Al punto che ancora oggi io non so se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito. Per anni queste strofe della canzone Compagno di scuola di Antonello Venditti mi sono risuonate, e per anni mi sono domandato sulla loro costruzione e contenuto. E forse, solo oggi mi appaiono se non
Al punto che ancora oggi io non so
se Dante era un uomo libero,
un fallito o un servo di partito.
Per anni queste strofe della canzone Compagno di scuola di Antonello Venditti mi sono risuonate, e per anni mi sono domandato sulla loro costruzione e contenuto. E forse, solo oggi mi appaiono se non nel loro significato, in una luce più che mai attuale.
Sembra che oggi l’arte e gli artisti debbano abdicare alla creatività per una scelta politica di campo. Agli artisti e agli atleti si richiede, per essere tali, di dissociarsi da una appartenenza nazionale, da una appartenenza identitaria, da una appartenenza culturale, per dimettersi e aderire a ciò che delle volontà e violenze precise vogliono, pena l’esclusione dal mondo dell’arte e dal mondo dello sport. Non sarò, in questo breve scritto, a citare tutti i vari casi di esclusione o boicottaggio che sono molti e diversi.
Anche le domande e le riflessioni sono tante, e riemergono dopo che i primi anni del secolo scorso avevano annullato i ruoli attribuiti all’arte per rinvigorirne la sua totale libertà. Una indipendenza, però, che non ha saputo creare nel vasto pubblico degli strumenti per farsi comprendere e comunicare attraverso dei codici estetici.
Oggi, si pensa ancora di uscire dalla crisi sia dell’arte sia dell’artista (ma non del mercato) indicando la “propaganda” (che si vende e fa vendere bene!). E se l’artista non può o non vuole fare “propaganda” attraverso le sue opere, che lo faccia almeno come persona/artista esprimendo non solo il proprio disappunto ma anche il suo disgusto, per convertirsi a ciò che le ideologie politiche definiscono cosa debba essere o non essere arte, quale artista abbia il diritto di esibirsi o un atleta di competere. E ormai, sono sempre più numerosi i casi di artisti che, sebbene contrari alle politiche dei paesi da cui hanno avuto i natali, devono accettare ciò che i tribunali di una novella Inquisizione vogliono sentire che dicano e confessino, e ovviamente che lo urlino, poiché sottoposti a una tortura sociale e mediatica.
Però, alcuni grandi artisti esprimono e continuano ad esprimere dubbi che la realtà sia così come viene raccontata o come si vuole che si racconti, e nel fare questo non sono “partigiani”. La parola è voluta, perché a me sembra che questa parola sia estremamente usata a sproposito, come lo è la canzone Bella ciao divenuta un inno, usata per ogni vuoto e assenza di una canzone che possa esprimere la nostra contemporaneità. Così, noi non viviamo nel presente ma in un continuo passato che ci ha formato e liberato. Perché si vuole che si combatta sempre la stessa battaglia già vinta, e per la quale la vittoria c’è già stata e dovrà così essere nei secoli dei secoli, ebbri ancora della vittoria ma storditi nella realtà di oggi. Poiché a pochi è chiaro che, oggi, il fascismo è oltrepassato dai vari sovranismi e il comunismo è già stato reso fallace dalla caduta dell’Unione Sovietica, e che nuovi ordini politici sono già entrati nelle nostre vite. Però, all’artista, che ha ben poco da proporre di nuovo dell’arte, si chiede di riproporre l’usato, il vecchio l’outlet dell’impegno politico. E quindi, tutti gli artisti vorrebbero e ambirebbero ad essere gli autori di una nuova Guernica, trovando ovunque tracce di misfatti contro l’umanità, tranne nei luoghi dove questi avvengono realmente e brutalmente.
L’artista, oggi, se onesto, dovrebbe far proprio l’aforisma di Karl Kraus: “In quest’epoca in cui tutti parlano, chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia!”. Perché è, ovvio, che siamo di fronte ad una turpe strumentalizzazione dell’arte, poiché non c’è un’arte buona o ben fatta solo se sta o Destra o a Sinistra.
E non si può continuare a far finta che alcuni artisti vengano considerati artisti “degenerati” (così erano definita l’arte invisa al nazismo) perché non schierati con anima e corpo in favore di moralismi da salotto o in etiche gridate nelle piazze, che pur di essere per la pace farebbero strage di chiunque si trova sul loro cammino. E, invece, di gridare allo scandalo per quelli artisti o atleti che, a volte, sono ormai colpevoli solo di essere nati, si dovrebbe riflettere su questa pruderie di consenso, e voglia di gogna, che si sta sempre di più infiltrando nelle manifestazioni sportive e artistiche. E chiedersi se l’arte ha e deve avere solo una dimensione o, invece, scoprire tutte le varie dimensioni che un essere umano può avere, come sono molteplici le dimensioni dello spazio in cui viviamo.
Al punto che ancora oggi io non so
se Dante era un uomo libero,
un fallito o un servo di partito.
Ed ecco che, a distanza di anni, ed oggi, con più evidenza, mi appare più che mai palese che quei compagni di scuola, siano diventati affatto liberi ma servi di partito e in via di fallimento come artisti.
di Vittorio Pavoncello













