K metro 0 – Washington – La guerra contro l’Iran apre una frattura nell’amministrazione di Donald Trump dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato. Il vicepresidente JD Vance, che da mesi sollecita una soluzione negoziata, avrebbe criticato duramente in privato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver fornito valutazioni sbagliate sul conflitto.
K metro 0 – Washington – La guerra contro l’Iran apre una frattura nell’amministrazione di Donald Trump dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato. Il vicepresidente JD Vance, che da mesi sollecita una soluzione negoziata, avrebbe criticato duramente in privato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di aver fornito valutazioni sbagliate sul conflitto. Le divergenze emergono mentre il presidente americano valuta se riprendere i bombardamenti contro Teheran o intensificare i tentativi diplomatici.
Secondo Axios, che cita fonti a conoscenza delle discussioni interne, Vance avrebbe sostenuto che Netanyahu si è sbagliato su tutto nella gestione della crisi iraniana. Il vicepresidente avrebbe inoltre avvertito Trump delle conseguenze politiche della guerra, considerata impopolare tra gli elettori americani e potenzialmente dannosa per il Partito repubblicano.
Le tensioni sono diventate pubbliche dopo il voto di martedì, che ha consegnato ai democratici il controllo di entrambe le camere del Congresso. Mercoledì Vance ha attribuito esplicitamente la sconfitta al conflitto con l’Iran, sostenendo che una parte dell’elettorato repubblicano si è allontanata dal partito per la guerra, l’aumento del costo della vita e la politica americana nei confronti di Israele.
Trump ha riconosciuto che il conflitto ha contribuito al risultato elettorale, anche attraverso l’aumento dei prezzi della benzina, ma ha difeso la decisione di intervenire militarmente. Il presidente continua a sostenere che l’operazione abbia impedito all’Iran di acquisire un’arma nucleare, una valutazione che non equivale a un accertamento indipendente sulla fine delle capacità nucleari iraniane.
Le divisioni riguardano anche la strategia militare. Secondo il Wall Street Journal, il segretario alla Difesa Pete Hegseth sostiene la prosecuzione della pressione armata, mentre Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e altri funzionari privilegiano la ricerca di un accordo. All’interno dell’amministrazione esiste inoltre una posizione favorevole a mantenere il blocco navale e le sanzioni economiche per ottenere ulteriori concessioni da Teheran.
Il quotidiano americano riferisce che già a settembre, durante una riunione nella Situation Room della Casa Bianca, alcuni consiglieri avevano espresso preoccupazione per le conseguenze elettorali della prosecuzione delle operazioni militari. Secondo questa ricostruzione, Trump sarebbe stato informato dei rischi legati alla pubblicizzazione dei nuovi attacchi.
Il confronto coinvolge direttamente Israele. Axios riferisce che Netanyahu avrebbe sollecitato ulteriori bombardamenti prima delle elezioni americane, incontrando la contrarietà di diversi esponenti dell’amministrazione. Trump avrebbe preso in considerazione l’ipotesi, rinviando tuttavia una decisione a dopo il voto.
La guerra, iniziata a febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, ha raggiunto una situazione di stallo dopo il cessate il fuoco di aprile. Le trattative non hanno prodotto un accordo definitivo e il controllo dello Stretto di Hormuz resta uno dei principali fattori di tensione, con ripercussioni sui mercati energetici internazionali.
Secondo Reuters, le valutazioni dell’intelligence americana indicano che nuovi bombardamenti difficilmente modificherebbero in modo sostanziale la posizione negoziale iraniana. Il Pentagono continua comunque a esaminare possibili operazioni, mentre i mediatori regionali cercano di riaprire il dialogo.
Per Trump, la scelta sull’Iran assume ora una doppia dimensione, militare e politica. Con il Congresso passato ai democratici e il vicepresidente apertamente critico verso la gestione della guerra, un’eventuale escalation dovrebbe confrontarsi anche con le crescenti divisioni interne all’amministrazione.













