Israele, il voto non incorona nessuno. Ma tutte le strade portano a Netanyahu

Israele, il voto non incorona nessuno. Ma tutte le strade portano a Netanyahu

K metro 0 – Tel Aviv – Quello che doveva essere un referendum su Benjamin Netanyahu e che, nelle speranze del blocco dell’opposizione, avrebbe dovuto segnare la fine dell’era di Bibi (per 17 anni, sia pure non consecutivi, primo ministro d’Israele), si è risolta con l’ennesimo risultato pasticciato. Senza un vero vincitore né un vero

K metro 0 – Tel Aviv – Quello che doveva essere un referendum su Benjamin Netanyahu e che, nelle speranze del blocco dell’opposizione, avrebbe dovuto segnare la fine dell’era di Bibi (per 17 anni, sia pure non consecutivi, primo ministro d’Israele), si è risolta con l’ennesimo risultato pasticciato. Senza un vero vincitore né un vero sconfitto. Perché il leader del cambiamento, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito, generale Gadi Eisenkot, con il suo nuovo partito Yashar, è arrivato secondo dopo il Likud di Netanyahu. E, soprattutto, perché l’insieme del fronte “anti-Bibista” ha ottenuto 48 seggi, mentre quello che compone l’attuale governo ne ha ottenuti 53. Allora ha perso Eisenkot e ha vinto Netaniahu? No perché per avere la maggioranza nel Parlamento e quindi per formare un nuovo governo sono necessari almeno 61 dei 120 seggi della Knesset, l’assemblea unicamerale israeliana.

Allora hanno perso tutti e due? In un certo senso sì.  Perché, in attesa che venerdì arrivino anche le schede di chi ha votato per posta, nessuno dei due schieramenti ha i numeri per formare un nuovo governo. E le consultazioni che dovrà avviare  da domenica il presidente della Repubblica, Isaac Herzog, si annunciano complesse e dall’esito molto incerto. E’ vero che i partiti che rappresentano i due milioni e centomila cittadini arabi che vivono e votano in Israele hanno ottenuto una buona affermazione elettorale e hanno conquistato ben 19 seggi in Parlamento. Che sarebbero più che sufficienti per mandare al governo la coalizione di opposizione a Netanyahu.

Ma il problema, pressoché insormontabile, è che nel fronte del cambiamento guidato da Eisenkot c’è un solo partito e un solo leader che ha pubblicamente dichiarato che vorrebbe formare un governo con i voti – e quindi anche con dei ministri – dei partiti arabi. Si tratta di Yair Golan, capo del partito I Democratici, erede della grande tradizione socialista israeliana che ormai è molto ridotta e frammentata anche se ha dato al Paese leader come David Ben Gurion, il fondatore dello Stato d’Israele e suo primo premier. E Golda Meir, prima e finora unica donna capo di un governo israeliano; e ancora Yitzhak Rabin che firmò gli accordi di Oslo con Arafat e che fu assassinato da un estremista di destra israeliano nel novembre del 1995. O Shimon Peres. Fino a Ehud Barak, ultimo leader laburista a vincere le elezioni nel 1999. Ma oggi Yair Golan ha ottenuto soltanto 4 seggi.

E allora? Se un governo appoggiato dai partiti arabi appare ancora una chimera, restano soltanto due scenari. E tutti e due, a sorpresa secondo le previsioni e i sondaggi della vigilia, riportano Bibi Netanyahu al centro dei giochi. Il primo scenario è quello di una nuova consultazione elettorale anticipata che manterrebbe l’attuale governo in carica fino al prossimo voto. Il secondo scenario, che a me sembra più probabile, è quello che ipotizza una spaccatura nel blocco del cambiamento con una pattuglia di deputati che potrebbero abbandonare l’alleanza con Esinenkot per appoggiare Netanyahu. Ne basterebbero cinque per ridare a Bibi la maggioranza di 61 seggi in Parlamento. Trovarli tra i 51 anti-Bibisti che risultato già eletti non sarebbe, poi, così difficile.

Ma dalle prime mosse di Netanyahu sembra che il suo piano sia ancora più ambizioso. L’obiettivo del leader della destra israeliana sembra quello di formare un “governo di unità nazionale”. In considerazione del momento di estrema tensione che attraversa l’intero Medio Oriente. Quindi di trovare una qualche forma di accordo direttamente con il generale Gadi Eisenkot. Anche i rumors che rimbalzano dall’altra parte dell’Atlantico rafforzano questo scenario. Se fosse vero – come, almeno, sembra molto verosimile – che dopo le elezioni di midterm del 3 novembre negli Usa, il presidente Donald Trump potrebbe lanciare una nuova offensiva militare contro l’Iran, contando sull’appoggio armato israeliano, la necessità di avere un governo forte in Israele è nelle cose.

E secondo i più informati osservatori israeliani potrebbe essere utile addirittura anche allo stesso Gadi Eisenkot che, a certe condizioni (per esempio una carica di vice premier e la guida del ministero della Difesa), potrebbe scrollarsi di dosso il ruolo dello sconfitto e continuare la sua avventura nella politica israeliana. Che è una realtà complessa e poco comprensibile per chi ragione con categorie mentali tradizionali di Paesi come l’Italia, per esempio, ma non solo. Sapete quanti partiti si sono trovati di fronte, con i simboli stampati sulla scheda elettorale, gli oltre 7 milioni di votanti israeliani (ebrei, arabi, laici)? Trentasette: 37 partiti in un Paese che ha in totale poco più di 10 milioni di cittadini. E’ vero che in Israele da decenni circola una battuta che dice: se due israeliani discutono di politica, fondano almeno tre partiti. Ma 37 è un bel record mondiale assoluto.

Naturalmente questi partiti si coalizzano. Ma se, solo per fare un esempio, in Italia già si discute sulla tenuta delle due coalizioni in campo, muoversi nella fitta foresta del panorama politico israeliano può riservare infinite sorprese. La prima potrebbe arrivare già venerdì quando comincerà lo spoglio delle oltre seicentomila schede che stanno arrivando per posta. Sul totale dei votanti, che è di circa 7 milioni, 600mila voti sono quasi il 10 per cento e potrebbero anche cambiare il risultato finale. Sono le schede di chi non ha potuto votare nel suo seggio naturale: chi vive all’estero e chi, soprattutto, è impegnato nelle IDF, le Forze di Difesa Israeliane, che sono su tutti i fronti: da Gaza al Libano, ovunque. Ma non a casa. Seicentomila voti potrebbero modificare il risultato che conosciamo oggi. Anche se gli osservatori israeliani credono che anche i ragazzi in armi non sono tutti Bibisti o anti-Bibisti, come in Israele chiamano i sostenitori o gli avversari di Natanyahu.

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Enrico Singer
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