Corte penale internazionale, le sanzioni Usa fermano la collaborazione di almeno 20 Ong

Corte penale internazionale, le sanzioni Usa fermano la collaborazione di almeno 20 Ong

K metro 0 – L’Aia – Almeno venti organizzazioni per i diritti umani hanno interrotto o ridotto drasticamente la collaborazione con la Corte penale internazionale (CPI) a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta realizzata dal centro giornalistico olandese Investico e dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, in collaborazione con il

K metro 0 – L’Aia – Almeno venti organizzazioni per i diritti umani hanno interrotto o ridotto drasticamente la collaborazione con la Corte penale internazionale (CPI) a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un’inchiesta realizzata dal centro giornalistico olandese Investico e dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, in collaborazione con il settimanale De Groene Amsterdammer. L’indagine, condotta su cento organizzazioni non governative, documenta come le misure adottate dall’amministrazione di Donald Trump stiano producendo conseguenze anche sulle attività investigative relative a conflitti che non coinvolgono direttamente Washington.

Secondo i giornalisti, diverse organizzazioni hanno sospeso silenziosamente i rapporti con il tribunale dell’Aia. Alcune sono vincolate da contratti con finanziatori statunitensi che impediscono l’utilizzo dei fondi per sostenere le attività della Corte. Altre temono di essere colpite direttamente dalle sanzioni, compromettendo la propria sopravvivenza economica.

Il problema riguarda soprattutto la raccolta delle prove. Le organizzazioni locali rappresentano spesso il primo punto di contatto con le vittime di crimini di guerra e contro l’umanità. Documentano violazioni, raccolgono testimonianze e mettono a disposizione informazioni che possono orientare le indagini dei procuratori internazionali.

L’ex procuratrice capo della Corte, Fatou Bensouda, ha spiegato a Investico che le Ong non conducono indagini per conto del tribunale, ma forniscono indicazioni indispensabili per individuare e verificare elementi probatori.

Le conseguenze non si limitano ai procedimenti relativi a Israele e ai territori palestinesi. Secondo l’inchiesta, un’organizzazione europea impegnata in Africa orientale, Medio Oriente e Ucraina ha ricevuto da un finanziatore americano il divieto di utilizzare i suoi contributi per attività a sostegno della Corte.

Save the Children Nederland ha riferito difficoltà nell’individuare modalità alternative di cooperazione, mentre il gruppo di ricerca Forensic Architecture sta riesaminando i propri rapporti con il tribunale. Il numero effettivo delle organizzazioni coinvolte potrebbe essere superiore a quello accertato, poiché molte hanno evitato di rispondere pubblicamente.

La pressione americana è iniziata nel febbraio 2025, quando Trump ha firmato un ordine esecutivo che autorizza sanzioni contro persone e soggetti coinvolti in determinate attività della CPI. Washington contesta la giurisdizione del tribunale sui cittadini statunitensi e israeliani, ritenendo che le sue iniziative compromettano la sovranità nazionale.

La controversia si è intensificata dopo i mandati d’arresto emessi dalla Corte nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Entrambi respingono le accuse.

Il 9 ottobre 2026, il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato ulteriori sanzioni contro la Corte nel suo complesso, con un periodo di sei mesi prima dell’entrata in vigore delle nuove restrizioni.

La CPI ha denunciato un tentativo di ostacolare l’amministrazione della giustizia e ha chiesto ai 125 Stati aderenti di garantirne il funzionamento. I Paesi Bassi, che ospitano il tribunale, hanno confermato il proprio sostegno e sollecitato una risposta europea.

L’Aia ha chiesto alla Commissione Ue di preparare strumenti capaci di proteggere banche e imprese europee dalle conseguenze delle sanzioni extraterritoriali americane. Tra le opzioni figura l’estensione del cosiddetto blocking statute, il regolamento europeo concepito per contrastare determinati effetti delle misure adottate da Paesi terzi.

L’inchiesta mostra che la pressione sulla giustizia internazionale non passa soltanto attraverso i provvedimenti contro giudici e procuratori. Può agire anche sulle organizzazioni che documentano i crimini e assistono le vittime. Il rischio, per la Corte, è perdere informazioni essenziali prima ancora che possano diventare prove processuali.

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