L’Europa cerca il negoziatore giusto per parlare con la Russia

L’Europa cerca il negoziatore giusto per parlare con la Russia

K metro 0 – Bruxelles – L’Unione europea riuscirà davvero a presentarsi con una sola voce quando il negoziato sulla guerra in Ucraina entrerà in una fase più concreta? Da settimane il dibattito europeo si è spostato proprio su questo punto: non lasciare che siano soltanto Washington, Mosca e Kiev a definire il perimetro della

K metro 0 – Bruxelles – L’Unione europea riuscirà davvero a presentarsi con una sola voce quando il negoziato sulla guerra in Ucraina entrerà in una fase più concreta? Da settimane il dibattito europeo si è spostato proprio su questo punto: non lasciare che siano soltanto Washington, Mosca e Kiev a definire il perimetro della pace, ma individuare una figura capace di rappresentare gli interessi dei Ventisette in eventuali colloqui con la Russia. L’accelerazione è arrivata dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, parlando con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, ha indicato la necessità che l’Europa sia coinvolta nei negoziati e “abbia una voce forte e una presenza in questo processo”. “Vale la pena stabilire chi rappresenterà concretamente l’Europa”, ha aggiunto. Il nodo è emerso mentre i negoziati guidati dagli Stati Uniti procedono a rilento e l’attenzione di Washington è stata assorbita anche dalla crisi mediorientale. Secondo il quotidiano britannico “Financial Times”, i leader europei stanno preparando la possibilità di colloqui con il presidente russo Vladimir Putin; Costa avrebbe sostenuto che c’è il “potenziale” per un negoziato Ue-Russia e che il blocco avrebbe il sostegno di Zelensky. Il Cremlino, da parte sua, ha fatto sapere che Putin è pronto a trattare “con tutti”, inclusi gli europei, ma non intende fare il primo passo dopo la rottura dei canali politici seguita all’invasione del 2022.

I problemi, tuttavia, non mancano e il primo scoglio è di tipo politico. L’Ue non ha ancora deciso se, quando e con quale mandato parlare direttamente con Mosca. Il Consiglio Affari esteri dell’11 maggio ha mostrato divisioni tra chi chiede nuove sanzioni e pressione militare ed economica su Putin, e chi ritiene che l’Europa debba prepararsi a un ruolo negoziale autonomo. L’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue Kaja Kallas ha riconosciuto che, prima di parlare con i russi, i Ventisette devono concordare cosa vogliono discutere, quali concessioni chiedere e quali siano le linee rosse. In questo quadro, il primo nome istituzionale è proprio quello di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo sarebbe il candidato più naturale dal punto di vista procedurale: rappresenta i leader dei Ventisette, è in costante contatto con i singoli Paesi membri e ha più volte rivendicato la possibilità di un ruolo europeo nei colloqui con Putin. Costa avrebbe inoltre il vantaggio di non essere percepito come espressione di una sola capitale e di poter ricevere un mandato diretto dal Consiglio europeo. Il suo punto debole, tuttavia, risiede nel fatto che la politica estera dell’Ue resta nelle mani degli Stati membri e ogni sua iniziativa avrebbe bisogno di un consenso ampio, difficile da costruire su Russia, Ucraina, sanzioni e garanzie di sicurezza. In più, un negoziato con Mosca richiederebbe un profilo politico molto forte e una capacità di deterrenza che il presidente del Consiglio europeo possiede solo se sostenuto in modo compatto dai leader nazionali, uno scenario da non dare per scontato.

Il secondo nome è quello dell’Alta rappresentante Kaja Kallas. Dato l’incarico che ricopre sarebbe la figura più coerente: guida la diplomazia europea, presiede il Consiglio Affari esteri e ha già dichiarato di essere in grado di “vedere oltre le trappole” poste dalla Russia. Kallas ha anche preparato una lista di richieste e concessioni che l’Ue vorrebbe vedere da Mosca, includendo tra le possibili condizioni il ritiro delle truppe russe dalla Moldova. Il suo limite, tuttavia, è politico e diplomatico: ex premier estone, da anni è una delle voci più dure contro il Cremlino e sarebbe difficilmente accettata da Mosca come interlocutrice. Anche all’interno dell’Ue la sua candidatura divide, perché alcuni Stati temono che un profilo troppo apertamente anti-russo renda il negoziato impraticabile prima ancora di cominciare. Il terzo nome, avanzato da Putin e subito respinto in Europa, è Gerhard Schroeder. L’ex cancelliere tedesco è il candidato preferito dal Cremlino, ma proprio per questo è anche il più impresentabile per l’Ue. I ministri degli Esteri dell’Ue lo scorso 11 maggio hanno escluso un suo ruolo, giudicandolo troppo vicino a Putin e alle società statali russe. Kallas ha ricordato che Schroeder è stato un lobbista di alto livello per imprese russe e ha sintetizzato il problema affermando che, con lui come negoziatore, Putin “siederebbe da entrambi i lati del tavolo”. Anche il governo tedesco ha respinto l’ipotesi, sottolineando che non ci sono segnali di una reale volontà russa di negoziare seriamente. Schroeder resta dunque un nome utile a Mosca per dividere gli europei, non un candidato credibile per Bruxelles.

L’edizione europea del portale “Politico” ha indicato tre figure di alto profilo: Angela Merkel, Alexander Stubb e Mario Draghi. L’ex cancelliera tedesca sarebbe considerata per la sua esperienza diretta con Putin e Zelensky e per la conoscenza del dossier ucraino maturata negli anni degli Accordi di Minsk. Ma proprio quel passato è anche il suo principale punto debole: molti europei giudicano fallimentare la stagione della mediazione tedesco-francese con Mosca e ritengono che la sua linea verso la Russia, inclusi i rapporti energetici, abbia lasciato l’Europa troppo esposta al Cremlino. Alexander Stubb, presidente della Finlandia, è un altro nome che circola con forza. Ha profilo europeo, esperienza internazionale e una credibilità particolare sul dossier russo per la posizione geografica e storica della Finlandia. In diverse occasioni ha sostenuto che l’Europa deve “sedersi al tavolo” e non finire “sul tavolo” nelle discussioni sulla sicurezza continentale. Il suo punto debole è però altrettanto chiaro: la Finlandia oggi è un Paese membro della Nato, condivide un lungo confine con la Russia e ha assunto una linea molto netta a sostegno di Kiev. Questo lo rende autorevole per molti Stati dell’Est e del Nord Europa, ma potenzialmente troppo esposto agli occhi del Cremlino.

Mario Draghi, invece, è il nome più “neutro” tra quelli indicati da “Politico”. Ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio italiano, gode di forte reputazione a Bruxelles, non è alla guida di un governo nazionale e potrebbe essere percepito come figura tecnica e politica insieme. Per diversi diplomatici europei, proprio questa distanza dagli incarichi quotidiani potrebbe renderlo più adatto a un mandato speciale. Il limite è che Draghi non ha manifestato pubblicamente la propria disponibilità a ricoprire tale incarico e non è una figura di politica estera in senso stretto: la sua forza risiede nella credibilità nei campi economico e istituzionale e non ha una storia di contatti diretti con Mosca. Inoltre, per affidargli un ruolo di questo tipo servirebbe un mandato molto preciso dei Ventisette, altrimenti rischierebbe di apparire come un inviato prestigioso ma privo di reale leva politica. Un’altra figura da considerare è Ursula von der Leyen, anche se non risulta tra i nomi più citati per l’incarico. La presidente della Commissione europea ha avuto un ruolo centrale nel sostegno a Kiev, nelle sanzioni e nel processo di adesione dell’Ucraina all’Ue. Questo le assegna un notevole peso politico, ma la rende anche meno adatta a un ruolo di negoziatore con Mosca: il Cremlino la percepisce come parte dell’architettura sanzionatoria e del sostegno militare-economico europeo a Kiev. Inoltre, la Commissione non è il luogo naturale per negoziare questioni di sicurezza europea, che restano prerogativa degli Stati membri e del Consiglio.

C’è poi Emmanuel Macron, che non appare come candidato formale ma resta uno degli attori europei più attivi sul dossier. Il presidente francese ha mantenuto più a lungo di altri il canale del dialogo con Putin, salvo poi irrigidire la linea dopo il fallimento dei tentativi diplomatici e l’evoluzione del conflitto. Macron, così come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aveva chiesto da tempo all’Ue di cambiare politica, sostenendo che il destino della sicurezza europea non può essere lasciato solo nelle mani degli Stati Uniti. Il limite di Macron è però la sua posizione nazionale: più che un inviato comune, verrebbe percepito come il leader di una grande potenza dell’Ue con una propria agenda strategica, il che lo renderebbe difficilmente digeribile da altri Paesi membri. Inoltre, da parte russa sono emerse delle valutazioni decisamente negative sui recenti tentativi francesi di riaprire il dialogo fra l’Eliseo e il Cremlino. Sono stati fatti anche alcuni nomi esterni all’Ue – come il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide –, delle figure che potrebbero essere utili come mediatori paralleli o garanti di canali diplomatici più ampi, ma difficilmente potrebbero rappresentare “l’Ue” in senso stretto. La questione posta da Zelensky e discussa a Bruxelles riguarda infatti una voce europea unica, non un mediatore neutrale. La difficoltà principale, dunque, non è la mancanza di nomi, quanto la forza del mandato assegnato. Dei tanti nomi circolati, nessuno potrebbe assolvere l’incarico concretamente senza una linea comune dei Ventisette su almeno quattro punti: rapporto con il negoziato guidato dagli Stati Uniti, garanzie di sicurezza per Kiev, condizioni minime da chiedere a Mosca e ruolo dell’Ucraina in ogni fase del processo. La stessa Kallas ha avvertito che l’Ue non è ancora “nella fase” giusta per “entrare nei negoziati” e che non vede, al momento, la Russia agire in buona fede nel processo negoziale.

Condividi su:
Condividi:

Posts Carousel

Latest Posts

Top Authors

Most Commented

Featured Videos

Che tempo fa



Condividi su: