Medio Oriente: Pasqua sotto le bombe, i cristiani tra guerra, esodo e paura

Medio Oriente: Pasqua sotto le bombe, i cristiani tra guerra, esodo e paura

K metro 0 – Roma – La Pasqua dei cristiani del Medio Oriente arriva quest’anno in una regione attraversata dalla guerra, dai missili, dagli sfollamenti e da restrizioni che in alcuni casi riguardano anche i luoghi di culto. Da Gerusalemme a Gaza, dal Libano all’Iraq, fino all’Iran e ai Paesi del Golfo, le comunità cristiane

K metro 0 – Roma – La Pasqua dei cristiani del Medio Oriente arriva quest’anno in una regione attraversata dalla guerra, dai missili, dagli sfollamenti e da restrizioni che in alcuni casi riguardano anche i luoghi di culto. Da Gerusalemme a Gaza, dal Libano all’Iraq, fino all’Iran e ai Paesi del Golfo, le comunità cristiane si preparano a celebrare la ricorrenza più importante del calendario liturgico in un clima segnato da insicurezza, lutti e forte precarietà. Papa Leone XIV ha dato voce a questo scenario con due appelli ravvicinati. L’11 marzo il Pontefice ha invitato a pregare “per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente” e per “le numerose vittime civili, tra cui molti bambini innocenti”. Il 31 marzo, da Castel Gandolfo, Leone XIV ha quindi chiesto ai leader del mondo di “tornare al tavolo per dialogare” e di cercare soluzioni per ridurre la violenza proprio mentre si avvicina “il tempo più santo” dell’anno cristiano.

Il cardinale Pietro Parolin ha tradotto questa preoccupazione in termini diplomatici, parlando il 10 marzo di una “immane tragedia” che rischia di allargarsi sempre di più. Il segretario di Stato ha ribadito che la Santa Sede mantiene aperti i canali con tutti gli interlocutori e continua a puntare sugli strumenti del dialogo e della mediazione. In questo quadro, ha avvertito che guerra, destabilizzazione e odio crescente aggravano la crisi umanitaria e colpiscono indistintamente le popolazioni della regione. La priorità resta fermare l’escalation e riportare il confronto sul piano politico e diplomatico.

Una fotografia della presenza cristiana nella regione aiuta a inquadrare il contesto in cui si inseriscono le celebrazioni pasquali. In Libano, che resta il Paese arabo con la più forte presenza cristiana, i cristiani rappresentavano il 27,9 per cento della popolazione nel 2020 secondo Pew, mentre il Dipartimento di Stato Usa stima una quota attorno al 30,5 per cento, con i maroniti come gruppo principale. In Israele i cristiani sono circa l’1,9 per cento della popolazione. Nei Territori palestinesi, tra Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, le stime parlano di circa 50 mila cristiani in Cisgiordania e Gerusalemme e di una presenza ormai ridottissima a Gaza. In Giordania i cristiani sono attorno al 2,1 per cento. In Siria, dove prima della guerra vivevano oltre 2,2 milioni di cristiani, varie stime indicano oggi una quota molto più bassa rispetto al passato. In Iraq restano meno di 150 mila cristiani, contro circa 1,5 milioni prima del 2003. In Iran, infine, il censimento del 2016 registrava 117.700 cristiani delle confessioni riconosciute, con una presenza complessivamente inferiore all’1 per cento della popolazione.

La Terra Santa resta uno dei punti più sensibili. Negli ultimi giorni di marzo, il caso del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, fermato mentre tentava di accedere al Santo Sepolcro, ha aperto un caso politico e diplomatico sulla gestione della libertà di culto in tempo di guerra. Dopo le polemiche, il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa hanno raggiunto un’intesa con le autorità israeliane per garantire le celebrazioni pasquali, ma in forma limitata e sotto rigide misure di sicurezza. Lo stesso Pizzaballa ha invitato a non perdere di vista il contesto più ampio, richiamando l’attenzione su Gaza e sulla Cisgiordania, dove la situazione umanitaria resta estremamente critica e le tensioni sono quotidiane.

A Gaza la Pasqua si celebra in condizioni segnate dalla guerra. Padre Gabriel Romanelli ha spiegato che “la fase più dura è passata”, ma ha aggiunto che “il dopoguerra è durissimo”. La parrocchia resta un punto di riferimento per la comunità, non solo sul piano spirituale ma anche materiale, in un contesto caratterizzato da carenze diffuse di acqua, elettricità e medicinali, oltre che da un forte aumento dei prezzi. Negli ultimi mesi è diminuito anche il numero dei fedeli presenti, a causa delle vittime e degli sfollamenti, ma la comunità continua a riunirsi e a mantenere attive le proprie attività, condividendo spazi e risorse con il resto della popolazione.

In Libano la guerra ha colpito soprattutto il sud del Paese, incidendo sulla vita quotidiana di intere comunità. Leone XIV ha ricordato padre Pierre El Raii, sacerdote maronita morto dopo essere stato ferito mentre prestava soccorso ad alcuni abitanti di Qlayaa. Le testimonianze raccolte da Caritas e dai media vaticani parlano di villaggi colpiti, scuole chiuse e difficoltà negli spostamenti, con molte famiglie costrette a lasciare temporaneamente le proprie case. In questo contesto, le strutture ecclesiastiche continuano a svolgere un ruolo di assistenza e supporto, affiancando la popolazione in una fase segnata da forte incertezza.

Più a est, in Iraq, la comunità cristiana attraversa una fase di transizione anche sul piano istituzionale, in un contesto di sicurezza che resta fragile e in progressivo deterioramento. Le dimissioni del cardinale Louis Raphael Sako, accettate il 10 marzo da Papa Leone XIV, hanno aperto una nuova fase per la Chiesa caldea, che ha affidato temporaneamente la guida al vescovo Habib Hormuz Jajou. Parallelamente, il quadro interno resta segnato dall’attivismo delle milizie sciite filo-iraniane, con un aumento delle tensioni e un rischio crescente per la sicurezza, inclusa la possibilità di rapimenti di cittadini occidentali. In questo scenario, la vita delle comunità locali continua a essere influenzata da equilibri politici instabili, sicurezza non uniforme e dinamiche migratorie ancora rilevanti.

Nel Golfo, dove i cristiani sono in larga parte lavoratori stranieri, il conflitto con l’Iran si traduce soprattutto in un clima di cautela e in alcune misure di sicurezza. Il nunzio apostolico in Kuwait, Qatar e Bahrein, Eugene Martin Nugent, ha avvertito che una guerra prolungata “non giova a nessuno” e ha invitato a privilegiare il dialogo e i negoziati. In diversi Paesi della regione le celebrazioni religiose proseguono, in alcuni casi con modalità adattate al contesto.

Le chiese restano punti di riferimento per le comunità locali, non solo sul piano religioso ma anche su quello umano, dentro una crisi che colpisce l’intera popolazione. In questo quadro si inserisce l’appello di Papa Leone XIV, che alla vigilia della Pasqua ha invitato i leader del mondo a “tornare al tavolo per dialogare” e a cercare “modi per ridurre la violenza”, auspicando che “la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori”.

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