimentare ulteriormente la tensione con l’ Iran.  Bruxelles si trova quindi a dover gestire contemporaneamente due varianti dello stesso rischio: sostenere Khiyv senza fornire a Teheran ulteriori pretesti per l’escalation, e proteggere i propri interessi energetici e di sicurezza in una regione dove, fino a ieri, non aveva bisogno di avere una politica. 

Il Caspio per decenni relegato agli atlanti scolastici come una curiosità geografica- troppo grande per essere un lago, troppo chiuso per essere un mare-è tornato ad essere ciò che era stato all’alba dell’era industriale: uno specchio d’acqua dove si misurano gli equilibri di potere del suo tempo. Solo che oggi, a differenza di allora, l’Europa non può permettersi di guardarlo da lontano.

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Rossana Livolsi
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