K metro 0 – Washington – Per molti anni Benjamin Netanyahu ha rappresentato una figura quasi unica nella politica israeliana. Capace di attraversare crisi, guerre, inchieste giudiziarie e sconfitte elettorali senza mai essere definitivamente estromesso dalla scena, ha costruito la propria immagine sull’idea di essere il leader più affidabile per garantire sicurezza al Paese e
K metro 0 – Washington – Per molti anni Benjamin Netanyahu ha rappresentato una figura quasi unica nella politica israeliana. Capace di attraversare crisi, guerre, inchieste giudiziarie e sconfitte elettorali senza mai essere definitivamente estromesso dalla scena, ha costruito la propria immagine sull’idea di essere il leader più affidabile per garantire sicurezza al Paese e mantenere un rapporto privilegiato con Washington.
L’accordo che l’amministrazione Trump si prepara a definire con l’Iran non cambia gli equilibri strategici tra Stati Uniti e Israele, ma introduce un elemento nuovo nel dibattito politico interno israeliano. Per la prima volta da tempo, Netanyahu si trova a contestare apertamente una scelta americana senza riuscire a modificarne l’esito.
Dopo il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza, il premier israeliano ha sostenuto una linea improntata alla massima pressione militare nei confronti dei gruppi armati sostenuti da Teheran e dello stesso Iran. Una strategia che, secondo il governo di Gerusalemme, avrebbe dovuto rafforzare la deterrenza israeliana e limitare la capacità operativa dei suoi avversari regionali.
La Casa Bianca sembra però aver imboccato una strada diversa. Secondo quanto riferito da Reuters, Donald Trump intende presentare l’intesa con Teheran come uno dei principali risultati della propria iniziativa diplomatica in Medio Oriente, inserendola in un più ampio tentativo di ridurre le tensioni nell’area e rilanciare il ruolo degli Stati Uniti come attore negoziale.
Per Netanyahu, tuttavia, il problema non riguarda soltanto il contenuto dell’accordo. La questione è soprattutto politica. Da sempre il leader del Likud ha fatto valere il proprio rapporto con Washington come una delle prove della sua capacità di tutelare gli interessi israeliani sulla scena internazionale. Se gli Stati Uniti scelgono una direzione diversa da quella indicata dal governo israeliano, quella narrazione rischia inevitabilmente di indebolirsi.
Le divergenze emerse nelle ultime settimane hanno reso evidente questa difficoltà. Le riserve espresse da Gerusalemme nei confronti dell’intesa non hanno impedito all’amministrazione americana di proseguire lungo il percorso negoziale. Allo stesso tempo, la volontà di Trump di privilegiare la de-escalation regionale appare sempre meno compatibile con la linea sostenuta dal governo israeliano.
In vista delle prossime scadenze elettorali, il tema potrebbe assumere un peso significativo. I sondaggi continuano a descrivere un quadro frammentato, nel quale pochi punti percentuali possono determinare la formazione o meno di una maggioranza parlamentare. In un contesto così competitivo, anche la percezione di un ridimensionamento dell’influenza di Netanyahu a Washington potrebbe avere conseguenze politiche.
L’intesa tra Stati Uniti e Iran non segna dunque la fine della carriera del premier israeliano. Tuttavia mette in discussione uno degli elementi che più hanno contribuito al suo successo: la convinzione, diffusa tra molti elettori, che sia sempre in grado di orientare gli eventi a proprio favore e di mantenere un canale privilegiato con il principale alleato di Israele.
di Sandro Doria













