Al Red Sea International Film Festival l’attrice francese celebra le registe Cherien Dabis e Shahad Ameen in un dialogo su cinema, identità e narrazione femminile tra Medio Oriente e Occidente. K metro 0 – Jeddah – Il cinema come spazio di ascolto, di riscatto e di dialogo tra mondi. È questo il messaggio emerso con
Al Red Sea International Film Festival l’attrice francese celebra le registe Cherien Dabis e Shahad Ameen in un dialogo su cinema, identità e narrazione femminile tra Medio Oriente e Occidente.
K metro 0 – Jeddah – Il cinema come spazio di ascolto, di riscatto e di dialogo tra mondi. È questo il messaggio emerso con forza dal panel “Women in Motion”, ospitato per la prima volta al Red Sea International Film Festival di Jeddah, che ha visto protagonista Juliette Binoche accanto alle registe Cherien Dabis e Shahad Ameen.
L’incontro, promosso dall’iniziativa Kering / Women in Motion, ha rappresentato uno dei momenti più intensi della manifestazione saudita, intrecciando riflessione artistica, impegno civile e diplomazia culturale. Binoche, ospite d’onore del festival e presente anche per presentare il suo debutto alla regia, ha sottolineato l’urgenza di ascoltare le voci provenienti dall’universo femminile del mondo arabo:
«In Occidente abbiamo bisogno delle vostre storie. Sono necessarie, vitali, e profondamente umane».
Rivolgendosi in particolare alla regista saudita Shahad Ameen, Binoche ha elogiato il coraggio di una nuova generazione di cineaste cresciute in un Paese in rapida trasformazione:
«Quando una giovane donna guarda un film e decide di voler dirigere, questo è già un atto straordinario. Il tuo percorso è un esempio potente».
Il panel è stato aperto da Laurent Claquin, Chief Brand Officer di Kering, che ha definito la presenza del programma a Jeddah «simbolica e stimolante», ricordando come l’iniziativa, nata a Cannes, celebri quest’anno un importante anniversario. «Il Red Sea Film Festival è diventato in pochissimo tempo molto più di un evento: è una piattaforma per storie audaci e per una creatività che osa andare oltre i confini».
Nel dialogo con le due registe, Binoche ha ripercorso anche la genesi del suo primo lavoro da regista, nato da un consiglio di Robert Redford, che la incoraggiò anni fa a trasformare il suo spettacolo teatrale In-I in un film. Quel suggerimento ha trovato compimento soltanto recentemente, con un documentario sul processo creativo condiviso con il coreografo Akram Khan, presentato in anteprima a San Sebastián.
La conversazione si è spostata poi su temi più profondi e politici con l’intervento di Cherien Dabis, regista palestinese-americana, che ha raccontato la genesi del suo film All That’s Left of You, presentato al Sundance Film Festival. L’opera affronta una pagina spesso rimossa della storia mediorientale: la Nakba del 1948, lo sfollamento forzato di centinaia di migliaia di palestinesi.
«Volevo raccontare il costo umano di eventi di cui si parla da decenni in modo astratto», ha spiegato Dabis. «Troppo spesso i palestinesi vengono disumanizzati, soprattutto nei media occidentali».
La regista ha anche riflettuto su come il cinema arabo abbia cercato di riappropriarsi della propria narrazione dopo l’11 settembre, sottolineando come oggi esista un maggiore sostegno in Europa rispetto agli Stati Uniti e lodando il ruolo svolto negli anni da festival e istituzioni culturali nel Golfo.
Per Shahad Ameen, il panel ha assunto un valore quasi generazionale. La regista saudita ha raccontato di essersi avvicinata al cinema proprio grazie ai film di Dabis, visti durante gli studi. Oggi, con Hijra – presentato alla Mostra del Cinema di Venezia – Ameen è una delle voci più interessanti del nuovo cinema saudita.
«L’Arabia Saudita è uno dei luoghi più stimolanti al mondo per fare cinema oggi», ha affermato. «C’è spazio per ogni voce, purché sia autentica. Non dobbiamo imitare Hollywood: dobbiamo raccontare chi siamo».
Parole accolte con entusiasmo da Binoche, che ha chiuso l’incontro con un incoraggiamento caloroso: «È meraviglioso. Continuate così. Vi stiamo aspettando».
In un Paese che sta investendo massicciamente nella cultura come strumento di trasformazione e soft power, il dialogo tra queste tre donne ha mostrato come il cinema possa diventare non solo industria e spettacolo, ma anche atto di memoria, resistenza e futuro condiviso. Un segnale forte che dal Mar Rosso guarda ben oltre i confini regionali.













