Londra, 139 arresti al corteo per Palestine Action: scontro sul divieto antiterrorismo

Londra, 139 arresti al corteo per Palestine Action: scontro sul divieto antiterrorismo

Londra, 139 arresti al corteo per Palestine Action. Protesta anche a Edimburgo, attesa la decisione della Corte Suprema

K metro 0 – Londra – La polizia britannica ha arrestato 139 persone durante una manifestazione a sostegno di Palestine Action davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Londra. Il bilancio, comunicato oggi dalla Metropolitan Police, riguarda in maggioranza persone accusate di aver espresso sostegno a un’organizzazione vietata ai sensi della legislazione antiterrorismo. La protesta arriva a pochi giorni dall’udienza del 4 novembre davanti alla Corte Suprema, chiamata a esaminare il ricorso contro la messa al bando del gruppo.

Centinaia di manifestanti si sono riuniti nel quartiere di Nine Elms, nella zona sud-occidentale della capitale, esponendo cartelli contro la guerra a Gaza e a favore di Palestine Action. Gli agenti hanno iniziato a effettuare i primi arresti poco dopo le 12.30, accompagnando i fermati verso i mezzi della polizia parcheggiati nelle vicinanze dell’ambasciata.

Secondo Scotland Yard, la maggior parte degli arresti è legata alla manifestazione di sostegno a un’organizzazione proscritta. Le autorità avevano predisposto un dispositivo di sicurezza e un ordine di dispersione nell’area, avvertendo preventivamente che determinate condotte avrebbero potuto comportare conseguenze penali.

La mobilitazione è stata organizzata da Defend Our Juries, movimento che contesta il divieto imposto a Palestine Action nel giugno 2025. Il gruppo di attivisti era stato inserito dal governo britannico nell’elenco delle organizzazioni terroristiche dopo una serie di azioni contro strutture militari e aziende del settore della difesa, comprese operazioni che avevano provocato danneggiamenti.

La designazione ha reso penalmente rilevanti anche alcune forme di sostegno pubblico all’organizzazione. È proprio questo uno dei punti più controversi del provvedimento: per le autorità, la normativa serve a contrastare attività considerate pericolose; per i promotori delle proteste, il ricorso alla legislazione antiterrorismo rischia di colpire forme di dissenso politico non violento.

Defend Our Juries sostiene che, dall’estate del 2025, oltre quattromila persone siano state arrestate per aver sfidato il divieto. La cifra è attribuita agli organizzatori e non costituisce il bilancio ufficiale delle sole manifestazioni di sabato.

Tra i partecipanti fermati a Londra figurano anche persone anziane. Secondo gli organizzatori, tra gli arrestati vi sarebbe l’avvocata per i diritti umani Margaret Owen, 94 anni. Il leader dei Verdi britannici, Zack Polanski, ha criticato pubblicamente l’intervento della polizia.

La vicenda è già al centro di un complesso confronto giudiziario. A febbraio l’Alta Corte aveva giudicato illegittima la decisione di vietare Palestine Action, ma a giugno la Corte d’Appello aveva ribaltato la sentenza, ritenendo la misura giustificata e proporzionata. La prossima udienza alla Corte Suprema rappresenta quindi un passaggio importante per definire i limiti del divieto e le sue conseguenze sulla libertà di espressione.

Una manifestazione parallela si è svolta a Edimburgo, davanti al consolato statunitense nei pressi di Holyrood. La polizia scozzese ha confermato che non sono stati effettuati arresti, precisando tuttavia che sono in corso accertamenti per identificare alcune persone che indossavano magliette o mostravano cartelli di sostegno all’organizzazione vietata.

La scelta di manifestare davanti alle sedi diplomatiche americane ha anche una valenza politica: gli organizzatori contestano il sostegno di Washington a Israele e le misure statunitensi adottate contro Palestine Action.

Il confronto si sposta ora nelle aule giudiziarie. La decisione della Corte Suprema non riguarderà soltanto la sorte di Palestine Action, ma contribuirà a chiarire fino a che punto il Regno Unito possa limitare le manifestazioni pubbliche di sostegno a un’organizzazione vietata in nome della sicurezza nazionale.

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