K metro 0 – Ankara – La Turchia continua ad essere in primo piano soprattutto per la crescente tensione attorno alla Siria e per il ruolo sempre più delicato che Ankara sta assumendo nel nuovo equilibrio mediorientale. Negli ultimi giorni il confronto con Israele si è fatto più duro dopo l’attacco israeliano alla base di Abu al-Duhur, in
K metro 0 – Ankara – La Turchia continua ad essere in primo piano soprattutto per la crescente tensione attorno alla Siria e per il ruolo sempre più delicato che Ankara sta assumendo nel nuovo equilibrio mediorientale. Negli ultimi giorni il confronto con Israele si è fatto più duro dopo l’attacco israeliano alla base di Abu al-Duhur, in Siria, episodio che ha coinvolto indirettamente gli interessi turchi facendo risentire Washington. Ankara ha respinto con forza la tesi che nella base fossero presenti truppe turche e ha definito l’azione israeliana una pericolosa escalation, inquadrando la vicenda non come un problema di relazioni bilaterali, ma come una questione tra Israele e gli Stati Uniti, e tra Israele e le intese regionali e internazionali.
Ankara sostiene il nuovo governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa e sta contribuendo alla ricostruzione delle istituzioni e degli organismi di sicurezza del Paese. Israele, preoccupato di non avere più il dominio dei cieli della regione, considera invece con preoccupazione eccessiva l’espansione dell’influenza turca e la possibilità che Ankara costruisca infrastrutture militari permanenti in territorio siriano.
Il rischio è quindi quello di trasformare la Siria in un nuovo teatro di competizione tra due potenze regionali. L’inviato statunitense Barrack ha invocato un sistema di prevenzione dei conflitti, ma un’iniziativa simile può funzionare solo se le parti coinvolte lo vogliono. In questo caso, non c’è nessuna prova che Israele abbia cercato di allentare la tensione. In realtà, sembra che l’obiettivo fosse proprio causare un’escalation, perché Tel Aviv non ha informato dell’attacco né la Turchia né gli Stati Uniti e ha agito sulla base di un pretesto che ai servizi segreti statunitensi è apparso infondato: insomma, è sembrato uno stratagemma per dare slancio alla campagna elettorale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Il tema della sicurezza regionale per Ankara è inseparabile dalla situazione politica ed economica interna. Sul piano economico, Ankara cerca contemporaneamente di mantenere la stabilità ma persistono inflazione, costi energetici e tensioni regionali. Erdoğan ha ribadito che la Turchia vuole continuare a perseguire gli obiettivi di sviluppo, occupazione, esportazioni, agricoltura e turismo nonostante i conflitti che circondano il Paese.
La posizione turca è quindi sempre più complessa: La Turchia vuole rimanere una potenza regionale autonoma, mantenere un ruolo decisivo in Siria, evitare un confronto diretto con Israele e contemporaneamente difendere la propria stabilità economica e politica interna.
È proprio questa combinazione a mantenere la Turchia in primo piano tra le principale notizie di interesse europeo: ciò che accade oggi tra Ankara, Damasco, Gerusalemme e Washington può avere conseguenze dirette sulla sicurezza del Mediterraneo, sulla NATO e sulla politica estera dell’Unione europea.
Intanto, Netanyahu oggi, sembra intenzionato ad agire con più cautela dopo le distanze prese da Washington: non può allargare i conflitti senza il consenso degli Stati Uniti e scatenare un’altra guerra, per giunta contro una Turchia che si ispira all’Occidente ed è saldamente ancorata alla Nato. C’è da considerare poi, l’incognita della nuova alleanza sottoscritta poche settimane fa tra Turchia, Arabia e Pakistan (difesa della Makkah).













