Il 3 novembre si eleggono 36 governatori Usa. Democratici a caccia di due Stati per superare i repubblicani
K metro 0 – Washington – Non soltanto Camera e Senato. Le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre mettono in palio anche il governo di 36 Stati, in una sfida che potrebbe modificare gli equilibri politici degli Stati Uniti ben oltre il Congresso. I repubblicani controllano oggi 26 governatorati, contro i 24 dei democratici. Per conquistare la maggioranza degli Stati, al partito di opposizione servirebbe un guadagno netto di almeno due incarichi: un risultato che non raggiunge dal 2010.
La competizione si svolge in un clima segnato dal costo della vita, dalle politiche economiche dell’amministrazione Trump e dalle tensioni sull’immigrazione. Ma ogni Stato presenta questioni specifiche, dall’accesso all’acqua alla sanità, fino alle tasse e ai diritti riproduttivi, cioè l’insieme dei diritti e delle libertà legali legati alla salute e all’autonomia riproduttiva. È proprio questa dimensione locale a rendere le elezioni dei governatori meno direttamente riconducibili al confronto nazionale tra democratici e repubblicani.
Tra gli appuntamenti più osservati c’è la Georgia, governata dai repubblicani da oltre vent’anni. Il governatore uscente Brian Kemp non può ricandidarsi e la successione è contesa tra l’ex sindaca democratica di Atlanta Keisha Lance Bottoms e l’imprenditore repubblicano Rick Jackson, che ha investito oltre 100 milioni di dollari personali nella campagna. Un’eventuale elezione di Bottoms rappresenterebbe una prima volta storica: nessuna donna afroamericana è mai stata eletta governatrice negli Stati Uniti.
In Michigan, Stato decisivo nelle ultime elezioni presidenziali, la democratica Jocelyn Benson affronta il deputato repubblicano John James per raccogliere l’eredità di Gretchen Whitmer. La competizione mette a confronto due visioni differenti su economia, amministrazione pubblica e diritti civili, in uno Stato dove gli elettori hanno alternato il sostegno ai due principali partiti nelle consultazioni nazionali.
In Arizona, la governatrice democratica Katie Hobbs cerca la riconferma contro il repubblicano Andy Biggs. Il dibattito ruota intorno alla sicurezza del confine con il Messico, al costo della vita e alla gestione delle risorse idriche in un territorio colpito dalla siccità. Anche il diritto all’aborto resta un tema centrale, dopo l’approvazione nel 2024 di una modifica costituzionale statale che ne tutela l’accesso.
Particolarmente combattuta è la sfida in Nevada tra il governatore repubblicano Joe Lombardo e il democratico Aaron Ford. Qui pesano il rallentamento del turismo, i prezzi dell’energia e il dibattito sugli incentivi concessi ai grandi centri di elaborazione dati. In Wisconsin, invece, David Crowley e Tom Tiffany si confrontano su fiscalità, aborto e rapporto con la Casa Bianca.
L’attenzione si estende anche a Stati tradizionalmente repubblicani. In Iowa, il democratico Rob Sand sfida Zach Lahn in una corsa segnata da questioni ambientali, sanitarie e scolastiche. In Ohio, il repubblicano Vivek Ramaswamy affronta la democratica Amy Acton, già responsabile della sanità statale durante la pandemia. In Texas, il governatore Greg Abbott cerca un quarto mandato contro la democratica Gina Hinojosa.
Il significato politico del voto va oltre il numero dei governatorati conquistati. I governatori incidono direttamente su bilanci, istruzione, sanità, immigrazione e attuazione delle leggi federali. Avranno inoltre un ruolo importante nella gestione amministrativa e istituzionale degli Stati durante le presidenziali del 2028.
Le rilevazioni e le classificazioni delle competizioni descrivono un quadro aperto, ma non costituiscono risultati acquisiti. La notte elettorale misurerà due equilibri distinti: quello del potere federale a Washington e quello del potere territoriale negli Stati. Una distinzione essenziale per comprendere la direzione della politica americana nei prossimi due anni.













